La Sinistra UE può rilanciarsi aggiornando radicalmente il suo orizzonte ideale e programmatico

 

La Civetta di Minerva, 4 maggio 2019

Mancano tre settimane al voto per il rinnovo del parlamento europeo ed è reale il rischio che il 26 maggio le urne vadano largamente deserte. Colpa di una carente informazione, certamente. Ma la verità è che, da qualche tempo a questa parte, i temi europei non riescono a sedurre più di tanto, anzi, per certi versi, essi vengono percepiti con un senso di estraneazione, per non dire di ostilità, a causa della narrazione che ne viene fatta dai nostri governanti (si pensi alla raffigurazione dell’Europa matrigna sui conti pubblici o indifferente sulla solidarietà in tema di gestione dei flussi migratori). Sono pressoché assenti dal dibattito pubblico o, quando vi fanno capolino, appaiono strumentali al confronto politico interno, che tende a farne un test per misurare i rapporti di forza tra i partiti, a cominciare da quelli al governo. Non è un problema solo italiano, se è vero che l’Inghilterra, sia pure a fatica, non vede l’ora di sganciarsi, e monta, pericolosamente e diffusamente, una deriva sovranista, che tende ad accentuare le spinte centrifughe. E neanche un problema recente, se non nelle sue dimensioni.

Basta guardare ai dati sulla partecipazione al voto: nelle prime elezioni del 1979 l’affluenza media europea si attestò sul 62% (in Italia sull’85%), per precipitare progressivamente, elezione dopo elezione, fino al 42% nel 2014 (contro il 57% italiano). Ed è facilmente presumibile che questo dato sia destinato a comprimersi ancora di più nelle prossime elezioni di fine maggio, così come è da molti pronosticata una sensibile accresciuta componente euroscettica nel prossimo parlamento. La fase dell’innamoramento è durata assai poco, il tempo di rendersi conto, assai agevolmente, della sostanziale inutilità di un organismo cui è sottratta la prerogativa principe, quella legislativa, nelle mani di burocrati espressione dei governi nazionali, che hanno fatto del loro meglio per accreditare il volto di una istituzione sensibile alle logiche dei mercati finanziari piuttosto che alle sorti delle economie reali e delle comunità confederate.

Necessità (o opportunità) politica vuole, perciò, che nessuno osi prendere le difese delle attuali istituzioni europee. E, infatti, tutti i soggetti politici in campo concordemente affermano di volere cambiare le cose, argomento trasversale a tutti i programmi elettorali. Questo disconoscimento politico, al di là delle differenti e significative declinazioni politiche, finisce oggettivamente per assecondare un senso di estraneità o indifferenza diffusa nella quale attecchisce facilmente il virus sovranista. Difficile, nelle attuali condizioni, riuscire a provocare una inversione di tendenza. Occorrerebbe adottare una terapia d’urto, a cominciare dall’attribuzione di veri poteri al parlamento europeo in linea con quelli riconosciuti nella maggior parte dei paesi democratici, attivare strumenti europei di governo vincolanti in alcuni ambiti strategici ( difesa e finanze), definire regole comuni nella gestione del mercato del lavoro, introdurre uno Statuto dei diritti universalmente riconosciuti a tutti i lavoratori europei, riformulare il welfare su scala continentale, valorizzare il capitale umano nelle sue molteplici connotazioni.

E tuttavia, con tutti i suoi limiti, anche il faticoso, contraddittorio, altalenante cammino intrapreso non merita di essere liquidato in toto. Esso ha concorso a garantire alla generazione del secondo dopoguerra un consistente periodo di pace negato alle precedenti. Così come, più recentemente, la presenza di una banca centrale sovranazionale ha messo al riparo i risparmiatori e le economie di parecchi paesi dagli effetti più devastanti della peggiore crisi finanziaria dopo quella del ’29.

Nel mondo globalizzato nel quale siamo, volenti o no, del tutto immersi, non è pensabile che la sfida legittimamente lanciata dai nuovi paesi emergenti (Cina, India), tutti a dimensione continentale, possa essere affrontata in un’ottica “provinciale”. La stessa questione dei flussi migratori, fonte di allarmismi spesso creati ad arte, cui è particolarmente esposto il nostro paese (e la Sicilia ancor di più), almeno per la quota che si diparte dalle sponde del mediterraneo, non può ragionevolmente essere gestita prescindendo da un’azione coordinata in sede europea, la sola in grado di favorire la stabilizzazione politica dell’area e, conseguentemente, di disinnescare alcuni tra i principali fattori incentivanti l’attuale esodo. A meno di non voler lasciare questo compito ad altri attori già presenti sullo scacchiere internazionale (Stati Uniti, Russia) o interessati ad affermare la propria presenza (Cina), tornando ad un ruolo di mera subalternità dalla quale siamo in qualche modo usciti grazie ad una Europa più coesa e non più divisa da muri.

Occorre prendere atto che la globalizzazione è un processo irreversibile, destinato a ridisegnare radicalmente gli attuali scenari politico economici, mutare gli attuali equilibri, in direzione, necessariamente, di un assetto policentrico, nel quale avranno sempre più peso paesi ed economie un tempo tenuti ai margini se non piegati agli interessi dell’occidente industrializzato.

In tale contesto è impensabile che paesi come l’Italia possano avere voce in capitolo confidando sulle sole proprie forze. La stessa Europa potrà continuare ad avere un ruolo solo se saprà parlare con una voce univoca ed una solida ed autorevole posizione politica, che potrà derivarle solo da cessioni di sovranità dettate da un autentico convincimento politico sulla “utilità” di tale politica. Tutto il contrario del tentativo portato avanti da forze che guardano ad un passato improponibile di riaffermazione di ruoli nazionali, di riproposizione di muri ideologici, di difesa di posizioni identitarie pericolosamente regressive, come quelle che, nel nostro paese, rischiano non solo di marginalizzare ulteriormente il ruolo dell’Italia, ma, paradossalmente, di accomunarla, dopo avere contribuito ad essere tra i paesi fondatori della comunità europea, ai paesi che puntano a scardinarne le fondamenta.

Siamo ad un passaggio delicato quanto decisivo: o si ricostruisce un clima di fiducia con le istituzioni di Bruxelles, basato su un nuovo Patto comunitario che metta al centro il mondo del lavoro, il futuro dei giovani, la salvaguardia dell’ambiente; o il declino del progetto europeo, determinato da un colpevole rallentamento nel perseguimento degli scopi originari in uno con il ripiegamento su politiche economiche fallimentari, diverrà irreversibile.

E’ un compito difficile ma non eludibile, di cui debbono farsi carico le forze di robusta tradizione europeista, che hanno ancora un solido radicamento nella maggior parte dei paesi che hanno dato luogo, poco più di 60 anni fa, al Trattato di Roma.

E su questo terreno si gioca in larga misura il rilancio di una Sinistra europea, purchè sia in grado di aggiornare radicalmente le sue parole d’ordine, di rimettersi in sintonia con il suo popolo, di guardare oltre i tradizionali ma ormai asfittici confini ideologici, di ridefinire, in poche parole, il suo orizzonte ideale e programmatico.

C’è un campo largo a cui guardare e da costruire - senza necessariamente coltivare la pretesa di un inglobamento nel proprio recinto ideologico - nel quale far confluire le energie di quanti, disillusi, hanno da tempo fatto la scelta del disincanto astensionista o si sono lasciati attrarre dalla fascinazione apparente di nuove e demagogiche parole d’ordine.

E’ chiaro, perciò, che la sfida del 26 maggio non è tra coloro che difendono l’attuale establishment e coloro che vorrebbero genericamente cambiarlo, ma tra coloro che vogliono ritagliarsi un ruolo di protagonisti nel nuovo panorama politico e coloro che puntano, pur di coltivare velleitari propositi sciovinisti, a ridursi a difesa di una improbabile ed estenuante enclave come nel deserto dei tartari di buzzettiana memoria.