Flash mob fotografico di grande effetto per denunciare i soprusi subiti. Ma può una foto cambiare le cose?

 

La Civetta di Minerva, 9 marzo 2019

Nonostante siano trascorsi tanti anni dalla sua istituzione, continua a sussistere una certa confusione sulle origini della ricorrenza della giornata internazionale della donna e la comparsa e l’utilizzo dei social non ha modificato tale tendenza. Se le versioni più conclamate appoggiano la tesi che l’otto marzo avrebbe ricordato la morte di centinaia di operai a causa di un rogo sviluppatosi in una fabbrica di cotone di New York nel 1908 (facendo magari confusione con ciò che realmente accadde il venticinque marzo 1911 durante l’incendio della fabbrica Triangle, dove a morire furono 123 donne e 23 uomini) altre fonti ricordano che già durante il VII Congresso della Internazionale Socialista, che si tenne a Stoccarda nell’agosto del 1907, tra gli argomenti trattati ci fu quello sull’introduzione del suffragio femminile e nell’anno successivo negli Stati Uniti la socialista Corinne Brown tenne una conferenza che diede seguito a organizzazioni di manifestazioni a favore del diritto di voto femminile. Il primo woman’s day, negli Stati Uniti risale al 1909. In Italia la prima giornata internazionale della donna viene tenuta il dodici marzo 1922, per iniziativa del partito comunista. Ma è solo dopo l’ufficializzazione da parte dell’ONU, avvenuta nel dicembre 1977, che l’otto marzo viene dichiarata “giornata delle nazioni unite per i diritti delle donne e per la pace internazionale”, riconoscendo così anche il ruolo della donna negli sforzi di pace e per una piena partecipazione sociale delle donne alla vita civile e sociale del loro paese. Dal 1977, l’otto marzo viene riconosciuta come giornata mondiale per i diritti delle donne, alla quale viene associata dal 1999 la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, che ricorre il venticinque novembre.

Nel corso di questi quarant’anni le manifestazioni popolari e le iniziative istituzionali che ruotano attorno alla “celebrazione” dell’otto marzo sono incalcolabili e di vario genere. Numerose le associazioni che operano per promuovere progetti, incontri, interventi e mobilitare il contrasto alla violenza e al femminicidio. Gli strumenti utilizzati per la propaganda di questi diritti sono cambiati rapidamente, nel corso degli anni. La tecnologia ha permesso di raggiungere chiunque nel più breve tempo possibile, senza troppi sforzi. Basta avere davanti uno schermo e una tastiera.

Ma questo starà aiutando in qualche modo la riuscita che anche l’Onu si prefiggeva al momento della ratifica della Giornata simbolo per i diritti delle donne? Riusciremo realmente a diminuire in modo significativo le differenze, le prevaricazioni e le discriminazioni che le donne ancora vivono? Realtà queste, molte volte, che accadono sotto i nostri occhi o dietro ai muri di case che celano spaventose verità. Siamo convinti che si debba fare ancora molto e che la chiave di volta sia l’informazione, che diviene arma pacifica contro una condizione da cui la donna deve essere sicura di poter uscire. L’informazione è il mezzo attraverso il quale la donna sa di non essere sola. A questo proposito vorremmo portare all’attenzione del lettore una manifestazione avvenuta l’otto marzo scorso a Catania che ha visto, intorno alle ore 16 in piazza Università, un assembramento improvviso di donne per un flash mob fotografico, organizzato dal fotoreporter Francesco Nicosia in collaborazione con l’Associazione “Shamofficine” di Amalia Zampaglione. Il nome, scelto per l’evento, è l’8 sempre ed il logo è stato realizzato dall’artista ennese Lisa Barbera.

Il raduno è stato organizzato via internet (reti sociali, posta elettronica) e telefonia cellulare. All’evento erano presenti tv, radio locali e RAI News24. Non sono state ammesse sigle e bandiere di partito. Le regole dell’azione sono state diffuse con un anticipo tale da consentire alle partecipanti di prepararsi in modo adeguato, soprattutto per quanto riguarda gli indumenti da indossare: tassativamente di colore nero, fatta eccezione per un’unica partecipante che vestiva di bianco per rappresentare il risveglio, la presa di coscienza della donna. A partecipare sono state in tante e la curiosità dei passanti è stata attirata specie quando il gruppo di donne si è disposto come a formare i petali di un fiore. Ognuna di essa portava al collo cartelli con sopra scritto luoghi comuni o frasi su stereotipi di genere, dai quali, a fine raduno, si sono liberate con un gesto simbolico.

A nostro avviso manifestazioni del genere sono propedeutiche in questa società che utilizza anche un semplice scatto per spiegare ciò che a parole magari richiederebbe più tempo. Gli organizzatori si ripromettono di realizzare eventi del genere ogni otto del mese (da questo l’idea l’8 sempre) in piazze di città diverse (prossimamente anche a Siracusa). Chissà che una foto possa davvero riuscire a trasmettere la forza e la volontà a quelle donne che non riescono a parlare.