Rimosso da Augusta per aver sforato i dieci anni: “Ho presentato ricorso, questa legge per me non varrebbe”, “In attesa dell’udienza del Tar (fra un anno), mi dedico a foto musica cinema lettura…”

 

La Civetta di Minerva, 23 febbraio 2019

È notizia di qualche giorno fa che Antonio Gelardi (palermitano di nascita, residente a Siracusa e augustano ad honorem) ha lasciato la Casa di Reclusione dove ha lavorato per anni. Il dottor Gelardi è una nostra penna, collabora con La Civetta raccontando pezzi di vita dietro le sbarre. Questa intervista, spinta dalla curiosità per le sue sorti, vuole anche essere un omaggio a una carriera lunga e brillante. Per correttezza verso i lettori confesso di avere un rapporto di profonda amicizia con il direttore, avendo collaborato con l'istituto per molti anni. La mia intervista non sarà obiettiva, non mi sarebbe possibile.

Cominciamo dall'inizio: lasci il carcere di Augusta. Perché? 

Spero di non essere troppo complicato, la vicenda è un po' articolata. Sono utilmente collocato in graduatoria e svolgo da più di 10 anni, esattamente dal 2005, il ruolo di direttore nella casa di reclusione di Augusta, dal 1989 al 2004 ero un funzionario nello stesso istituto. Sembra che io abbia superato il limite previsto per la legge istitutiva della dirigenza penitenziaria e per la legge anticorruzione. I miei avvocati hanno però presentato ricorso per due motivi: il primo riguarda la mia condizione personale, il secondo la provvisorietà del mio incarico ad Augusta.

Provvisorio un incarico decennale?

Già, motivo per cui questa legge non andrebbe applicata per il mio caso. Il tetto massimo di dieci anni dovrebbe riguardare solo gli incarichi definitivi.

Hai già avuto udienza?

Sì, il 13 febbraio il TAR ha emesso un'ordinanza dove accoglie la mia domanda cautelare ma ai soli fini della fissazione mentre per la trattazione di merito rinvia ad una prossima udienza in data aprile 2020.

I tempi della giustizia sono sempre molto lunghi. Cosa hai pensato di fare nel frattempo? Il fatto che il Tar non abbia rigettato la domanda sembra promettere bene.

I miei avvocati stanno vagliando nuove strade, spero a breve di avere risposte.

Quale altra sede ti hanno assegnato?

Non ho ancora una sede, nell'attesa sono in ferie. Ne avevo accumulate parecchie, mi godo un po' di libertà al momento.

Stessa domanda che farei ad un detenuto tornato in libertà: come passi le giornate?

Sono tornato a godere del mio tempo senza ansia, scadenze e frenesie. Mi sto dedicando alla fotografia, alla musica, al cinema e alla lettura. Ho da poco concluso un workshop fotografico con Olga Ingurazova organizzato dalla libreria Zaratan per le vie di Ortigia. Un'esperienza bellissima e poi come sai io amo gli spazi aperti.

Quali sono le tue emozioni al momento?

Al netto di tutto penso di essere stato molto fortunato. Ho avuto il tempo per prepararmi a questo distacco, sto metabolizzando tutto da un po'. Per ora sono distratto da tutte le cose che amo ma che non avevo modo di praticare per mancanza di tempo. 

Cosa ti manca o cosa pensi ti possa mancare del carcere?

Le persone, la squadra. Eravamo una grande famiglia che lavorava insieme. Ogni cosa trovava una sua soluzione nell'economia di un circuito imperfetto ma funzionante. Siamo riusciti a fare piccoli miracoli. Uno fra tutti abbattere il muro del pregiudizio aprendo le porte alla società esterna. È stato un rapporto reciproco tra autorità, associazioni, club service, realtà scolastiche e istituto. Ogni evento è stato realizzato grazie a un lavoro sinergico tra l'amministrazione, la popolazione detenuta e la polizia penitenziaria. Abbiamo fatto grandi cose con poco, spesso pochissimo, a volte davvero con niente. Mi manca Enzo Maiorca da anni, a lui abbiamo dedicato la sala teatro. Mi mancherà Patrizia, sua figlia. Abbiamo avuto l'onore di avere un convegno sull'arma della riconciliazione con Agnese Moro e Adriana Faranda, lezioni di vita che non posso dimenticare. Sono stati nostri ospiti Caterina Chinnici, Maria Falcone, Giovanni Bachelet. Abbiamo organizzato “apericelle” e “cene galeotte” per raccogliere fondi a favore di detenuti indigenti. Momenti di grande integrazione come i progetti teatrali con le scuole o quell'emozionate incontro tra disabili e detenuti. Mi mancherà tutto questo.

Hai salutato i detenuti?

Per via del ricorso la mia situazione è stata in bilico, alla fine ho fatto tutto di fretta e non sono riuscito a farlo. Ho salutato tutto il personale e idealmente ho mandato il mio saluto anche ai detenuti.

Chi è Cesira Rinaldi per te?

Dovrei dire il mio direttore aggiunto ma lei per me è una sorella. Le auguro grandi soddisfazioni a Gela, sua nuova sede. Quasi la immagino mentre va a lavoro in macchina con il suo inseparabile Linus.

Hai qualche rimpianto?

Il tempo trascorso tra le carte, troppa burocrazia, troppi monitoraggi, compilazione dati. Troppo poco tempo per le persone. Avrei preferito dedicare più tempo ai rapporti umani ma le incombenze erano troppe.

Il tuo modus operandi, che a mio modesto parere potrebbe chiamarsi “metodo Gelardi”, prevede tra le varie cose l'uso del termine risocializzazione e non rieducazione come vorrebbe la Costituzione. Perché?

La rieducazione prevede una presenza passiva, qualcuno educa e l'altro subisce magari ripetendo a pappagallo frasi fatte tipo: “Mi pento e mi dolgo...” La pretesa è quella di cambiare anima o cervello, cosa che reputo impossibile. Questo termine mi sembra sovietico. Al contrario il processo di risocializzazione prevede impegno, collaborazione attiva senza formule prestabilite. Lo scopo è quello di inserire nuovamente il detenuto nella società.

Sui social molte persone ti hanno dimostrato affetto.

Ho trovato molta sincerità nelle parole dei tanti amici che hanno condiviso il loro dispiacere. Molti legami si sono creati in questi anni, continuerò a coltivare queste amicizie con molto affetto.

Se avessi un jukebox (potrei dirti spotify ma tu sei vintage e ti farei un torto) quale canzone sceglieresti come colonna sonora di questo momento?

Lontano dagli occhi di Sergio Endrigo (ma nella versione di Gianna Nannini) e La casa in riva al mare di Lucio Dalla. Sono due canzoni che mi ricordano “Ritorno al Castello Svevo”. Un concerto svolto eccezionalmente nel cortile interno del maniero di Augusta dopo un accurato lavoro di pulizia a cura dei detenuti. Quelle mura raccontavano storia, non era un luogo posticcio come tutti gli ambienti restaurati, era un luogo autentico. Mi sono ripetuto più volte che era un progetto troppo ambizioso, alla fine siamo riusciti anche grazie a un lavoro sinergico con l’amministrazione comunale e le associazioni. Ricordo quando in un sopralluogo al castello ho guardato tra le sbarre e le parole di Dalla hanno preso colore: “dalla sua cella lui vedeva solo il mare...”