Nel paragrafo 12 del Contratto di Governo viene abbandonata la via del potenziamento delle misure alternative

 

La Civetta di Minerva, 6 aprile 2019

Il punto sulla situazione delle carceri. Se ne discuterà in un convegno nazionale organizzato dall’associazione ALEXANDRA, dai radicali italiani, e dai licei Gargallo ed Einaudi, al liceo Gargallo il 13 aprile. L'evento ha un respiro ampio, affronta il problema sotto il profilo storico, letterario, sovranazionale.

Il mio intervento riguarderà la figura del direttore del carcere ma, portando per esperienza professionale una testimonianza diretta, allargherò il discorso parlando in generale di ciò che si può fare in carcere e cosa può e deve fare il carcere per la società, e dello spazio – a mio parere residuale – che deve avere il carcere nel sistema delle pene.

Sotto il primo aspetto, quello della figura professionale, l'attualità è poco confortante, poiché sembra andare avanti il progetto, non adeguatamente contrastato, in qualche modo avallato dal precedente governo di centro sinistra, di fare confluire i direttori nei ruoli della polizia penitenziaria. Con tutto il rispetto per chi porta avanti la proposta, va sommessamente osservato che una tale collocazione non era contemplata neanche nel ventennio fascista. Nella tradizione e nella cultura istituzionale italiana la figura del direttore è quella di un funzionario o dirigente "civile” che collocandosi in una posizione centrale attua un bilanciamento fra le esigenze di sicurezza e l'obiettivo della risocializzazione. Mi auguro quindi, e con me sono sicuro tutte le persone che portano avanti un pensiero costituzionalmente orientato, che vi sia in proposito un ripensamento.

Più in generale, vediamo un po’ qual è lo stato dell’arte, partendo dal problema endemico del sovraffollamento e dall’evoluzione normativa.

Circa il primo aspetto, come osserva nella sua recentissima relazione, presentata il 27 marzo in parlamento alla presenza del Presidente della Repubblica, il garante nazionale per i diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Professor Mauro Palma: Nell’ultimo anno la popolazione detenuta è cresciuta di 2047 unità, con un andamento progressivo crescente e preoccupante. Parallelamente però il numero di coloro che sono entrati in carcere dalla libertà è diminuito di 887 unità: l’aumento non è quindi ascrivibile a maggiori ingressi, bensì a minore possibilità di uscita. Questo dato deve far riflettere perché può essere determinato da più fattori: l’accentuata debolezza sociale delle persone detenute che non le rende in grado di accedere a misure alternative alla detenzione, per scarsa conoscenza o difficile supporto legale; la mancanza soggettiva di quelle connotazioni che rassicurino il magistrato nell’adozione di tali misure; o, infine, un’attenuazione della cultura che vedeva proprio nel graduale accesso alle misure alternative un elemento di forza nella costruzione di un percorso verso il reinserimento. In ultimo, alle ristrettezze dei numeri del personale – in questo caso di coloro che devono svolgere osservazione e redigere sintesi – che certo non seguono la crescita del numero dei ristretti”

Il progressivo aumento della popolazione detenuta porta fra l’altro con sé l’aumento del numero dei suicidi di detenuti, di atti di intemperanza e di tutti quelli che vengono classificati come eventi critici e una minore possibilità di accesso alle opportunità lavorative, culturali, formative.

Sotto l’aspetto normativo, non vi è dubbio che l’operato della maggioranza parlamentare e dell’attuale esecutivo sia coerente con il tenore del Contratto per il governo del cambiamento, nel quale si legge, al paragrafo 12, che «per garantire il principio della certezza della pena è essenziale riformare i provvedimenti emanati nel corso della legislatura precedente tesi unicamente a conseguire effetti deflattivi in termini processuali e carcerari, a totale discapito della sicurezza della collettività».

In sostanza viene abbandonata la via del potenziamento delle misure alternative, prevista nella riforma dell’ordinamento penitenziario studiata dal Ministro Orlando, che aveva portato alla promulgazione della legge delega 103/2017 e al varo degli schemi di decreti delegati coerenti con quei principi e viene riproposta, almeno tendenzialmente, l’equazione pena uguale carcere.

L’idea oggi portata avanti è quella della certezza della pena, intesa nel suo aspetto di inflessibilità della stessa e di inalterabilità della sanzione irrogata in sentenza, da espiare, così auspicano i fautori di questa scuola di pensiero, in carcere dal primo all’ultimo giorno. Una formula che, se portata alle estreme conseguenze, considera pena autentica solo quella espiata in carcere e reputa la misura alternativa, il famoso beneficio, un premio da elargire a una ristretta schiera di eletti (Cfr Riccardo De Vito, presidente di Magistratura democratica in Quale Giustizia n. 3/2018).

A ciò si oppone una idea di pena detentiva in carcere che si modifica nel tempo e prevede un graduale reinserimento nella società, che trova le sue radici in sentenze della Corte Costituzionale emanate già a partire dai primi anni 70, ed una idea di pena non incentrata sulla sola detenzione in carcere.

Per obiettività va detto che la riforma Orlando si era già arenata nel corso della precedente legislatura ad opera del precedente esecutivo e che l’attenzione al pianeta carcere e all’esecuzione penale, stimolata dalla condanna europea e dal messaggio del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, era già andata lentamente scemando nel corso degli ultimi anni. Ciò è indice del fatto che se da un lato vi è una enfatizzazione securitaria, dall’altro vi è in campo riformista la difficoltà di elaborare o quanto meno portare avanti una visione convincente, su temi - la libertà, le pene, la sicurezza - di enorme impatto.

Fatte queste brevi riflessioni di sistema, tornando al punto centrale del convegno, una riflessione sul carcere, che si tiene in un istituto scolastico la domanda è: cosa dire ai ragazzi, quali interrogativi porre loro? Metto giù alcune note sparse.

La prima è quella da cui discendono tutte le altre: lo Stato può naturalmente privare il cittadino che abbia commesso gravi reati, della sua libertà, ma non può privarlo della dignità e della speranza;

E poi, a seguire:

-        Il carcere non è sempre esistito, e non è detto che debba esistere sempre; è la forma di privazione estrema della libertà e ad esso possono essere affiancate sempre più misure che prevedono forme di privazione della libertà meno estese.

-        Quello del carcere non può essere un tempo vuoto che crea rabbia e risentimento, la pena carceraria consiste nella privazione della libertà, a ciò non va aggiunta la privazione dagli interessi, dagli affetti, dai contatti umani, da istruzione cultura, arte, sport, lavoro, cure.

-        Il tempo della pena: mi chiedo io stesso il senso della misura del tempo in carcere, cosa voglia dire un anno, due anni, cinque, dieci, in un’epoca in cui tutto cambia alla velocità della luce.

-        La pena dell’ergastolo, il fine pena mai è accettabile? (attualmente nel caso del cosiddetto ergastolo ostativo per i delitti di mafia in assenza di collaborazione la pena perpetua è effettivamente vigente);

-        Il carcere punisce ma non ricuce lo strappo sociale, dove possibile occorre mettere in atto azioni di mediazione penale e di riparazione promuovendo un incontro fra vittime e rei;

-        L’ordinamento penitenziario è un po’ un paradigma del caso Italia, vi è una enorme difformità fra ciò che è previsto nelle norme e la realtà fattuale. In più il detenuto è per forza di cose un utente debole che incontra grande difficoltà nell’esercitare i propri diritti.    

Queste alcune delle domande e delle considerazioni sul tema. Per intanto rivolgo un grazie all’amico Enzo Pennone dei Radicali Italiani che, insieme agli altri partner, si è fatto promotore di un evento che ha il grande merito, secondo la tradizione dei radicali, di tenere desta l’attenzione sul pianeta carcere.