Un prof. universitario di Trieste: “Se li avessi esaminati io, quei magistrati li avrei bocciati”. Gli zii dei bambini condannati a restituire i soldi del risarcimento: “Non li avranno mai”

 

La Civetta di Minerva, 6 aprile 2019

Un altro femminicidio che fa discutere, dopo i casi di Bologna e Genova, stavolta con una sentenza di secondo grado. Emessa dalla Seconda Sezione della Corte d'Appello di Messina, presieduta da Sebastiano "Nello" Neri, residenza catanese ma di Lentini, con giudici Giuseppe Martello e Marisa Salvo. Relatrice la Salvo. Il lentinese Nello Neri attualmente risiede a Catania dove fu sostituto fino al 1994, poi iniziò la carriera politica e fu spesso in Commissione Giustizia. Dichiarato decaduto da sindaco di Lentini per non aver lasciato l'Ars.

I fatti. Nel 2007 un uomo uccise la ex consorte a Palagonia, la cittadina della Piana di Catania nota per le sue arance. Lei lo aveva denunciato dodici volte. In primo grado i magistrati chiamati a trattare le segnalazioni furono ritenuti responsabili civilmente dell’epilogo della drammatica storia, per inerzia, per non aver dato corso a una parte delle querele presentate dalla donna. In secondo grado sono stati “riabilitati” ed è stato annullato il risarcimento pagato dallo Stato ai figli della vittima. I due pm di Caltagirone non sarebbero riusciti a evitare l’irrimediabile, se anche avessero preso iniziative. “L’epilogo della vicenda – un delitto - sarebbe stato immutabile”. Saverio Nolfo, pronto a tutto e determinato come era, avrebbe ucciso lo stesso l’ex moglie Marianna Manduca, indipendentemente dall’operato e dalle mancanze dei sostituti procuratori.

Così almeno la pensano e così scrivono i tre giudici della Seconda sezione civile della Corte d’Appello di Messina, catapultati al centro di commenti e polemiche. E neppure difesi dai colleghi, come in genere accade. Sentenza, lunga 21 pagine, che sta facendo discutere e indignare anche sui principali talk televisivi, che ha rovesciato il giudizio di primo grado emesso dal Tribunale della città dello Stretto, che era stato a sfavore dello Stato e dei due magistrati sotto esame (l’allora procuratore capo e un sostituto). Collegio di primo grado presieduto da Caterina Mangano, oggi referente di ANM per Messina, con Giovanna Bisignano e Mauro Mirenna a latere. Hanno escluso le negligenze inescusabili e la responsabilità civile dei colleghi della procura (e del referente istituzionale, lo Stato). E hanno annullato il risarcimento posto a carico della Presidenza del Consiglio dei ministri (l’autorità chiamata in causa), cioè l’indennizzo inizialmente accordato ai tre figli minorenni della donna e del marito assassino (259 mila euro, somma ridotta rispetto alle richieste).

Eppure la donna aveva ripetutamente denunciato l’ex consorte, sentendosi in pericolo. Non un paio di querele contro di lui, ma dodici denunce, nel giro di un anno, in un crescendo di paura per la propria incolumità. Intimidazioni e minacce, anche in mezzo alla strada, sotto gli occhi di tutti. Dalle percosse a una freccia metallica tirata contro, con un arco, e andata fuori bersaglio per un soffio. Il coltello a serramanico mostrato per spaventarla, con la scusa di dover pulire le unghie con la lama. Una battaglia durissima per l’affidamento dei figli, sullo sfondo. E poi l’agguato finale, senza scampo, “accuratamente programmato” per evitare che i bambini andassero a lei.

Quello che venne fatto dai due sostituti procuratori chiamati a prendere in carico la sfilza di denunce (la sentenza cita l’apertura di un procedimento penale, l’iscrizione del marito aggressivo nel registro dei reati, il temporaneo allontanamento dalla casa familiare, un coltello sequestrato e confiscato e la richiesta di un decreto penale di condanna, arrivato però dopo il delitto) non bastò a scongiurare il peggio. “Per le ultime querele – commenta l’avvocato Licia D’Amico, legale del padre adottivo dei figli della vittima – la procura non prese alcuna iniziativa, zero assoluto, sebbene l’uomo avesse rafforzato le minacce con un coltello”. Nessuno fermò la mano dell’assassino pluridenunciato e “sempre accorto nella condotta”, altra scusante trovata per i magistrati. Saverio Nolfo il 3 ottobre 2007 ferì il suocero e uccise l’ex moglie a coltellate in una strada di Palagonia.

L’assassino finì in prigione, condannato a 20 anni di carcere in un processo senza parti civili. Gli orfani vennero adottati dalla famiglia di un cugino della vittima, Carmelo Calì di Senigallia. Fu lui, assistito dagli avvocati Licia D’Amico e Alfredo Galasso, ad avviare la richiesta di risarcimento nei confronti dello Stato (nella figura del premier) e a chiedere una congrua cifra per la responsabilità addebitata ai “dipendenti” pubblici, il procuratore capo e il sostituto procuratore di Caltagirone. La prima sentenza, arrivata nella primavera 2017, accordò il risarcimento (seppure ridimensionando e di molto la cifra richiesta) e sancì la responsabilità civile dei magistrati della procura. Su parte delle denunce avevano lavorato con “negligenza inescusabile e colpevole” - venne stabilito - “non disponendo atti d’indagine” e non “adottando misure per neutralizzare l’uomo”.

Lo Stato, pur pagando i soldi ai ragazzi, non ha accettato la decisione (e non si è rivalso sui due pm). Anzi. L’ha impugnata, contrastandola. E i giudici di secondo grado hanno smontato le argomentazioni e le decisioni dei colleghi, con il verdetto depositato un mese fa. L’omicidio, ritengono, sarebbe avvenuto ugualmente, di là dell’inerzia dei sostituti procuratori. “Manca la prova del nesso causale tra l’omissione addebitabile alla procura e l’omicidio di Marianna Manduca”. All’epoca, altra motivazione, nel codice penale non c’era ancora il reato di stalking (che avrebbe teoricamente consentito, ad esempio, l’applicazione della custodia cautelare in carcere). La legislazione era diversa. E il trattamento sanitario obbligatorio o il ricovero in un ospedale psichiatrico giudiziario - sempre a parere dei giudici - non erano strade percorribili.

I figli della vittima (salvo ulteriori novità) dovranno ridare allo Stato i soldi del risarcimento ottenuto in primo grado e anche gli interessi maturati in due anni e mezzo. Ma gli zii, i nuovi genitori, intanto hanno usato quel denaro per avere un minimo di sicurezza economica e dare dignità e futuro ai tre ragazzi e al resto della famiglia allargata: hanno ristrutturato una casa e realizzato un bed and breakfast. “Sono arrabbiato – ha dichiarato ai giornali il padre adottivo – e indietro non ci torno, per nessun motivo. Che lo sappiano. Io non restituisco un bel niente. Devono passare sul mio cadavere. I ragazzi ci sono rimasti molto male. È stato un po’ come dire loro che sono invisibili. E lo siamo tutti”. L’avvocato Licia D’Amico anticipa che a breve sarà depositato il ricorso in Cassazione, per tornare a far pendere la bilancia a favore dei ragazzi rimasti senza madre e della loro serenità.

Verrà richiesto anche il congelamento del pagamento del risarcimento, che lo Stato potrebbe esigere subito, perché la condanna è immediatamente esecutiva. “Con questa inimmaginabile sentenza – accusa il legale – precipitiamo indietro di secoli, dopo la coraggiosa decisione di primo grado. Perché? Le ragioni sono corporative. I magistrati non si discutono e non sbagliano mai. A un certo punto – rende noto il legale - Palazzo Chigi si era detto disponibile a considerare l’ipotesi di desistere da future azioni giudiziarie, rinunciando a portare avanti la causa e la richiesta di annullamento del risarcimento. Invece non è andata così. La linea dura è stata mantenuta”.

Allora il premier era Paolo Gentiloni e dall’opposizione una deputata Cinque stelle attaccò le scelte del Governo davanti al Parlamento e sul blog di Beppe Grillo, schierandosi con i figli della donna uccisa. Adesso il primo ministro è Antonio Conte, a capo un esecutivo che sta mettendo a punto iniziative per rafforzare la protezione delle vittime di reati di genere femminile (in primis il “codice rosso”). Non solo. Singoli ministri di recente hanno criticato altre sentenze discutibili, legate ad altri omicidi di donne e a uno stupro. Che faranno ora? Gli avvocati D’Amico e Galasso sollecitano l’intervento diretto del premier e del guardasigilli, “per riparare alle conseguenze inique che la sentenza produce” per i figli di Marianna Manduca e “per la stessa immagine dello Stato. Gli organi rappresentativi della magistratura vengono invitati “a riflettere su questa permanente tendenza all’autoassoluzione comunque e dovunque”.

Paolo Cendon, docente all’università di Trieste e fondatore della rivista online Persona e danno: “La sentenza della Corte d’appello di Messina, che ha assolto da obblighi risarcitori lo Stato, incapace di proteggere dal marito una moglie minacciata ripetutamente di morte, è qualcosa di aberrante, vergognoso. Secondo i giudici l’uomo era talmente risoluto e pieno di odio, che ce l’avrebbe fatta comunque a uccidere. Le norme vigenti non avrebbero dato all’Autorità, secondo loro, il modo di intervenire per bloccarlo. Quindi è assoluzione per lo Stato. Si tratta di affermazioni insensate, ridicole: se come ordinario di diritto privato avessi dovuto fare l’esame a questi magistrati, li avrei certamente bocciati. Nel diritto civile – mi limito a questo – bisogna ragionare in questo modo: oltre una certa soglia di pericolosità sociale/familiare, l’obbligo di impedire l’evento, per coloro su cui tale obbligo gravi (a monte), diventa pressoché assoluto”. Mara Carfagna, vicepresidente della Camera e deputata di Forza Italia: “La Corte dice agli orfani, e a tutti noi, che quel femminicidio non poteva essere evitato e che denunciare i violenti è vano". La storia ha ispirato una fiction Rai, trasmessa di recente: “I nostri figli “, con Vanessa Incontrada