Lo scenario mondiale è poco rassicurante, taluni focolai possono fare da detonatore

 

 

La Civetta di Minerva, 4 maggio 2019

In fatto di previsioni forse gli indovini dell'antichità e la Sibilla dell'ibis redibis erano più attendibili e più utili degli economisti d'oggi. E più ancora dei promotori finanziari, costretti per mestiere a predicare l'ottimismo. Noi preferiamo ancorarci alla prudenza. E raccomandarla ai nostri sette lettori.

Il mercato finanziario globale o mondiale ha già vissuto le fasi iniziali di euforica aspirazione di risorse (determinata da prospettive di facili guadagni) e di mania da investimento, che coinvolge per imitazione nuove schiere di risparmiatori-investitori, ignari dei rischi. Oggi negli uffici di banche (divenute tutte di investimento) l'ignaro risparmiatore acquista prodotti finanziari che inglobano titoli farlocchi e derivati tossici, di cui neanche gli addetti ai lavori riescono a valutare il rischio. Si mira alla prospettiva di profitto. E si fa di tutto per mantenere le borse col segno più o, almeno, in equilibrio per evitare o posticipare il più possibile la fase del "disagio finanziario", cioè l'inizio delle vendite o del disinvestimento, e l'ulteriore fase del panico, in cui l'investitore si rende conto che non uscirà indenne dal mercato e ingaggia una gara a chi ne esce prima e con meno danni.

Tali fasi sono innescabili, il più delle volte, da un fattore esterno ai mercati. Basta un qualsiasi evento o fattore di turbamento dell'irenica atarassia, che è la condizione più favorevole per drenare risorse verso l'idrovora del mercato turbofinanziario.

Oggi lo scenario si presenta tutt'altro che rassicurante. Allegria! C'è solo da scommettere sul sommovimento presente o prossimo venturo che potrà fare da detonatore. Potrebbe essere la politica ondivaga e irresponsabile di Trump. O una brexit senza accordi, sia per incapacità degli inglesi di approvarne uno tra quelli proposti dalla signora Teresa, sia per l'ottusità dei tirannosauri dell'Unione, incapaci di favorire una uscita quanto più indolore per tutti da questo pasticciaccio.

Potrebbe essere anche l'eventuale impossibilità di dar vita a un governo in Spagna, dopo l'esito delle ultime elezioni; o una crisi dell'attuale governo italiano, pattuito contrattualmente tra forze molto diverse. Oppure la situazione prerivoluzionaria rappresentata in Francia dai gilet gialli e la reazione scomposta del potere, che ha assunto, soprattutto in occasione del primo maggio, un contegno intollerabile. O anche una ulteriore riduzione delle retribuzioni del lavoro, precarizzato già oltre ogni limite sopportabile, in qualche stato dell'Unione; in nome della produttività, che sta tanto a cuore ai panciapiena.

O, più in là, l'ulteriore aumento della disoccupazione, che sarà conseguenza della soppressione di figure umane nei processi produttivi e nei servizi in relazione alla diffusione della intelligenza artificiale. O forse l'instabilità politica di varie aree del mondo (tra cui la vicina Libia), che qualche nazione "amica" sta alimentando, interessata a curare ciecamente interessi geopolitici di corto respiro.

Probabilmente non si arriverà allo scontro armato tra superpotenze, ma una guerra economica di tutti contro tutti è già tristemente in atto. Il papa ha parlato di guerra mondiale "a pezzi" o a pelle di leopardo. Sarebbe sconsiderato illudersi che essa rimarrà priva di conseguenze negative generalizzate. Recentissimamente Trump ha precettato vari stati (tra cui l'Italia) a boicottare i commerci con l'Iran. E il prezzo alla pompa della nostra benzina è subito schizzato in su.

In America Latina il Venezuela è nella situazione che tutti sappiamo. La diaspora dell'Isis suscita focolai di terrorismo altrove: pochi giorni fa in Ceylon o Sri Lanka e prossimamente chissà dove. In Africa si continua a tollerare che le multinazionali proseguano la loro azione predatoria e che i conflitti tribali e terroristici imperversino, alimentando un esodo che potrebbe diventare una marea. Si criticano giustamente i porti chiusi ai disperati, ma una politica di vasto respiro per evitare che da certi luoghi si fugga per bisogno o per necessità nessuno la vuol porre in essere. L'effetto congiunto del collasso demografico e dell'immigrazione incontrollata può anch'esso costituire, nel medio termine, un fattore di grave instabilità.

L'accentuazione delle diseguaglienze a livello mondiale; il depauperamento delle classi medie; l'esasperazione dei lavoratori precarizzati e, peggio, ridotti ad esuberi da espellere dal mondo del lavoro; gli intellettuali esclusi dal sistema in quanto non funzionali ai processi produttivi; l'irresponsabile privatizzazione dei beni comuni con la sequela di intollerabili conseguenze; la tracotante incuria verso la crisi ecologica con la sempre più drammatica frequenza di effetti come la recente crisi idrica del Sudafrica… potrebbero essere altre ulteriori cause di incertezza, di turbamento e di scatenamento di una crisi di fiducia nella ingannevole cornucopia dei mercati speculativi.

L'elemento scatenante potrebbe essere anche interno ai mercati stessi: un probabile crollo settoriale nel castello di carte della turbofinanza speculativa, che inneschi una fuga generalizzata. Come è già accaduto con la crisi dei mutui subprime, che ha dato inizio alla crisi che ha contagiato tutto il sistema finanziario e si è poi propagata all’economia reale. E che non è ancora finita.

La corsa agli sportelli (o panico, ultima fase) si scatenerà quando sarà chiaro a tutti (o a molti) che non esiste la possibilità di ottenere la monetizzazione dei risparmi investiti in borsa e neanche la restituzione in contanti dei risparmi allocati come tali nelle banche.

Qualcuno sorride di fronte a questi motivi di preoccupazione, pensando ancora di poterli rimuovere con un atto apotropaico della coscienza che voglia preferire ignorare il peggio e contare su una soluzione automatica determinata dalla fortuna. La quale, forse, in qualche caso avrà aiutato i forti (fortis fortuna adiuvat) ma non gli incoscienti.

Di fronte a questi scenari apocalittici, ma terribilmente realistici, sarebbe opportuno correre ai ripari. E vari rimedi preventivi sarebbero possibili. Ma la nostra fauna politica è in tutt'altre faccende affaccendata. E fa a gara per risultare più attrattiva agli occhi dell'elettore ingenuo, piuttosto che più assennata nell'affrontare responsabilmente i problemi che abbiamo davanti.

Eppure di suggerimenti seri non ne mancano: l'Ardep, Attac, ed anche SRRS o Siracusa Resiliente (tanto per citare solo pochi esempi) ne hanno indicate alcuni. La politica, quando non riesce a sottrarsi alla riflessione su tali suggerimenti, dichiara di condividerli quasi tutti. Ma poi dimostra di non essere in grado di attuarli o, almeno, di inserirli nel dibattito interno alla formazione in cui questo o quel politico milita.

Auguri, Italia. Auguri, Europa. Sappiamo che le vaghe espressioni augurali servono a ben poco. Ma non abbiamo altro da offrirvi, dopo aver suggerito in mille modi alcune ideuzze. Purtroppo la politica si è ridotta alla ricerca del consenso con stratagemmi comunicativi spiccioli e con l'apporto di esperti di comunicazione di massa. Come Steve Bannon. Non è più esercizio del buongoverno. E alcuni politici sono, nella migliore delle ipotesi, lobbisti spudorati di aziende e di gruppi di interesse senza scrupoli. E politici di tal fatta non è facile scollarli dalle poltrone. L'alternativa tra la possibilità di votare il meno peggio e l'astenersi non ci alletta per niente.

Ma questa è la situazione. Possiamo solo continuare a diffondere scintille di coscienza, spunti di prudenza, ipotesi di soluzioni da mettere a punto e da prendere in considerazione… Altro non riusciamo a fare. Possiamo continuare a predicare, inascoltati. È ben poca cosa. Continueremo a farlo. Ci scusino i nostri sette lettori, se non riteniamo di poter fare di più. Se condividono i nostri spunti, ci diano almeno un po' di collaborazione nel rilanciarli. Grazie. E mandino a quel paese tutti i cialtroni, i lobbisti e gli opportunisti che ancora si propongono come accattoni di voti.