Simona Cascio (sportello per i diritti, Arci): “Scene di disperazione ma tutto ciò che possiamo fare è offrire loro ospitalità per aiutarli e accompagnarli in questo delicato momento”

 

La Civetta di Minerva, 4 maggio 2019

L’Arcobaleno e il “Mater Dei” di Siracusa, “La Zagara” di Città Giardino (Melilli) e il centro “Freedom” di Priolo Gargallo. Come conseguenza diretta della promulgazione della legge 13/2018, più nota come Decreto Salvini, quello sui (contro) i migranti, hanno chiuso i quattro centri di accoglienza straordinaria del territorio, e sono così naufragati i progetti di integrazione che erano stati attivati con soddisfazione di tutti: degli ospiti come degli operatori.

A distanza di cinque mesi abbiamo chiesto a Simona Cascio, dall’osservatorio dello sportello per i diritti dell’ARCI rivolto a migranti richiedenti asilo e cittadini stranieri, di fare un bilancio della situazione.

“Sono numerosi i giovani e le donne, titolari di protezione umanitaria ormai quasi in scadenza, alla ricerca di un contratto di locazione e di un contratto di lavoro, a qualsiasi condizione, che consenta loro di convertire un permesso di soggiorno che altrimenti,vista l’eliminazione della protezione umanitaria, non avrà più nessun valore. E altrettanti titolari di permesso per richiesta asilo o ricorrenti si sono rivolti al nostro sportello chiedendoci aiuto per l’iscrizione anagrafica e la possibilità di aprire un conto in banca per poter essere pagati dopo aver svolto tirocini e lavori. E purtroppo, data l’eliminazione del diritto all’iscrizione anagrafica frutto di quel decreto, in tanti, pur avendone le condizioni (ovvero regolarmente soggiornanti sul nostro territorio e titolari di un contratto di locazione ecc), hanno dovuto rinunciare a questo diritto.

E accanto a queste difficoltà, sto usando un eufemismo, dei migranti, con la chiusura delle nostre comunità alloggio per minori, di otto solo tre sono ancora aperte, assistiamo alla perdita di lavoro di tanti educatori, psicologi, assistenti sociali e operatori del settore.

Il provvedimento della Prefettura di Siracusa ha scatenato, come ben si può comprendere, il panico, la disperazione. Giorno 8 aprile, fin dal primo mattino, ho ricevuto decine di telefonate, come quella di Pinella, una volontaria di Priolo che dal 2013 spende tutto il suo tempo libero per fare lezioni di italiano e inventarsi attività di integrazione e animazione.

Alle 8,15 è arrivata la telefonata di Ladij, un mio ex tutelato, preoccupatissimo: nessuno gli aveva detto che sarebbe stato trasferito. Alle 8, proprio mentre si preparava per andare a lavorare con la sua bicicletta, così come faceva da diversi mesi dopo che Olivia Bistrot, avendolo conosciuto grazie ad un tirocinio formativo, gli aveva proposto un contratto di apprendistato, probabilmente per premiare la sua puntualità e attenzione a lavoro, ha appreso la notizia. Un ragazzo d’oro che anche a scuola, dopo appena un anno, è riuscito a conseguire per l’inglese il certificato di livello A1 e A2 e la licenza media.

Ho sentito poi gli operatori della Zagara. In lacrime mi hanno raccontato le scene di una vera e propria deportazione effettuata con liste alle mani. In programma lo sgombero e la chiusura del centro, nella totale indifferenza per le storie di tanti che da mesi vivevano lì. Bambini che frequentavano regolarmente la scuola materna o elementare; giovani che andavano alla scuola media e alle superiori: percorsi improvvisamente tranciati.

Anche dal CAS Arcobaleno, centro che accoglieva prevalentemente neomaggiorenni (circa 35), non sono arrivate buone notizie. All’arrivo degli autobus (anche lì di prima mattina) molti dei ragazzi erano già andati via: chi al liceo Einaudi, chi all’istituto Rizza, chi al CPIA (centro provinciale per l’istruzione degli adulti) a seguire le lezioni di alfabetizzazione in lingua italiana o per prepararsi al diploma di licenza media.

Qualcun altro, come Moussa, era andato a lavoro. Lo vedevo tutti i giorni pulire la strada del bar proprio vicino all’ARCI. Sempre sorridente. Anche l’8 aprile, appena sono arrivata allo sportello Arci, l’ho incontrato. Altro che sorriso, era preoccupatissimo! Mi ha chiesto aiuto. Aveva bisogno di trovare subito una casa, una stanza, un piccolo spazio dove poter dormire. Non sapeva se era stato destinato al CAS Frasca di Rosolini piuttosto che al CAS Don Bosco tra Canicattini Bagni e Palazzolo, ma sapeva che, andando via, avrebbe perso l’opportunità lavorativa, la possibilità di completare gli studi che faticosamente segue (anche lui in bicicletta tutti i giorni dai Pantanelli a via Caracciolo).

Ho sentito Rachel e Francesco, una coppia straordinaria che dal 2016 ha deciso, per dedicarsi ai giovani migranti, di trasferirsi a Siracusa e mettere su un corso di musica, un laboratorio di computer e pensare alla produzione, realizzazione e registrazione di un cd “Today is Good” insieme ad alcuni ragazzi musicisti provenienti da diverse nazionalità ma con una passione comune, quella per la musica. Anche loro erano molto preoccupati per i ragazzi: temevano che potessero ricadere nella depressione, nell’ansia e nella paura che avevano quando li hanno conosciuti.

Con loro e con tanti ragazzi del centro Casa Freedom grazie al centro CIAO aperto proprio quest’anno per offrire ai ragazzi uno spazio di aggregazione dai Maristi a Siracusa in via Piave, Rachel e Francesco hanno avviato tre laboratori. Si vedono per studiare italiano, informatica, fare musica, ballare, stare insieme.

Cosa ne sarà di loro? Cosa possiamo fare per aiutarli? Queste domande mi arrivano nei vari gruppi whatsapp: da quello creato durante i giorni della “SeaWatch” al gruppo dei Tutori di Accoglierete, ai tanti compagni e amici che hanno deciso che al clima di “paura e insicurezza” messo su dal Ministro dell’Interno non vogliono rassegnarsi e che vogliono dare una mano.

Ai tanti che mi chiedono cosa fare, rispondo che la soluzione può essere aprire le proprie case all’accoglienza, un’accoglienza provvisoria che consenta a tutti questi giovanissimi ragazzi di superare questi momenti terribili, di portare a termine i loro progetti di completare gli studi o trovare un lavoretto o una casa e vivere in autonomia.

Possiamo solo offrire loro ospitalità, aiutarli, accompagnarli in questo delicato momento di passaggio della loro vita. Rispondere alle politiche di odio, razzismo e intolleranza con l’amore, la solidarietà, l’accoglienza appunto”.