Anche quando puzza di acre e di esalazioni industriali. E’ sempre una gioia tornare per un fine settimana: un po’ casa, un po’ vacanza

 

La Civetta di Minerva, 26 gennaio 2019

Siracusa è una città alla quale sono parecchio legata, pur se nelle mie vene scorre sangue catanese. Non è solo in memoria delle estati della mia infanzia trascorse tra Fontane Bianche e la Fanusa. Non è solo perché parte della mia famiglia la considera casa propria. Non è solo perché ho avuto la fortuna, nel corso degli ultimi dieci anni, di aver collaborato con la migliore redazione giornalistica locale. A Siracusa sono legata anche perché, l’anno scorso, ha incorniciato il sì sussurrato a mio marito, di fronte all’imponente altare del Duomo. Ecco perché Siracusa è un territorio sul quale, di tanto in tanto, sento il bisogno fisico di poggiare i piedi, respirando l’aria iodata, accecata dal bagliore dell’arenaria.

A Siracusa, pure quando piove e quando i lampioni illuminano una coltre di umidità, non fa freddo. Ho trovato una città apparentemente silenziosa, con le luminarie di Natale ancora accese e, in compenso, ben pochi faretti strategicamente piazzati per illuminare le erbacce del tempio di Apollo.

Sotto una luna quasi piena che illuminava a’ facci dispirata e il mare increspato – senza solarium, oggetto di polemiche estive –, Siracusa appariva brulicante di vita, il sabato sera; non solo turisti, che pure facevano capolino e si riconoscevano dai sandali a piedi e il gelato in mano, ma anche tanti siracusani. Le famiglie con passeggini al seguito erano le più numerose: i bambini correvano, facendo la gimcana tra le coppie dalle mani allacciate e la teca vuota del defibrillatore semiautomatico, in bella mostra in quel suo verde sgargiante. Nelle viuzze della Giudecca, quiete e tortuose, tutte anfratti fioriti e cortili bui, risuonava l’eco dei miei passi, quasi si trattasse di una zona off limits, un ghetto nel cuore della città, con intere palazzine e loft ristrutturati in vendita ad acquirenti benestanti. 

La domenica mattina, le papere starnazzavano, mentre i raggi di sole accarezzavano il passìo della Marina, la zona portuale in costruzione, i venditori abusivi bengalesi, gli speroni di ferro divelto e arrugginito. Ristoranti e locali erano pieni, come vuole il berlusconiano assioma: vicino al mercato, nei vicoli di Ortigia, perfino nelle zone più “periferiche” di via Montedoro e del Pantheon, turisti e oriundi restavano in fila per consumare un pasto, preferibilmente a base di pesce. Anche la Chiesa di Santa Lucia alla Badia era aperta: mostrava il suo pavimento di piastrelle bianche e blu e il Caravaggio scuro, dietro l’altare, lontano il più possibile dai flash che potrebbero danneggiarlo.

Il nostro viaggio di ritorno verso l’Etna è stato interrotto da una doverosa sosta a Brucoli, paesino ventoso e polveroso che stenta a decollare, come dovrebbe e potrebbe un gioiello sul mare. Anche lì, i (pochi) locali aperti erano zeppi di famiglie allicchittiate e attirate dal profumo del pranzo della domenica. Augusta, invece, mantiene il suo caos di auto, i muri pericolanti puntellati da pali arrugginiti, oasi naturali dimenticate, le navi militari sullo sfondo e, anche qui, zone portuali in costruzione.

Siracusa, quando ci vado, la respiro a pieni polmoni. E mi rendo conto che la città, quando l’aria è tiepida e immota, puzza di acre e di esalazioni industriali. Ci torno sempre volentieri, però, per il mare, per l’arenaria, per l’arte e perché è una città nella quale ci si sente bene. Alla quale, nonostante tutto, si vuole bene.