Tutto è vano, meglio non nascere o morire presto è il messaggio dell’autore ignoto del IV° o III° sec. a.C. Per Gesù Dio è invece gioia, egli né premia né castiga: ama

 

La Civetta di Minerva, 20 aprile 2019

Il libro biblico del Qoèlet dichiara che tutto è "vano" e non vi è mai "nulla di nuovo", pur risolvendosi poi nell'accettazione salvifica della religiosità ebraica. È stato scritto in Giudea nel IV o III secolo a.C. ad opera di un autore ignoto che afferma di essere il Re Salomone, perché in quel periodo si era soliti attribuire opere a personaggi storici considerati sapienti. Il Qoèlet è composto di dodici capitoli contenenti varie meditazioni sapienziali sulla vita, molte delle quali caratterizzate da un tenore pessimistico o di accettazione. È un libro che prosegue senza un ordine logico presentando argomenti e massime accostate fra loro senza alcuna connessione, anche se a un certo ordine si può giungere.

Afferma il biblista padre Alberto Maggi: quando due secoli prima di Gesù incominciarono a farsi sentire anche nel mondo ebraico le idee della filosofia greca sull’immortalità dell’anima, un teologo chiamato «Il Predicatore» (Qoèlet in ebraico), scrisse un libro per contestare vivacemente queste idee.

Egli scrive: «La sorte degli uomini e delle bestie è la stessa, come muoiono queste muoiono quelli. C’è un soffio vitale per tutti: non esiste superiorità dell’uomo rispetto alle bestie, perché tutto è vanità» (3,19). Tutti sono diretti verso la medesima dimora, tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna nella polvere. Questo predicatore afferma che con la morte finisce tutto e quindi questa dottrina, che veniva dal mondo greco, secondo cui qualcosa di nuovo sopravvive, l’immortalità dell’anima, lui la rifiuta assolutamente. Tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna nella polvere. D’altra parte questa è anche la credenza nella quale, fino a qualche tempo fa, eravamo stati allevati. Pensate al mercoledì delle Ceneri, quando si va a prendere le ceneri dal celebrante, egli ci diceva: «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai». Una allegria da morire! Dov’era la Buona Notizia?

Oggi la chiesa ha cambiato e l’imposizione delle ceneri è accompagnata dall’invito di Gesù “Convertitevi e credete al vangelo” (Mc 1,15). È questo un invito al cambiamento, in un continuo processo di rinnovamento che deve essere il motore della vita del credente. L’uomo non è polvere, e non tornerà polvere, ma è figlio di Dio, e per questo ha una vita di una qualità tale che è chiamata eterna, non tanto per la durata, indefinita, ma per la qualità, indistruttibile, capace di superare la morte, come Gesù ha assicurato: “Se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte”; “Chiunque vive e crede in me, non morirà mai” (Gv 8,51; 11,25).

Venendo a noi, si è tenuto nel salone della Madonnina un convegno dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose San Metodio dal titolo: “Vanità delle vanità: tutto è vanità”. Si parlava del Qoèlet un libro provocatorio a tutt’oggi. È stato detto che è un’opera prettamente laica e suggestiva. La sua lettura porta a un’esperienza di svanimento. Ed ancora, nel libro oltre alla frase vanità c’è né un'altra ricorrente, quella della sapienza. La relazione affermava: è con essa che l’uomo può fare le sue scelte. Questa sapienza non proviene da Dio, ma è una conquista prettamente umana. È un valore empirico conquistato con l’esperienza benché non si possa mai toccare né il fondo, né il vertice. Per cui bisogna vivere in modo felice e gioioso.

Qoèlet poi afferma: ma anche il saggio perisce. Riferendosi a Dio, Qoèlet afferma l’imperscrutabilità, l’assoluta trascendenza di Dio, eppure Egli non interviene nella storia. Continua il relatore: Qoèlet ci dice che c’è un limite massimo a quello che l’uomo non può sforare: è la condizione della morte. È questa la grande diversità, come afferma Maggi, fra l’ebraismo e il cristianesimo. Il Qoèlet insiste sul giudizio di Dio perché tutto è suo dono, è lui che giudica sia sulle opere giuste sia su quelle sbagliate. Ecco il Dio castigatore tanto diverso da quello raccontatoci da Gesù. Non c’è meglio per l’uomo che godere la vita, ma chi può fare tutto questo senza Dio? Egli concede i doni d’ammassare beni e goderne, eppure anche questa è vanità. Così il predicatore prima afferma un Dio che concede l’accumulo di beni per persone virtuose e il godersele, poi smonta tutto dichiarando che anche questa è vanità, è inseguire il vento.

Incontriamo note frasi quali: C'è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per demolire e un tempo per costruire, un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per gemere e un tempo per ballare, un tempo per tacere e un tempo per parlare, un tempo per amare e un tempo per odiare... Facendo la conta di questi versetti ne troviamo 14 multiplo di 7 che simboleggia completezza, cioè tutte queste frasi racchiudono la totalità delle situazioni che esistono nella vita. Ma, si chiede il relatore, in questo dialogo esiste un’etica? No, non la troviamo. È l’occasione della vita che va presa in pieno, quindi il gioire dei piaceri dell’amore, del lavoro, della tavola, ecc.

Infine, è stata affrontata la religiosità. Il relatore dichiara giustamente che l’Antico Testamento non conosce la parola fede, è un termine che sarà usato da San Paolo e dai vangeli. Invece nell’Antico Testamento troviamo la fedeltà verso Dio, perché l’uomo si manifesta sempre infedele, per cui questo termine significa fermezza, stabilità e timore di Dio. Difatti, nel Qoèlet quello che rileviamo molte volte è il timore di Dio affettuoso e vibrante che rappresenta la sottomissione e l’abbandono a lui.

Continua il relatore: la conclusione non è attribuita all’autore, ma a un suo discepolo che sintetizza tutte le tematiche scritte. Difatti, egli scrive: chi osserva i comandamenti di Dio ascolta il suo timore perché andrà giudicato per il bene e il male fatto. Qoèlet tiene in grande considerazione il giudizio di Dio.

Cosa si intende per vanità? si chiede il relatore e afferma che San Girolamo la tradusse in vapore, fiato, dove tutto sfugge. È la morte l’unica certezza. Ma se questo libro insegna la vanità della vita come mai è entrato fra i libri ispirati da Dio anche per i cristiani? Il relatore cita Brunetto Salvarani che ha scritto: non è superato parlare del Qoèlet. Esso fa capire che la Bibbia non costituisce l’affermazione di un’unica idea di Dio, del cosmo e dell’uomo bensì è un campo di tensioni con diverse prospettive al suo interno in cui varie teologie e antropologie si confrontano e si scontrano, così che essa ha carattere sinfonico e totale.

Allora il Qoèlet non va letto come libro fine a sé stesso, esso si inserisce nell’insieme dell’Antico Testamento in una prospettiva più disincantata di cui abbiamo bisogno. Esso non deve essere edulcorato ammorbidito, né adattato ai nostri gusti, perché parla della drammaticità della vita e dell’esistenza in quanto tale. Aggiungiamo noi, il Qoèlet si contrappone all’invito di Gesù, al suo messaggio: Misericordia io voglio e non sacrifici (Mt 9,13). Difatti, mentre la conclusione finale del libro è di un pessimismo assoluto: meglio non nascere o morire presto, le affermazioni di Gesù sono nettamente contrarie. È lui che dà la risposta di Dio a quel pessimismo angosciante, perché Dio è gioia, egli né premia né castiga, ama. È questa la vera e significativa risposta che Gesù dà al predicatore.