Il gip di Roma ha disposto l’archiviazione. I periti: tutto fa ipotizzare un omicidio. L’avvocato della famiglia: “Ricorreremo in Cassazione”. Tantissimi i misteri non chiariti

 

La Civetta di Minerva, 6 aprile 2019

La dottoressa Angela Gerardi, gip nel processo aperto a Roma per cercare di stabilire la verità sul presunto suicidio di Tony Drago, un ragazzo di venticinque anni che è ormai entrato nel cuore di tutti i siracusani per la sua tragica misteriosa morte, ha disposto l’archiviazione del procedimento penale.

Impossibile, a suo giudizio, sulla scorta degli indizi fin qui raccolti, indagare sul comportamento degli otto militari coinvolti o perché sospettati di aver avuto un preciso ruolo su quanto accaduto nella notte tra il 5 e il 6 luglio del 2014 nella caserma Sabatini di Roma o per non aver messo in atto quanto in loro potere per fare luce su un presunto suicidio a cui pochi riescono a credere.

Eppure i periti da lei stessa nominati nel corso dell’incidente probatorio, nell’udienza del 15 marzo 2017, dopo aver esaminato il corpo riesumato, avevano sostenuto che l’unica ricostruzione dei fatti compatibile con le lesioni riportate da Tony Drago (le gravi abrasioni da sfregamento sulla schiena come se il corpo fosse stato trascinato, la ferita alla spalla, il segno al capo di un colpo inferto da un oggetto piatto e largo) e l’analisi della scena del crimine (la distanza tra il punto in cui il corpo è stato trovato e quello da cui sarebbe precipitato volando giù da una finestra del secondo piano, lui, alto uno e novanta: “un volo al limite delle capacità umane”) era proprio quella di un omicidio, e non di un suicidio, le cui presunte ragioni, tra l’altro, sono sempre state smentite con forza da parenti e amici.

Anzi, si era anche descritto il possibile scenario: un’aggressione avvenuta in due fasi, prima il colpo alla schiena forse mentre era costretto a fare flessioni “sulle dita”, e poi quello al capo.

Causa del decesso: un enfisema polmonare dovuto ad una sorta di asfissia precedente al momento della morte, del tutto incompatibile con un suicidio che avrebbe causato una morte istantanea, forse motivata dalle percosse.

Insufficienti, per il giudice, anche i molti indizi e le testimonianze dei giorni difficili che il giovane aveva dovuto affrontare. Il racconto fatto da Tony alla sua ragazza pochi giorni prima di morire riguardo ad episodi di nonnismo di cui sarebbe stato vittima e che era intenzionato a denunciare – “Appena acchianu, faccio danno” le sue parole purtroppo mai chiarite -, i contrasti con un superiore in almeno due circostanze, secondo quanto riferito da un teste.

Per non dire delle modalità con cui sono state condotte le indagini assolutamente carenti, i referti medici sul cadavere privi di riscontri essenziali, la mancata acquisizione dei filmati registrati dalle telecamere di videosorveglianza pur presenti nel cortile della caserma e dei tabulati telefonici sulle utenze in uso agli indagati, il mistero del computer prima scomparso e poi riapparso, sequestrato addirittura dopo un mese dalla morte.

“La visione dei nastri delle telecamere che puntano sul piazzale della caserma Sabatini era stata già richiesta nel 2014 ma questa visione allora era stata negata. Durante l’incidente probatorio, i periti nominati dal giudice delle indagini preliminari hanno chiesto al nuovo comandante della caserma di poter visionare le telecamere in questione ma hanno appurato che il sistema di registrazione sovrascriveva le immagini e, quindi, adesso quelle immagini non sono più disponibili. Era necessario prenderle nel luglio del 2014, estrapolare i file e fare una perizia sui file allora – aveva detto il legale della famiglia,l’avvocato Dario Riccioli, da noi intervistato.

Troppe zone d’ombra, dunque, per poter accettare l’archiviazione, tant’è che il legale, duro nel giudizio sull’ordinanza di archiviazione, ha già avanzato l’ipotesi del ricorso in Cassazione una volta lette le motivazioni. E sono già pronti a mobilitarsi quei cittadini che si sono riconosciuti e hanno sostenuto l’azione dell’Associazione “Giustizia per Lele” Scieri con una fiaccolata per ricordare che non è più tempo di segreti di stato, di depistaggi, di coperture delle gerarchie militari.

E ci vorrà anche chi si prepari in Parlamento a prendere il testimone di quella che è stata la battaglia combattuta strenuamente dalla deputata del pd Sofia Amoddio durante la scorsa legislatura. Grazie a lei e alla Commissione da lei presieduta si può oggi sperare che si chiarisca quanto accaduto ad Emanuele Scieri, e lo stesso percorso si auspica sia fatto per Tony Drago.

Ma l’elenco resterebbe comunque incompleto perché purtroppo non ha mai avuto eguale clamore mediatico la vicenda di Salvatore Malgioglio, il diciannovenne di Francofonte, anche lui “suicidato” nel luglio del 1994 nella Caserma di Santa Teresa Riva di Messinadi cui anni addietro abbiamo seguito il complesso iter giudiziario, anch’esso chiuso con una discutibile archiviazione.

Ferite che non rimarginano.