Nella visione unica iperliberista non c'è spazio per progetti altruistici e di solidarietà umana

 

La Civetta di Minerva, 20 aprile 2019

È in atto un cambiamento climatico definito riscaldamento globale. Alcuni sostengono di non crederci. O preferiscono non crederci solo perché hanno più a cuore interessi economici immediati, mire elettorali e una visione di corto respiro. Come Trump. Ma è meglio crederci. E non fideisticamente. Non per soggezione al principio di autorità, cioè alla autorevolezza degli studiosi. Ma per semplice buon senso. Per ragionamento personale. Per la cogente ragionevolezza del principio vichiano del "verum ipsum factum" constatabile. La desertificazione progressiva in Africa; l'eccezionale siccità in Sud Africa; la ritrazione dei ghiacciai in Italia (e non solo); la riduzione della calotta polare; la tropicalizzazione del Mediterraneo; la crescente violenza delle perturbazioni… dovrebbero essere delle prove empiriche. Più che sufficienti. E attendibilissime. Basti considerare di quanto si sia ridotto il ghiacciaio dell'Adamello (tanto per citare un esempio) e come sia diventata variabile la portata del Po in relazione alla piovosità stagionale.

Eccesso di produzione di CO2. La Terra ha sempre avuto delle oscillazioni climatiche: la piccola glaciazione (trecento-ottocento) che vedeva gelare i fiumi europei è finita da oltre un secolo e mezzo. Ma è plausibile che il periodo di riscaldamento successivo (originato da cause naturali) sia spinto a livelli estremi per concause antropiche, cioè per azione dell'uomo. Ovvero per il crescente e probabilmente eccessivo consumo di energia da combustione. Il che, ovviamente, non esclude altre concause naturali:  l'attività solare (le macchie solari), l'attività vulcanica e le variazioni della circolazione termoalina, cioè delle correnti marine.  Ma sulle cause naturali non possiamo intervenire; sulle concause umane certamente sì. E dobbiamo farlo. È una questione di sopravvivenza per molti e, comunque, di grande rilevanza per l'umanità, poichè le variazioni climatiche influiscono sulla vivibilità degli ambienti, sulla possibilità di alimentazione e, di riflesso, sui movimenti di popoli e sugli equilibri geopolitici.

Le grandi migrazioni sono connesse a carestie e a fenomeni di intervenuta invivibilità di certi ambienti. Non solo ad eventi bellici. Che possono essere anch'essi conseguenti (almeno in parte) a variazioni della vivibilità di grandi aree. Le migrazioni sono certamente da controllare e limitare ma soprattutto da prevenire. Il diritto umano alla mobilità è un conto; la disperazione che costringe fiumane ad emigrare è una piaga.

Ma alcuni, come Salvini, credono che si possa ovviare esibendo modi truci nei confronti dei migranti. Altri, come Trump, preferiscono erigere barriere e non far nulla per ridurre le emissioni, poichè questo confligge cogli interessi dell'iperliberismo trionfante, il quale prospera sulla deregulation assoluta. Per lo stesso motivo preferisce non crederci la Cina. Se la priorità è la crescita del PIL, la riduzione delle emissioni in atmosfera costituisce un vincolo incompatibile. Insopportabile da parte del sistema. Ma non dalle persone. Che fare, dunque?

Individualmente. Prepararsi precauzionalmente al peggio (magari sperando che non accada); prevenire i rischi della tropicalizzazione degli eventi meteorologici, della desertificazione e di periodi di eccezionale siccità; contribuire ad avviare azioni resilienti. Come?

Per esempio, adottando uno stile di vita che riduca l'uso dei carburanti da melma fossile: spostarsi di meno o non da soli (se si dispone di mezzi inquinanti); o puntare su una mobilità meno inquinante. Inoltre (facendo tesoro degli immani sacrifici che, di punto in bianco, ha dovuto sopportare la popolazione del Sud Africa) si potrebbe ridurre e differenziare il consumo di acqua in ville, in case monofamiliari ed ovunque ciò sia possibile. A tal fine, predisporre serbatoi diversi: per accumulo di precipitazioni, allo scopo di disporre di scorte idriche per innaffiare le aiuole o, all'occorrenza, anche per usi igienici; modificare gli impianti idrici quanto basti per poter riciclare l'acqua già utilizzata per scopi igienici.

Anche in alcuni spazi condominiali, ove la cosa risulti possibile, potrebbero essere ubicati o interrati grandi serbatoi per acqua piovana, da utilizzare per scopi non potabili, in situazioni di emergenza.

In altri termini si dovrebbe puntare all'accumulo di riserve idriche differenziate: acque piovane; e, separatamente, acque già utilizzate per docce e per altri scopi igienici, che, anzichè finire subito nelle fogne, potrebbero (in parte) alimentare la cassetta del water e forse anche essere utilizzate per irrigazione dei giardinetti. Forse si avrebbe un effetto fertilizzante (effetto eutrofizzazione da modeste quantità dei saponi usati per igiene personale). O forse le ditte produttrici potrebbero essere "persuase" a non impiegare nei saponi prodotti non biodegradabili o nocivi alle piante e alla fauna batterica del terreno. Come si sta facendo, opportunamente, per sostituire le borsine di plastica non biodegradabili, ormai in via d'estinzione.

In campagna sarebbe raccomandabile realizzare la raccolta di acque piovane (attualmente nel nostro territorio siracusano pari, annualmente, a mezzo metro cubo su metro quadrato). Nelle ville e nelle case di campagna è facile collocare grandi serbatoi esterni vicini ai tubi di gronda. Saranno antiestetici ma certamente utili. E, per prevenire il rischio di desertificazione da siccità, sarebbe consigliabile la piantumazione, accanto ai muri di recinzione, di cladodi (o cercis, o oleandri o altre piante che siano in grado di provvedere al loro fabbisogno idrico, per sopravvivere, anche solo grazie all'umidità atmosferica); o in filari nei terreni incolti. Gli oleandri, tra l'altro, sono a prova di piromani, in quanto si rigenerano dalle radici dopo un incendio. Sarebbe inoltre prezioso l'utilizzo (anche per pacciamatura) di ammendante naturale da rifiuti umidi. A tal fine basterebbe spargere sotto la chioma degli alberi la porzione umida dei rifiuti domestici, opportunamente selezionata. Il disseccamento e la decomposizione avvengono in tempi rapidissimi. I rifiuti maleodoranti (come lische ed interiora di pesce) possono essere processati in compostiere unifamiliari coperte, realizzabili in angoli del terreno abbastanza distanti dalle abitazioni rurali. Infine anche l'adozione del sistema della non-aratura, detto inerbimento (con rasatura del tappeto erboso spontaneo), potrebbe efficacemente contribuire a prevenire il rischio della desertificazione per siccità.

Per prevenire i rischi da eventi violenti (conseguenti alla tropicalizzazione del nostro clima) sarebbe infine auspicabile provvedere all'abbattimento preventivo e/o alla frequente potatura di piante d'alto fusto, almeno lì dove il loro sradicamento e la caduta di grossi rami a causa del vento potrebbero costituire rischio per l'incolumità delle persone. Cioè nei cortili e vicino alle strade pubbliche.

In barba alla decantata fine del colonialismo, la Francia mantiene molti interessi in Algeria e vuole soppiantare gli interessi italiani (o ital-ENI) in Libia. Ma nè l'Italia, nè la Francia nè tanto meno questa UE senza politica estera (e senza tante altre ragioni d'essere, che pure sarebbero indispensabili, a partire da una politica di sicurezza comune e da una politica economica e fiscale, mentre invece sopravvivono in essa interessi competitivi e confliggenti di stati nazionali e paradisi fiscali di cui Juncker sa più di qualcosa) provano a varare un progetto d'intervento umanitario e geosalvifico. Cercano solo di sgambettarsi per tutelare interessi nazionali: predatori.

Un progetto come quello sopra semplicemente (ma arditamente e irrealisticamente) ipotizzato potrebbe coinvolgere l'ONU con una missione di peaceenforcement (in assenza di un consenso sulla cessazione di ostilità in corso) o di peacebuilding (consolidamento di una pace precaria) o di peacekeeping (mantenimento della pace col consenso delle parti in causa). Il modello organizzativo per la costituzione di comunità interetniche (da proteggere e presidiare inizialmente con forze ONU e poi con forze locali, addestrate e guidate da ufficiali ONU) ci sarebbe: basterebbe mutuare quello dei kibbutz, da sostentare con finanziamenti iniziali e poi con l'emissione di una moneta locale. Le tecniche per combattere la desertificazione ci sono pure e sono antiche e semplici: zai (buche o reticolo di buche, in cui disporre un po' di terra e di ammendante vegetale); filari di pietre e di piante (per frenare l'azione del vento); ruccara (termine dialettale siciliano che indica ammassi o cordoni di pietrame, da realizzare a contenimento del suolo in pendio, per evitarne l'asporto a valle per ruscellamento di acque piovane); successivo inerbimento e rasatura del suolo (non-aratura) in uliveti e frutteti.

Forse un soggetto al di sopra di ogni sospetto di interessi di altro genere (per esempio: Banca Etica) potrebbe farsi promotrice di un tale progetto. L'idea è stata prospettata al presidente Ugo Biggeri durante la sua recente venuta a Siracusa, mercoledì 10 aprile. Ma al destinatario il suggerimento è apparso rispettabile ma "produttivo" come l'azione del calciatore che spedisca il pallone in tribuna. Valutazione realistica ma chiaramente rinunciataria. È ragionevolmente prevedibile che il progetto non sarà mai realizzato: per impotenza della UE, per disinteresse dell'ONU, per ignavia politica degli stati, per mille difficoltà oggettive. Ma già proporlo avrebbe un grande significato. E forse sarebbe possibile realizzarne uno, dimostrativo, su scala ridotta. Anche in altri territori africani del Sahara o del Sahel, poichè senza un necessario impegno internazionale in Libia (attraversata dalla guerra civile) e in Algeria (dove non si sa cosa succederà dopo la tardiva e sollecitata rinuncia al potere da parte del vecchio Bouteflika, annunciata per il prossimo 28 aprile) l'iniziativa non potrebbe essere certamente avviata con prospettive di successo.

Una cosa è certa, purtroppo: stabilizzare e pacificare la Libia e combattere la desertificazione sono obiettivi stratosferici, ai quali la nostra fauna politica e i nostri imprenditori non si curano affatto di mirare. La visione unica iperliberista riguarda solo prospettive di rientro immediato e cospicuo degli investimenti e contempla azioni competitive: non c'è spazio per progetti che riguardino le future generazioni e che mettano in campo azioni altruistiche e di solidarietà umana. E in ciò Biggeri ha ragione. Ma non rassegnamoci. Rilanciamo la palla in alto tra i pali e non in tribuna, immaginando di giocare a rugby e non al calcio. E intanto, nel nostro piccolo, individualmente, resilientemente, attrezziamo la nostra casa e il nostro campicello in modo da poter resistere ad eventi siccitosi come quello avvenuto in Sud Africa. Sono eventi con cui dovremo fare i conti sempre più spesso.