Il punto è proprio qui: salvare vite umane, salvare sempre e comunque gli ultimi tra gli ultimi

 

La Civetta di Minerva, 9 febbraio 2019

C’ero anch’io sulla costa bluette davanti alla Sea Watch, nei giorni della merla. Ho visto molti di noi attraversare passerelle scomode e basculanti poggiate su munnizza e rocce aguzze. Dietro di noi, una costa vilipesa da decenni di incuria e veleni, davanti a noi una nave con 47 persone in fuga da anni da trarre in salvo; dal mare, dallo stesso mare più o meno bluette, vilipeso da decenni di incuria e veleni.

C’erano anche i cori polifonici, con il vento sul viso e lo sconcerto sui volti, a cantare inni di pace e polifonie di benvenuto, sulla costa di munnizza e veleni; e persino qualche bandiera, magari dall’icona tradita.

Nessuno di coloro che erano lì, in quei giorni, ha pensato di lasciare soli 47 esseri umani in balia del mare bluette di mercurio, tra pesci con due lische e tre gobbe: tutto sommato, sarebbero scesi su una costa che li avrebbe accolti tra canti, munnizza e veleni, proprio ultimi tra gli ultimi; dentro una periferia industriale triste e degradata, non di certo nella cornice dorata di Ortigia.

Ma il punto è proprio qui: salvare vite umane, salvare sempre e comunque gli ultimi tra gli ultimi, se a qualcuno fosse sfuggito il perché di tanta (e troppo poca) mobilitazione, perché non facessero la fine di altri 117 come loro, solo qualche ora prima, in mari non lontani. E ben vengano le scomode passerelle da parte di chi pensa che questo sia giusto, ben venga che a farlo sia il primo cittadino di una città, che decide di assumere una posizione tanto eticamente corretta quanto oggi scomoda e che rischia di ribaltarsi da quella passerella, insieme a chi decide di esserci, indossando per la sfilata l’abito da buonista retrodatato e nostalgico in cerca di una gloria troppo amara, cosparsa com’è dagli stessi veleni industriali che ammorbano l’aria e che hanno trasformato pochi tra gli ultimi e troppi tra i meno ultimi di questo nostro Paese in strani esseri che zampillano irridenti dagli inferi e vomitano parole al mercurio e satira al veleno.

Salvare vite umane diventa oggetto di dibattito forbito, di fastidio, di paragoni illogici e precedenze senza senso dentro strade buie, come se questo si opponesse ad un prima degradato, triste, irrisolto, velenoso e avvelenato che nulla ha a che vedere con l’emergenza del durante.

L’emergenza del durante non è in contrasto né esclude l’emergenza di questa nostra isola vilipesa e ferita che, al posto della speranza, agli ultimi autoctoni ha regalato disperazione prima e rabbia dopo, contro chi per troppo tempo li ha lasciati colpevolmente ai margini, rabbia ogni giorno di più dirottata (proprio come si fa con le imbarcazioni dei migranti) contro gli ultimi tra gli ultimi, che ‘tanto ultimi non sono se stanno in crociera’, in un clima che alimenta odio e non prospetta soluzioni. Gli stessi ultimi che spesso annegano dentro mari dove strani pesci si ingozzano di carne umana, che vengono da Paesi ‘così vicini e mai così lontani’, non di rado sfruttati e armati proprio da chi dice di doverli aiutare a casa loro, dove regnano miseria, carestie, violenze dentro lager, guerre civili e dittature talora appoggiate dagli stessi Paesi Europei che non ‘possono’ più accoglierli, gli stessi che quando non muoiono nei lager libici o in mare nutrono la stessa speranza dei ‘nostri ultimi’, la speranza in un futuro migliore.

L’altro punto, quindi, quello che viene ‘prima’, è proprio qui: dalla retorica più o meno forbita su giornali e su web, emerge che non ci sono ultimi tra gli ultimi, ma che piuttosto ci sono ultimi e ultimi. Ci sono ultimi che possono anche annegare nei mari di veleni, ammorbati dalla disumanità, e ultimi (e meno ultimi) che vengono prima di altri; ci sono veleni nell’aria che non dobbiamo più respirare (e mi pare sacrosanto) e fetori che possiamo sopportare, dipende da quanto siano prossimi.

Perché ‘ama il prossimo tuo come te stesso’ pare sia funzionale a quanto è prossimo (e sta diventando così prossimo da non far sentire più il respiro del mondo), altrimenti diventa ‘odia il lontano tuo come se non ci fosse’, sino al punto da sorridere a denti stretti, sornioni e sarcastici, delle polifonie ‘strappalacrime’ cantate dal coro fuori dal coro e irridere e sbeffeggiare chi decide che ultimi, in fondo, possiamo essere tutti, poiché nulla dentro le nostre grigie categorie spazio-temporali che durano un corpuscolo di infinito, ci rende in eterno primi rispetti ad altri.

Se ‘I demonidi dostoevskijana memoria è un libro profetico, non è solo perché annuncia il nostro nichilismo, è anche perché mette in scena delle anime straziate a morte, incapaci di amare e sofferenti per non riuscire a farcela, che vogliono e non possono credere, quelle stesse anime che popolano oggi la nostra società e il nostro mondo spirituale, tanto per citare Camus.

Il punto è, alla fine dei giochi, che a Aleksej Nilič Kirillov, affetto da smania nichilista, e a Nikolaj Vsevolodovič Stavrogin, demone per eccellenza sempre padrone di sé e perfetta rappresentazione del "male morale assoluto", io nonostante tutto continuo a preferire Stepàn Trofìmovic, poeta incompreso, magari ingenuo e sentimentale, di certo simbolo di decadenza e delle "colpe dei padri" da cui non si può rifuggire, ma dal quale giungono le uniche poche parole di conforto per il lettore del romanzo.

Forse è impossibile, proprio come dice Dostoevskij, “amare il prossimo nostro come noi stessi”, ma in merito a questo mi preme ricordare proprio le parole profetiche tratte da un altro suo romanzo, ‘I fratelli Karamazov’, e pronunciate da Zosima: “Ciascuno di noi è colpevole di tutto e per tutti sulla terra”; e vale per ogni tempo della storia dell’uomo, a cui nessuno può sottrarsi.