Centomila euro di risarcimento per aver pubblicato frasi contenute in un atto giudiziario.

Il parere dell’avv. Di Pietro: si chiede al giornalista una probatio diabolica

 

La Civetta di Minerva, 4 maggio 2019

Il giornalista Lirio Abbate, vicedirettore del settimanale l’Espresso è stato condannato dal tribunale civile di Roma a risarcire un magistrato romano, ora in pensione, e un perito dello stesso tribunale, con la somma di 100 mila euro per i danni alla reputazione causati da un articolo a sua firma pubblicato sullo stesso settimanale il 23 gennaio 2014.

“In solido” con Abbate sono stati condannati l’allora direttore Bruno Manfellotto e il Gruppo editoriale l’Espresso. Gli avvocati del Gruppo, Virginia Ripa di Meana e Vanessa Giovannetti, hanno presentato ricorso in Appello: la prima udienza è prevista nel 2022.

LA CAUSA è stata promossa dal magistrato Giovanni Deodato e dal consulente Antonio Staffa. L’articolo di Abbate riguarda l’attività della Sezione Fallimentare e reca questo titolo: “Voi fallite, noi rubiamo”. L’inchiesta giornalistica, in particolare, riferiva le dichiarazioni rese ai magistrati inquirenti dalla dottoressa Chiara Schettini (ex magistrato del Tribunale fallimentare di Roma, indagata e poi rinviata a giudizio dal Tribunale di Perugia per peculato, falso, corruzione e minacce). Quelle dichiarazioni, messe a verbale dai magistrati umbri, chiamavano in causa, fra gli altri, Deodato e Staffa.

Il giornalista aveva riferito nell’articolo le dichiarazioni rilasciate dalla magistrata “pentita” su una delle attività più delicate di un tribunale civile. Secondo l’ordinanza di condanna, prima di pubblicarle Abbate avrebbe dovuto controllare la veridicità delle “confessioni” della magistrata.

Il commentoSul punto (verità del fatto, controllo delle fonti, doveri del giornalista) Ossigeno ha chiesto un commento all’avvocato Andrea Di Pietro, coordinatore dell’Ufficio di Assistenza legale di Ossigeno per l’Informazione.

L’ordinanza con cui il vice direttore dell’Espresso, Lirio Abbate, è stato condannato, insieme al direttore responsabile e all’editore, a risarcire un danno di 100.000 € a un magistrato e a un consulente tecnico della sezione fallimentare del Tribunale di Roma lascia francamente disorientati. Non c’è dubbio che la motivazione dell’ordinanza rappresenti un grave regresso rispetto agli standard cui erano pervenuti gli ultimi approdi giurisprudenziali della Corte di Cassazione e soprattutto della Corte europea dei diritti dell’uomo in tema di cronaca giudiziaria e di verità putativa, rispetto ad atti ufficiali dello Stato. In buona sostanza, il provvedimento impone al giornalista una probatio diabolica, ovvero l’onere di dimostrare che le dichiarazioni di un indagato, rese nell’ambito di un procedimento penale e recepite in un verbale che, come dovrebbe essere noto, fa fede fino a querela di falso, rispondano a verità. Tradotto: il giornalista dovrebbe fare il mestiere del magistrato e del giudice. Riesce difficile comprendere, dopo questo provvedimento, come dovrebbe comportarsi un giornalista quando entra in possesso di un atto di indagine. Stando al principio espresso nel provvedimento di condanna di Abbate, dovrebbe sostanzialmente astenersi dal raccontare i fatti, posto che mai potrà sapere in anticipo se quelle dichiarazioni saranno confermate dalle successive risultanze processuali. Secondo tale impostazione, quindi, potranno essere raccontate soltanto le sentenze passate in giudicato”.