Samantha Intelisano: “Che significa far teatro in carcere? Con l’atmosfera giusta, lo spazio diventa un altro luogo”

 

La Civetta di Minerva, 26 gennaio 2019

L'anno inizia presso la casa reclusione di Augusta all'insegna del teatro, anzi dei laboratori teatrali. Subito dopo le vacanze hanno fatto il loro primo ingresso in istituto gli studenti del liceo Arangio Ruiz per dare vita al laboratorio congiunto detenuti e studenti, che si concluderà, dopo cinque mesi di prove che si tengono due volte la settimana, ai primi di giugno con la messa in scena dell'opera di Goldoni “Gli innamorati”.

Come stanno i lettori de La Civetta, lo svolgimento del laboratorio costituisce ormai una tradizione ed è giunto al suo nono anno. Alcuni studenti sono dei veterani, giunti al loro terzo o addirittura quarto anno, e sono degli aficionados di questo esperimento raro di integrazione e scambio. Lunedì della settimana che finisce è andato in scena un altro scambio: i detenuti della compagnia temporaneamente stabile, secondo gruppo teatrale della casa di reclusione, hanno portato in scena delle letture tratte dall'Antigone e i ragazzi della scuola media Corbino hanno ricambiato con una pièce tratta da Le Nuvole di Aristofane, su idea della Professoressa Cettina Messina. Entrambi i lavori si soffermano sulla vexata questio della giustizia e del rapporto fra il diritto naturale ed il diritto scritto. Ad assistere sono stati 150 studenti della scuola media e 20 bricconcelli della scuola elementare (così li definisce la vulcanica Preside Sergi, che ancora una volta promuove e gestisce una iniziativa insieme alla casa di reclusione).

Da ultimo, last but not least, parte un nuovo laboratorio e ce ne spiega il senso Samantha Intelisano, attrice e regista, che lo seguirà: “Cosa dire in merito al teatro, ecco non è semplice interrogarsi sulla faccenda, lo trovo qualcosa di cosi complesso e sfaccettato che si rischia di categorizzare o assolutizzare a volerlo definire; a dire il vero non ne sento l’esigenza. Potrei dire che è un luogo di incontro, un luogo di libertà, ci sono aspetti del fare teatro che mi affascinano più di altri e ci sono opportunità che mi muovono verso, che danno direzione al mio lavoro, ma è una cosa molto personale. Molto spesso sono i luoghi che mi affascinano o che mi dirigono verso possibili sviluppi; ad esempio, quando sono stata accompagnata all’area teatro del carcere di Augusta, ho visto una grande sala con palco all’italiana, tanti posti a sedere, attrezzature ecc… non si allontanava dall’immaginario comune di un teatro, e neppure il fatto che si trovasse all’interno di un istituto di pena lo rendeva tanto diverso da quelli che si vedono in qualsiasi altro posto, invece quasi di fronte a questo spazio c’è la biblioteca; per me quel luogo era, ed è tuttora, carico di fascino e di significato, forse perché ci sono tantissimi libri, forse perché contiene tutte le parole che vorremmo dire, o parte di esse, forse qualcuno le ha scritte cosi bene che vorremmo siano restituite a un pubblico, come se fossimo stati noi a pensarle o a dirle per la prima volta. Quando dico “noi” mi riferisco al gruppo che incontrerò, con cui lavorerò. Ecco non penso che si debba per forza fare teatro utilizzando un testo teatrale e mettere in scena gli attori a servizio di questo. Gli attori possono scegliere quali letture risuonano in loro, quale testo li affascina e la biblioteca mi sembra un buon punto di partenza per cercarne di utili. Dunque dare vita ad uno spazio. Servirsene, restituirgli la sua funzione o addirittura regalargliene un’altra, solo per il fatto che lo si popola.

“Un’altra questione è l’incontro, grazie all’incontro si fa teatro, grazie al fatto che un gruppo di persone, e qui mi sento di dire che non faccio distinzione se detenuti o meno, si uniscono con la comune intenzione di fare, che si incontrano delle ore ad appuntamenti cadenzati, in uno spazio che potrebbe diventare qualsiasi altro spazio ( perché questo è uno dei tanti poteri del teatro) alla ricerca di un possibile sé (il lavoro dell’attore),che non sia quello con cui facciamo i conti tutti i giorni, ma altro, qualcosa di nuovo, una scoperta. Dunque cosa significa fare teatro in carcere? Nulla di diverso, per quanto mi riguarda, che farlo altrove, con la sola eccezione che lo si fa in un posto ostile, dove non tutto è permesso, dove non è semplice servirsi in maniera indipendente del tempo, degli spazi e degli oggetti. Ma rimane di fatto che l’incontro avviene e che il risultato lo determina la presenza di ogni singolo individuo, dunque non stabilisco nessun testo, nessun personaggio, nessuna scena e tantomeno la impongo.

“Il mio intento è quello di essere a servizio del risultato di questo incontro, accogliere questioni che riguardano me e il gruppo, interrogarci insieme, raccogliere tali questioni e svilupparle per mezzo del linguaggio artistico. Se questo sia terapeutico, rieducativo o ancor peggio ricreativo non è la questione sulla quale pongo l’accento, sono lontana da questo intento. Posso dire invece che il risultato più soddisfacente che ho raggiunto in passato è quello che, mentre si fa teatro in carcere, se questo ti riesce davvero, se si crea l’atmosfera giusta, ci si dimentica di essere in un istituto di pena e lo spazio diventa altro luogo, che potrebbe essere ovunque o addirittura in nessun posto e accade allora che pochi metri quadrati di spazio potrebbero diventare quel “nessun posto” o il teatro, ma di sicuro non il carcere. Questa operazione che mi allontana dai luoghi, che li trasforma e che mi trasforma, è una esigenza personale, non la metto in atto per qualcuno ma con qualcuno, da qui parto, questo è l’inizio…”

Il prosieguo lo racconteremo nei prossimi mesi agli amici de La Civetta