In uscita “Liberaci dai nostri mali”, di Katya Maugeri, conversazioni fuori dal carcere in cui le persone si narrano, nel prima e nel durante la reclusione, senza pietismi e senza sconti

 

La Civetta di Minerva, 23 marzo 2019

Ho incontrato per la prima volta Katya Maugeri quando venne alla casa di reclusione di Augusta con la scrittrice Simona Lo Iacono per un servizio su una messa in scena teatrale curata da quest'ultima. Subito capii che sarebbe uscita da quella esperienza ciò che in gergo chiamiamo la carcerite, cioè quella tensione verso gli ultimi, i vinti, che spinge ad occuparsi di quella parte della società che viene confinata oltre il muro. Dal dialogo che nacque con l'autrice, venne fuori l'idea di accendere i riflettori su quei passi che da qualche anno la casa di reclusione Augusta muoveva verso una riparazione sociale, operata nei confronti del territorio. Come spesso mi è successo, il dialogo prese la forma di un fitto scambio amicale e si sviluppò - fra l'altro - attraverso qualche centinaio di WhatsApp, uno dei quali, il primo sull'argomento (14 ottobre 2017), spiega un po' la genesi ed il tema iniziale del progetto:

"Ciao Katya, ti faccio un'altra proposta, che sarebbe più agile come realizzazione, abbiamo diversi detenuti che vanno al lavoro gratuitamente all'esterno, per il comune, per due scuole, per una associazione di volontariato, che ne pensi di fare un servizio su di loro? È una esperienza nella quale vengono in contatto con presidi, insegnanti, vigili urbani, tecnici comunali (e tutti hanno un ottimo rapporto con loro e potrebbero parlare di questa esperienza). Che ne pensi?"

La proposta, subito accolta, aveva come idea base oltre a quella di fare un focus su quel tipo di esperienza anche di dare voce a persone detenute in uno spazio tempo collocato fuori dall'istituzione, posto che il carcere, in quanto istituzione totale, falsa, trasfigura comunque, incrina la naturalezza, deforma la comunicazione. Invece questi incontri dovevano avvenire “fuori”, ipotizzando che lo spazio attivo e l'utilità del fare per gli altri "sciogliesse" le persone. Come spesso mi è accaduto, idee embrionali che tali sarebbero rimaste hanno trovato chi le ha raccolte, sviluppate e fatte diventare, con una serendipity, molto altro e molto più.

Katya Maugeri ha incontrato persone che uscendo fuori dall'istituto avevano modo di vivere un orizzonte diverso da quello racchiuso dentro le mura. Le ha incontrato nei luoghi dove svolgono le loro attività, ossia scuole, strade, uffici comunali, in un faccia a faccia fissato nelle bellissime immagini contenute nel libro, che danno l'idea di un dialogo libero, senza veli. La bravura dell'autrice, mossa da mente e cuore, è stata di dare vita a racconti sciolti, nei quali le persone si narrano, nel prima e nel durante il carcere, senza pietismi e senza sconti, segno questo indubitabile di fiducia nell'intervistatrice che ha fatto intendere col suo sguardo, la sua gentilezza, il suo essere se stessa, di non essere là per giudicare, ma per capire e potere spiegare a chi leggerà.

Il racconto si snoda attraverso vari capitoli, varie Ore d'aria, come le intitola l'autrice, che presentano uno spaccato generale e considerazioni sulla realtà carceraria, e attraverso il racconto delle persone, soprannominate con nomi suggestivi che danno un che di romanzesco ai racconti di vita: L'uomo col cappello di paglia, L'uomo usignolo, L'uomo dal volto scoperto, L'uomo capitano, L'uomo dal profumo di zenzero, L'uomo dai ricordi di cemento, L'uomo ombra.

E in questo spazio sospeso fra il dentro ed il fuori nascono le riflessioni dell’autrice e dei “lavoratori utili”: e i racconti di questi ultimi, nei quali ricorre il desiderio di sottrarsi allo stigma del cattivo. La stessa voglia che ho sempre notato nei detenuti che si esibiscono a teatro o nel laboratorio di canto per il pubblico esterno, o che si confrontano con visitatori esterni, essere riconosciuti come persone e non essere etichettati come mostri.

ORE D’ARIA

-        “Chi è un detenuto? Domanda semplice ed elementare. Un uomo che ha commesso un reato e sta pagando per l'errore commesso. Risposta altrettanto semplice ed elementare.

                 E cos'è il suo reato? Una colpa pietrificata, immutabile o un percorso destinato a una evoluzione?”

-        “Sono ben distante dal buonismo, attenzione: chi sbaglia deve andare in carcere e le pene vanno scontate tutte. Ma c’è un punto al quale credo fortemente: il detenuto che si rende utile attraverso mansioni all'interno del carcere, o del volontariato fuori le sbarre, riacquista inevitabilmente una sua dignità, torna a sentirsi parte di una società, stavolta in maniera preziosa. La legge identifica tutto questo come elemento fondamentale del trattamento rieducativo, poiché la recidiva, nei casi di detenuti che abbiano lavorato in carcere, si abbassa drasticamente.

RACCONTI

-        Servirebbe un secondo tempo per quelli come me. Una vita da poter intraprendere come al secondo tempo di un film, o al secondo capitolo di un libro molto lungo… Il mio primo capitolo però è durato troppo e l'ho rovinato. Ma non posso permettermi di danneggiare, oltraggiare le pagine successive. Le cattive compagnie, mio fratello è stato a lungo detenuto ed è morto in carcere; quando le hai sotto lo stesso tetto, sono devastanti.

-        È un quartiere dannato, lo è. Di quelli in cui il suono della sirena della polizia non smette di farsi sentire; blitz, palazzi alti e spaccio. Che lì equivalgono alla sopravvivenza, all'unico modo per comprarsi il pane. Ci sono bambini che iniziano a spacciare già all'età di sei anni, non lo sanno nemmeno cos'è la droga. Quella polvere bianca all'interno di quelle bustine che loro stessi consegnano a domicilio, circondati da palazzi di cemento. Quell'odore di sporco, di umido lo sento sempre addosso. Ero minorenne, una testa pazza. I reati per i quali sto scontando la mia lunga condanna sono gravi, brutti, pesanti: tentato omicidio, rapina aggravata, porto illegale di armi e abuso sessuale a una minore. Me ne vergogno. Cosa starà pensando di me, vero? Ma che ci posso fare».

-        Con l'articolo 21 (lavoro all’esterno gratuito, ndr) riusciamo a renderci utili, a instaurare nuovamente dei rapporti umani, è una bella esperienza. È una opportunità per dimostrare che non sono una cattiva persona, anche se ho sbagliato, in questo modo posso scontare le mie colpe anche con delle buone azioni: utili, buone, gentili. È un modo per farmi vedere dalle persone, come persona. Serve alla gente, per abbattere i pregiudizi, e soprattutto alla nostra anima.

Un modo semplice per dimostrare alla gente che anche noi abbiamo un cuore buono, nonostante i nostri errori. E il mio cuore adesso è colmo d'amore. Sono diventato padre e mia figlia è la torcia che illumina il mio futuro». In quella parte di cuore che odorerà sempre di cemento è nato un fiore.

-        Poi l'arresto. Finito su tutti i giornali. Anche i fedelissimi del boss dietro le sbarre. Così, dai night club, dalle serate all'insegna della coca, dall’alcol delle vittorie al gioco d'azzardo mi sono ritrovato tra quattro mura: fredde, umide, vecchie. Chiuse da sbarre, col sole lontano dalla mia pelle.

E da ultimo cito la riflessione dell’Uomo ombra sulla quale mi soffermo perché tira in ballo il lavoro che si fa in carcere, la sua utilità (in tutti i racconti viene fatto un cenno più che positivo alle attività che si fanno in carcere) e i suoi limiti:

-        I giovani che finiranno di scontare la pena e dovranno riprendere in mano la loro vita avranno lo stesso supporto e la stessa assistenza che hanno trovato durante il percorso detentivo? No. Dovranno scontrarsi con quel muro chiamato pregiudizio e dovranno nuovamente ritornare su quella strada buia, a delinquere. Perché si sentiranno traditi dallo Stato, perché si sentiranno puliti – a fine pena – ma delusi, quindi arrabbiati. E sceglieranno non la strada più facile, stia attenta, ma quella che conoscono, quella che hanno a disposizione. Quindi, a un ex detenuto – soprattutto se giovane e con una vita da costruire – bisognerebbe dare gli strumenti solidi e concreti per realizzare un percorso nuovo. Se il carcere è solo un contenitore e una volta fuori torniamo a essere uomini lasciati a noi stessi, a cosa è servito riflettere e capire gli errori? Se i pregiudizi continuano a essere un'arma contro le nostre buone intenzioni, a cosa serve la detenzione?

Solitamente quando gli operatori o i detenuti mi fanno questo tipo di domanda, dò la mia risposta da persona affetta da ottimismo patologico: Noi intanto facciamo la nostra parte, altre articolazioni della società dovranno fare la loro…