In “La duchessa di Leyra” sfilano dinanzi al lettore navi e briganti, soldati e Savoia, Borboni e dame, con scene ricche di dialoghi

 

La Civetta di Minerva, 23 febbraio 2019

De “La duchessa di Leyra” (che come titolo alternativo aveva quello di “La duchessa delle Gargantas”), romanzo incompleto di Giovanni Verga, ci rimangono il primo capitolo e un brevissimo frammento del secondo pubblicati entrambi nel 1922 a cura di Federico De Roberto, che insieme a Capuana appartenne come Verga alla corrente del Verismo.

Terzo romanzo del cosiddetto “ciclo dei vinti” (“I Malavoglia”, “Mastro-don Gesualdo”, “La duchessa di Leyra”, “L’onorevole Scipioni” e “L’uomo di lusso”), incompiuto come gli ultimi due per varie ragioni (era ormai l’epoca dei Fogazzaro e dei d’Annunzio, il verismo come metodo probabilmente non avrebbe funzionato con storie ambientate negli ambienti nobiliari e alto-borghesi, beghe familiari e questioni editoriali lo avevano amareggiato, quindi Verga si chiuse in un più che ventennale silenzio prima di spegnersi nella casa di via Sant’Anna a Catania), ha come protagonista Isabella Motta-Trao, figlia di Gesualdo Motta e di Bianca Trao, che aveva sposato il duca di Leyra dopo una contrastata relazione col cugino Corrado La Gurna (indimenticabili i passi del “Mastro” che vedono nascere l’idillio tra i giovani, condito da musica e poesia come in tante altre storie d’amore ottocentesche).

Con un certo coraggio, Roberto Disma si è proposto di completare il ciclo dei vinti, gli sconfitti dall’onda delle “magnifiche sorti e progressive” che annegano i pescatori di Trezza come i politici senza scrupoli e immense ambizioni: il giovane attore e autore siracusano, che ha fondato e dirige “Teatro alla lettera”, prima compagnia teatrale universitaria professionista della Sicilia e del Sud Italia, con il romanzo “La duchessa di Leyra” ha vinto l’undicesima edizione del premio “Angelo Musco” (sezione narrativa inedita, con menzione speciale dalla sezione narrativa giovani); riprendendo i fatti di Bronte e l’eccidio di Fantina, ripigliando le fila degli intrecci amorosi e politici che hanno costituito la microstoria e macrostoria del nostro Risorgimento, Disma – che ha pubblicato il romanzo per i tipi di A&B editrice – fa muovere i personaggi verghiani fra le taverne catanesi e il porto di Palermo, fra i salotti che sventagliano ipocrisie e pettegolezzi e la dimora del barone Pancali… sfilano davanti agli occhi del lettore navi e briganti, soldati e Savoia, Borboni e dame, descritti in una lingua che in qualche passo conserva la patina di quella verghiana, ricca di dialoghi, con scene dal taglio veloce.

Oggi più che mai, tra smanie neoborboniche e rigurgiti di nazionalismo – sovranismo è solo lo pseudonimo moderno di un atteggiamento secolare – è utile rileggere la Storia e le storie della nascita della nostra nazione e può esserlo anche ripensare alla penna di Verga attraverso il computer di un autore contemporaneo.