Un piccolo prezioso libro scritto da due detenuti del circuito di alta sicurezza. Ai figli: “Non prendeteci ad esempio, perché non siamo stati un bel modello di vita”

 

La Civetta di Minerva, 20 aprile 2019

“Scrivi di Giobbe” è un piccolo prezioso libro scritto da due detenuti del circuito di alta sicurezza, sotto la guida e la supervisione di Giovanni Villari, ministro del culto evangelico che svolge attività di volontariato nelle carceri della provincia, e della professoressa Assunta Tirri. I due detenuti si raccontano come un Giobbe narrante, ma la figura biblica può essere intesa dal lettore laico, attraverso i valori della fiducia, della determinazione nell'affrontare le avversità. Essi si soffermano sugli elementi che ricorrono in chi scrive di carcere, ma descritti da chi li vive in prima persona. Il tempo prima di tutto, gli affetti, la mancanza, la voglia di riscatto e di superare il pregiudizio.

E la speranza, secondo le parole usate nell’introduzione dal Pastore Villari: Se si legge con attenzione, si noterà una linea costante che attraversa tutte le pagine di questo piccolo libro, una linea importante e decisa. È la linea della speranza che non li abbandona e che muove da dentro. La speranza di recuperare ciò che si è perduto, di godere ancora del piacere della vita e della gioia degli affetti più cari, che ora si vive solo a gocce, quando invece si vorrebbe tracannare senza misura. Speranza di riscatto e rivalutazione, perché sanno bene di aver commesso degli sbagli, ma oggi sono persone che molto hanno imparato dai propri errori e sono decise a dimostrarlo con determinazione e orgoglio.

E poi la lotta contro il pregiudizio, l’anelito ad essere riconosciuti come persone al di là degli errori commessi, lo scorrere indistinto del tempo, in quello che viene chiamato convenzionalmente il piccolo mondo: Il tempo non scorre allo stesso modo, Giobbe si rende conto che ha perso ogni riferimento con la realtà esterna poiché in questo luogo il tempo è fine a se stesso. Ad esempio, anche se il tempo trascorre con la stessa cadenza del mondo esterno, qui batte sempre verso un traguardo fatto di illusioni, poiché in realtà qui il tempo ha una dimensione e un valore differente. Ogni giorno è uguale all’altro: non vi sono particolari emozioni se non noia mortale. Non c’è più voglia di lottare per obiettivi concreti e costruttivi come impegni lavorativi, familiari o per semplici gioie ed altre simili cose che appartengono alla quotidianità di un individuo libero. In questo piccolo mondo la vita è piatta, al punto che non ci si rende più conto del passare del tempo. Quella sul tempo è da un po’ oggetto di mia riflessione, agli studenti chiedevo nel corso del bel convegno Le Prison, tenutosi al liceo Gargallo, a proposito delle pene inflitte giudicate a volte troppo brevi, “Cos’è un anno, cosa sono due cinque, dieci, nell’epoca in cui tutto cambia velocissimamente?  

Ancora, si narra di personaggi incrociati nel piccolo mondo: Chi era Michele? Un ragazzo come tanti altri del suo quartiere, che pensava che vendere la droga fosse un lavoro come un altro per procurarsi un po’ di denaro e vivere al meglio con la famiglia; la ricerca di un senso non facile da trovare per chi ha una pena lunga da scontare: “In questo luogo bisogna dimenticare le amarezze che affliggono la vita, altrimenti non c’è scampo, si diventa pazzi. Giobbe purtroppo, durante la sua permanenza, ne ha visti tanti “andare nei campi a raccogliere farfalle”.

Ritrovo infine la spiacevole sottolineatura di problemi che chi scrive ha più volte, come direttore, esposto agli organi che gestiscono la sanità penitenziaria, sbattendo la testa contro un muro, ricavandone solo il rischio di rompersela “Negli ultimi mesi, purtroppo, da quando la gestione della sanità è passata alla Regione ed alle ASP, ci sono stati molti tagli. In realtà nessuno ha compreso bene cosa sia successo realmente, ma tutto è andato a regredire. I medici sono sostituiti con cadenza settimanale e di conseguenza non è possibile curarsi adeguatamente: come può un medico in una settimana conoscere i problemi di tutti i suoi pazienti? Tuttavia la colpa non è dei medici, ma di chi gestisce la sanità”

Poi l'incontro con quelli del mondo grande, per farsi conoscere e farsi capire. Gli studenti: "Giobbe ha avuto più volte la possibilità di confrontarsi con dei ragazzi, la prima volta avvenne con dei ragazzi che frequentavano un liceo scientifico. L'incontro si tenne addirittura in sezione (i ragazzi ebbero il permesso di visitare le camere di pernottamento). Molti di quei ragazzi avevano del pre-giudizi nei confronti di chi abita il piccolo mondo e qualcuno rimase convinto delle proprie idee. Molti altri invece cambiarono parere...". Soprattutto poi l'incontro con i volontari, esponenti di una parte di quel piccolo esercito che Alessandro Margara, padre della legge Gozzini e del nuovo regolamento penitenziario, definì il carcere della resistenza, che da un lato supplisce alle carenze di fondi e di personale, dall'altro costituisce un momento di incontro con persone diverse dall'operatore istituzionale che, al di là dei meriti e dell'impegno, suscita sempre nei detenuti una qualche diffidenza.

Quindi il desiderio di raccontarsi, guidati dal pastore Villari e dalla professoressa Assunta, per potere spiegare da un lato che "ci si può trovare invischiati in certi contesti pur non essendo tendenzialmente predisposti a perseguire azioni insensate o disonorevoli... Dall'altro "dire che l'uomo che si trovano di fronte non è più la persona che tanti anni prima ha commesso cose di cui non va per niente fiero".

I due Giobbe sono persone che ho conosciuto e che ho seguito nella parte recente del loro percorso. Li ho visti cambiare, perdere via via l'essere arrabbiati, il sentirsi come predestinati per estrazione sociale e familiare al piccolo mondo, distendersi anche nei lineamenti, quindi non mi sembra retorico quel pensiero finale

Vorrei fare pace perfino con la natura. Non l’ho mai guardata come lo faccio adesso. Mi affascina il pensiero che un giorno potrò abbracciare un albero, e fermarmi davanti non soltanto per scattare una foto, ma semplicemente per riuscire a percepire la linfa che scorre tra le sue fibre.

Gli autori, Padre Villari e la Professoressa Assunta non me ne vorranno se trascrivo integralmente l'ultimo capitolo dal titolo "Permetteteci di concludere" che contiene un messaggio che va condiviso

PERMETTETECI DI CONCLUDERE

Uomini come noi. Solo la conoscenza delle storie di uomini come noi può portare alla corretta valutazione delle persone che vivono il “piccolo mondo”, affinché questo sia davvero un luogo transitorio e non di annichilimento culturale e spirituale. Non siamo stati ancora così espliciti nel comunicare questo pensiero ai nostri affetti più cari, la nostra famiglia, ed è per questo che vogliamo rivolgerci ora, così e brevemente, anche a loro: Non prendeteci mai ad esempio, perché non siamo stati un bel modello di vita. Abbiamo iniziato la nostra esperienza con buoni propositi, sostenuti dall’aiuto dei nostri genitori, ma poi ci siamo allontanati dal percorso onesto. Non ci spieghiamo il perché, ma ci siamo ritrovati a vivere un’esistenza che non avevamo mai messo in conto di vivere, diversa sotto tutti gli aspetti, morali e materiali, rispetto a quella che desideravamo. Dire oggi che non abbiamo nulla a che fare con quello che ci è successo sarebbe falso. Abbiamo fatto i nostri errori e li stiamo pagando amaramente, e insieme a noi le persone più care che abbiamo. Oggi vogliamo lasciare queste parole ai giovani, affinché non sperimentino mai una vita come quella che abbiamo vissuto, nostro malgrado. Non potremo mai stare vicino fisicamente a ciascuno dei nostri figli o nipoti, però possiamo lasciargli un’eredità ricca di esperienza e di speranza. Quest’ultima non giunge immediatamente ma neppure ci abbandonerà. La nostra speranza siete voi. Voi che abbiamo il desiderio di riabbracciare e “vivere”. Il nostro futuro siete voi. Noi abbiamo vissuto deludendo le vostre attese, ma voi non ripercorrerete i nostri stessi sentieri, perché siamo certi che la nostra testimonianza vi farà da faro durante tutti i giorni della vostra vita. Forse non ci riabbraccerete presto come desidereremmo tutti, ma il nostro pensiero e il nostro cuore vi accompagneranno sempre.

Antimo e Gennaro