Dalla morte alla vita, dall’inverno alla primavera), dalla schiavitù e dalla prigionia al riscatto e alla liberazione, dal peccato alla redenzione

 

La Civetta di Minerva, 20 aprile 2019

Il 21 aprile il cristianesimo festeggia la resurrezione di Gesù Cristo, ma non dobbiamo dimenticare che la Pasqua cristiana è strettamente connessa a Pèsach o Pesah (ebraico פסח), ovvero la Pasqua ebraica, festività di otto giorni (sette nel solo Israele) che ricorda la liberazione del popolo ebraico dall'Egitto e il suo esodo verso la Terra Promessa sotto la guida di Mosè e poi di Giosuè.

Se infatti leggiamo le pagine dell’Antico Testamento si narra della cena rituale celebrata nella notte fra il 14 e il 15 del mese di Nisan in ricordo di quella che aveva preceduto la liberazione dalla schiavitù in Egitto; i successivi sette giorni vengono chiamati Festa dei Pani non lievitati (o Festa dei Pani Azzimi). Questa settimana trae origine da un'antica festa per il raccolto delle prime spighe d'orzo e il loro utilizzo per preparare focacce senza lasciare il tempo necessario per il formarsi di nuovo lievito e così ottenere la fermentazione della nuova farina. Pesach e quindi anche la Pasqua cristiana sono legate ai riti di passaggio dalla morte alla vita, dall’inverno alla primavera (Pesach è infatti anche chiamata Chag haaviv, cioè "festa della primavera"), dalla schiavitù e dalla prigionia al riscatto e alla liberazione, dal peccato alla redenzione.

Il periodo pasquale comprende anche, per gli Ebrei, Pentecoste (Shavuot) e la Festa delle Capanne (Sukkot), mentre la Pasqua cristiana, dopo i quaranta giorni della Quaresima e il Triduo della passione e morte di Cristo, con la sua resurrezione apre un periodo di festa coronato dall’Ascensione di Cristo e dalla Pentecoste, cioè la discesa dello Spirito Santo sulla Vergine e gli Apostoli.

Da questa sintesi non certo esaustiva è possibile comunque comprendere il profondo legame tra quelli che Giovanni Paolo II ebbe a definire con felice espressione i “nostri fratelli maggiori” nella fede e noi – ricordiamo la storica visita di Wojtyla alla sinagoga di Roma (13 aprile 1986) e il testamento del papa polacco, in cui scriveva: “Come non ricordare anche tanti Fratelli cristiani — non cattolici! E il rabbino di Roma e così numerosi rappresentanti delle religioni non cristiane!”.

La nostra città conserva l’antico quartiere ebraico della Giudecca con i relativi bagni di via Alagona; Giovanni Ferdinando Giudice, conosciuto come Johannes, personaggio tra i più noti dell’isola di Ortigia (versificatore in lingua italiana e in dialetto siciliano, organizzatore di eventi culturali come recital di poesia o la Giornata europea della cultura ebraica) da anni si batte sia perché la comunità ebraica siracusana possa disporre di un locale atto al culto, sia perché la Chiesa di San Giovannello sia riconosciuta come l’antica sinagoga ebraica e restituita alla fruizione e al culto da parte anche dei numerosi fedeli provenienti da ogni parte del mondo. Attendiamo un pronunciamento in tal senso sia da parte della Chiesa siracusana che magari dal pontefice, oltre che dell’UCEI, e ulteriori risultanze provenienti dagli studiosi – ad esempio, il 17 aprile è stato presentato “La Sinagoga perduta di Palermo”, il volume di Maria Eugenia Manzella, edito da Edizioni Kalós e molti sono gli studi sulla Sinagoga della Giudecca di Siracusa; Agira conserva l’unico Aron (arca santa) in pietra di Sicilia; lo studioso avolese Dario Burgaretta continua ad offrirci saggi accademici di rilevanza notevole sul giudaismo in Sicilia e oltre e potremmo continuare.

Da quanto detto in precedenza sarebbe quindi auspicabile che i rapporti tra Chiesa siracusana e la piccola ma resiliente comunità ebraica fossero sereni e improntati secondo uno spirito di fratellanza: annosa è la questione relativa alla Chiesa di San Giovannello - il nostro giornale si è occupato in diversi articoli sia dei problemi relativi alla comunità ebraica di Siracusa e al suo ex rabbino che del dibattito sulle chiese della Giudecca: San Filippo, erroneamente considerata come l’antica sinagoga ebraica, non lo sarebbe mai stata, mentre la Chiesa di San Giovannello, secondo la tradizione e gli antichi documenti che lo comproverebbero, sarebbe dunque da considerare la “meschita judeorum” e quindi l’antica sinagoga che gli Ebrei siracusani dovettero abbandonare dopo l’editto del 1492 insieme ai bagni e al quartiere, dovendo lasciare i domini dei re di Spagna Ferdinando e Isabella.