Con la “secessione dei ricchi” possibile la regionalizzazione della scuola pubblica e la fine del Servizio Sanitario unico

 

La Civetta di Minerva, 23 febbraio 2019

Recentemente, in prossimità delle decisioni che dovrà assumere il Consiglio dei ministri, finalmente, si sono accesi i riflettori sulla cosiddetta “autonomia differenziata” di alcune regioni del nord, in particolare di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna a cui si è subito associata la Liguria; vediamo da vicino cosa sta per succedere di tanto importante nel funzionamento dello Stato.

Non si sta discutendo, cosa auspicabile, di abolire lo Statuto speciale delle cinque regioni periferiche dell’Italia (Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige), che ormai ha svolto in pieno la sua storica funzione e che produce ogni giorno di più strumenti di privilegio e di spreco di denaro pubblico; si fa strada invece la scelta di riconoscere l’autonomia finanziaria alle varie Regioni ricche che la chiedono. E il Veneto ha pure chiesto autonomia sui contenuti didattici. Per capire la posta in gioco basta analizzare gli effetti di una simile manovra sulla scuola: non avremmo più un unico sistema nazionale di istruzione ma tanti sistemi regionali quante sono le Regioni con autonomia differenziata. Il personale amministrativo e docente statale passerebbe alle dipendenze della Regione e ad esso si aggiungerebbe un’aliquota di personale ministeriale che verrebbe trasferito da Roma alle Regioni beneficiarie. I soldi di cui ogni amministrazione scolastica potrà disporre verrebbero determinati in rapporto al reddito pro capite della regione di appartenenza, il che comporterà per le Regioni del Nord che adotteranno la nuova autonomia, mediamente, una ricchezza doppia rispetto alle regioni meridionali come doppio è, mediamente, il PIL, Nord 32%, Sud 17% (Istat 2017). In pratica: Regioni ricche: scuole ricche; Regioni povere: scuole povere.

Il Ministero dell’Istruzione verrebbe svuotato e depotenziato delle sue principali funzioni e dei suoi apparati direzionali e ispettivi; non avremmo più un unico centro di programmazione e di indirizzo nazionale per le riforme; non più un coordinamento centrale dei processi di cambiamento; non più un controllo ispettivo centrale della gestione educativa.

Ma non basta: nella lista delle richieste ci sono anche le opere d’arte; tutti quei gioielli museali che attualmente fanno capo al governo statale e che con l’autonomia potrebbero passare a quelli regionali; l’intesa parla di passaggi in cui viene richiesto il trasferimento delle competenze per la «valorizzazione dei beni culturali e ambientali, promozione e organizzazione di attività culturali». Ovviamente maggiore sarà il numero di competenze trasferite maggiore sarà la percentuale di Irpef che le Regioni chiederanno allo Stato per poter finanziare la spesa. Non a caso, nella bozza, si legge che le Regioni chiedono «l’attribuzione delle relative risorse umane, finanziarie, e strumentali». I costi dipenderanno in misura crescente dal gettito fiscale regionale. 

Il tentativo di spaccare il paese ha coinvolto quasi tutti visto che anche l’Emilia-Romagna si è assestata sempre di più sulle posizioni autonomiste delle altre due regioni a trazione leghista che hanno promosso l’iniziativa. Per adesso la diatriba si mantiene in stand by perché legata al quantum ovvero se i soldi da trasferire saranno legati al costo storico delle materie delegate alle regioni cioè quanto ha speso finora lo Stato per gestirle in proprio, o sul costo standard che premia le regioni più virtuose in grado di risparmiare risorse e non sprecarle.  Potrebbe essere questo “piccolo” cavillo a fermare lo spacca-Italia. Tra le richieste di Lombardia e Veneto ci sono anche la gestione delle infrastrutture autostradali e stradali oggi in capo all’ANAS e la gestione di aeroporti come Malpensa o il Marco Polo di Venezia. Si passerebbe dalle nazionalizzazioni propugnate da Toninelli ad una parcellizzazione dei beni statali che verrebbero trasferiti alle regioni, ovvero di beni che sono stati pagati e mantenuti con i soldi di tutti i cittadini italiani che hanno pagato le tasse (a questo proposito, sarebbe bene ricordare che i dati sull’evasione danno a queste regioni un triste primato n.d.r.) che sarebbero acquisiti dai nuovi padroni senza alcun corrispettivo.

In campo sindacale, finalmente, sembra che si siano accorti della pericolosità dell’operazione e pare sia in corso una mobilitazione ed è stato sottoscritto un documento di protesta da Flc-Cgil, Cisl-Scuola, Uil-Scuola, Snals, Gilda, Cobas e Unicobas oltre che da una ventina di associazioni di docenti e studenti.

Ed è la prima volta, dopo molto tempo, che non si realizza nel mondo della scuola una unità di intenti così ampia il che fa ben sperare. La mobilità professionale lo scambio culturale e l’autonomia scolastica saranno violate da controlli regionali in netto contrasto con la previsione costituzionale. La stessa libertà di insegnamento, che è prima di tutto finalizzata al diritto all’apprendimento, sarà messa in dubbio dalla disparità di trattamento del personale a seconda della regione in cui si lavora. Flc-Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola, hanno scritto al premier Conte e ai presidenti delle Commissioni Istruzione di Camera e Senato, per denunciare “le gravi conseguenze legate al conferimento di maggiori poteri alle Regioni in materia di istruzione”, anche il Coordinamento universitario sembra deciso scendere in campo; speriamo si allarghi il fronte degli oppositori per impedire questa follia disgregatrice che rischia di esacerbare le spinte localistiche del tipo: prima gli italiani che poi diventa prima i lombardi o i veneti o i siciliani e così via lacerando fino a fare del nostro paese una landa desolata patria degli egoismi e facile preda, in un mondo globalizzato, della finanza sovranazionale.