Persino nei raduni familiari tutti con gli smartphone. Chi è iperconnesso è sempre presente, ma lì e altrove, invece che qui e ora

 

La Civetta di Minerva, 12 gennaio 2019

Sguardo basso, le dita che digitano freneticamente, totale estraniazione dal contesto: così vi sono, probabilmente, apparsi fratelli, cugini, nipoti e, talvolta, i loro ben più attempati genitori, durante le festività natalizie. È un male comune, ai nostri giorni, quello di essere dotati di un cellulare connesso ad internet quale prolungamento naturale della propria mano, tanto che non riusciamo a separarcene nemmeno durante momenti tipicamente conviviali. Quanti di voi hanno scattato foto alle tavole imbandite, prima di iniziare il pranzo di Natale e quanti, invece, hanno condiviso online il conto alla rovescia del capodanno?

Su questo fenomeno è incardinata la ricerca di Jean Twenge, una studiosa californiana che ha analizzato, tramite statistiche e indicatori di cui vanta l’attendibilità, l’impatto che la realtà virtuale ha sulla attuale generazione di adolescenti. Quello che per le vecchie generazioni – nate in un mondo cartaceo prima, analogico poi – appare come una conquista delle moderne tecnologie, è scontato e ordinario per i bambini di oggi. Perfino i millenials – quelli cresciuti negli anni duemila, salutati come la generazione del cambiamento e dell’avvento di internet in tutte le case – hanno vissuto, inizialmente, in un mondo fatto di cellulari che facevano solo chiamate (squilli, tutt’al più, per dire “ti penso”) e massicci apparecchi che si connettevano al mondo virtuale con lentezza infinita e suoni striduli. I giovanissimi, invece, sono nati con uno smartphone in mano: sanno sbloccare lo schermo touch, sanno raggiungere Youtube e rimangono incantati di fronte a video dalle melodie ripetitive e colori psichedelici. Anche l’età di accesso ai social network è sempre più bassa e la comunicazione in tempo reale, tramite app che dicono perfino se e quando il messaggio è stato visualizzato (con buona pace dello squillo di risposta, per dire “ti penso anch’io”), è la normalità.

Secondo la Twenge, che insegna psicologia all’università, la iGeneration – quella che dispone di un iPhone, appunto – è una generazione caratterizzata da otto “i” e non tutte rimandano a concetti positivi. Iperconnessione, infatti, equivale ad incorporeità e ad isolamento: ed ecco che, a tavola con amici e parenti, invece di parlare, si chatta tramite uno schermo; o che, ancora, durante un viaggio in auto o in treno, invece di ammirare il paesaggio e leggere un libro, si fa un giochino sul telefono. Chi è iperconnesso è sempre presente, ma lì e altrove, invece che qui e ora.

La iGeneration è fatta di incertezza ed indefinitezza: è una generazione che non pensa se non ha l’approvazione del mondo virtuale e che non critica se non ha una tastiera a proteggerla. È una generazione immatura, che non assapora le conquiste dell’indipendenza dai genitori, quelle scosse di adrenalina che infonde il “sentirsi grandi” per le prime volte: è, infatti, secondo la Twenge, una generazione sedentaria e che preferisce vivere in modo immateriale. Questo non vuol dire, ovviamente, che chi vive la pubertà ai giorni nostri sia irrimediabilmente destinato a diventare un nerd, ma che, statistiche alla mano, i ragazzini di oggi escono meno, hanno meno amici (quelli veri, perché quelli su Facebook non valgono) e si sbronzano meno (il che è forse un bene, ma conferma il quadro delineato dalla studiosa).

Tutto questo comporta una maggiore instabilità psicologica: non solo, infatti, la retroilluminazione costante dei monitor fa diminuire il sonno e ne peggiora la qualità, ma esiste anche una proporzionalità inversa tra la felicità patinata dei pixel condivisi sui social network e l’infelicità della vita reale, tra la profondità delle frasi filosofiche scopiazzate e ripubblicate online e la consistenza dei propri pensieri. La solitudine e la necessità – l’obbligo sociale, quasi – di mostrarsi felici e di successo si mescolano in un cocktail velenoso, dagli effetti nefasti: il numero di adolescenti sull’orlo di una crisi di nervi è più che raddoppiato in meno di dieci anni.

L’unico aspetto positivo evidenziato dalla Twenge, l’ultima delle “i” della nuova generazione, è quello della inclusività: coloro che, grazie alla diffusione di internet, sono cresciuti senza confini e senza barriere hanno, potenzialmente, un pensiero più aperto, più tollerante e privo di pregiudizi morali. Un pensiero meno discriminatorio e più inclusivo rispetto a quello delle generazioni precedenti.

C’è del buono, dunque, se ci si allontana il monitor e ci si connette con l’esistenza.