Strapotere delle imprese e devastazione del territorio. Pippo Fava scrisse: “L'avvelenamento di centomila abitanti del territorio per gli scarichi chimici costituivano… le truffe dell'imprenditoria del Nord”

 

La Civetta di Minerva, 30 luglio 2019

II polo di Siracusa già agli inizi degli anni ’60 assumeva dimensioni di primo piano rispetto alla chimica nazionale ed europea, come capacità di produzione e raffinazione, per incremento occupazionale ed impiego di capitali. Ma anziché realizzare obiettivi di riforma sulla base dei procedimenti di ristrutturazione nelle situazioni di arretratezza, si diede l'avvio a progetti speciali elaborati autonomamente dalla programmazione.

Si sarebbe dovuto garantire la concretezza e l'efficienza degli interventi nei campi della scuola, sanità, captazione e utilizzo delle acque, sistemazione del suolo, trasporti e viabilità (molti localizzati al Nord). In realtà si favorirono ulteriori vantaggi esterni alle imprese. Soprattutto la progettazione e l'esecuzione delle opere furono affidate dalle Regioni ai grandi gruppi industriali, scaricando sugli enti pubblici costi aggiuntivi e incontrollati. Quindi si avviarono le infrastrutture con la solita logica degli incentivi, con la convinzione di accogliere gli imprenditori ed eventualmente riparare ai loro "deficit" pagandoli, giacché sarebbe più importante ciò che si apporta (il lavoro) che quanto si sottrae (energia) e si arreca (danni).

Intorno alla metà degli anni '70 questa filosofia incominciò ad apparire evidente fra la gente della "miracolata provincia". Si scoprivano le incapacità dei responsabili aziendali, i loro errori, i loro falsi atteggiamenti ed ambiguità; in fondo il sopraggiunto industrialismo chiedeva legittimazioni e fiducia nell'assicurare in un certo tempo "tutti i fondamentali bisogni" alla pari della realtà immaginata e sperimentata al Nord o altrove.

In quel periodo il piano chimico nazionale proposto aveva individuato alcune aree d'intervento privilegiato: la Valle Padana, la Sardegna, la Puglia e la Sicilia. Qui l'inserimento fu quello della Liquichimica con cui sembrava avviarsi il processo di potenziamento verso il ramo bioalimentare, in quanto le normal paraffine dovevano essere utilizzate come substrato alle bioproteine presso l’impianto di Saline in Calabria. Successivamente si insediava a Marina di Melilli la nuova raffineria Isab costruita in tempo record, con migliaia di ore di straordinario, cottimi, subappalti e fortemente pubblicizzata come non inquinante. Nella stessa zona era stata costruita rapidamente la Cogema per estrarre magnesio dall'acqua di mare.

La Montedison nel 1974 aveva previsto circa 465 miliardi di lire d'investimenti per 3.050 nuovi posti di lavoro ma la sua realizzazione restò in parte sulla carta. Infatti, successivamente, nel 1976, annunciò l'installazione di un impianto di anilina, primo passo verso la decantata chimica fine e secondaria per circa 50 lavoratori e circa 30 miliardi di lire. Questo sarebbe stato finanziato dall'Irfis, costruito e condotto in joint-venture con la I.C.I. (una società inglese), avrebbe erogato una quantità di prodotto doppia di quella utilizzabile dal mercato italiano e quindi esportabile. Ma per la forte opposizione popolare non si costruì.

Negli anni ‘70 l'apparato politico nazionale, in contrapposizione con quello locale, incominciava a vedere la zona industriale siciliana come una realtà molto intasata. Si manifestavano drammaticamente le preoccupazioni: aziende che erano vanto ed orgoglio locale e meridionali potevano rapidamente divenire decadenti, se non addirittura prefigurarle come un "cimitero d'impianti", futuro "Museo di Archeologia Industriale", in definitiva "terra bruciata".

La Conferenza di produzione del febbraio 1977 per lo sviluppo della Chimica nella fascia Siracusa-Gela-Licata fu promossa dai partiti dell'arco costituzionale e dal sindacato unitario. Furono illustrati i pericoli in interi reparti per la sottoutilizzazione d'impianti, le ristrutturazioni, nei disimpegni da accordi precedenti sottoscritti per nuovi interventi nella chimica. Si evidenziò la crisi che non era di tipo congiunturale ma strutturale, economica, programmatica. Si denunciò come i piani tendevano ad accrescere i beni tradizionali nel presupposto di eliminare le passività, senza spiegare come collocarli, ovvero come renderli competitivi. Infatti si era rinunciato ad impegnarsi nei settori più avanzati e nuovi, nella diversificazione ed integrazione, scaricando settori a più bassa redditività su enti pubblici e, nel contempo, ponendo grossi problemi occupazionali. Venne stilato un elenco di iniziative ed addetti programmati, altri sogni nel cassetto.

L’unica verità, ancora una volta, fu che era il privato che decideva i tempi: cosa fare e dove farlo. Infatti, nella seconda metà degli anni '70 si iniziava la costruzione della raffineria Isab da parte dell’imprenditore Garrone e del gigantesco produttore di derivati idrocarburici (Icam) in cogestione Montedison-Anic ed utilizzabile per le aree integrate della Sicilia sud-orientale. Ciò avrebbe dovuto significare anche la creazione di piccole e medie aziende per attività secondaria, fine, derivata. All'incirca nello stesso periodo fu realizzata la nuova centrale Enel prevista da quasi un decennio. Intorno al 1980 addirittura si scatenava una campagna stampa a sfavore della loro messa in marcia, in quanto non erano ritenuti sufficientemente adeguati i sistemi antinquinamento. All'Enel si rimproverava di emettere masse notevoli di SO2 e di non usare combustibile a basso tenore di zolfo, oltre allo scarico idrico per inquinamento termico. All’Icam si denunciavano gli elevati scarichi atmosferici, quelli liquidi in rada con inquinanti; si crearono alcune controversie sulle analisi contestate per metalli pesanti, per il sistema depurativo dei solfuri realizzato insieme a Montedison.

Comunque entrambe si avviarono; l’Icam entrò in funzione con metà linea, su prescrizione dell'assessorato regionale. Nondimeno si migliorarono alcune depurazioni e controlli relativi a questi due nuovi insediamenti; se ne progettarono altri con riserve e lentezze, mentre avvenivano chiusure di impianti che si ritenevano "vecchi, antieconomici, poco concorrenziali, più inquinanti, meno competitivi”.

Attraverso diversi segnali ed effetti si delineò la logica del "partito antimeridionalista", contro lo sviluppo industriale del Sud, a vantaggio di altre localizzazioni del Nord. In questa chiave basterebbe rileggere le situazioni legate all'interpretazione e alle conseguenze economiche dei fenomeni mafiosi cruenti in quel periodo (delitto Dalla Chiesa), alle vicende Eni/Occidental/Montedison/Hercules sulla chimica italiana. In fin dei conti per certi politici si trattava di riequilibrare e ridistribuire la ricchezza (o la povertà, secondo i punti di vista e i casi) rispetto a logiche territoriali o settoriali. La sola Montedison nel 1980 erogava annualmente per stipendi circa 100 miliardi di lire a Siracusa, che col reddito annuo pro-capite di circa 5 milioni di lire, si trovava al primo posto fra le province siciliane e al terzo posto (dopo Latina e Matera) nel Mezzogiorno.

Pertanto, col taglio produttivo ed occupazionale, mentre si evidenziava il dramma conseguente per l'economia dell'intera provincia, contemporaneamente si voleva giustificare la portata degli interventi recessivi in modo discriminante e comunque deciso ancora una volta sulla "pelle" della gente del luogo. Basterebbe a tal proposito riprendere alcuni commenti di giornalisti, come Giuseppe Fava ("Processo alla Sicilia" degli anni '60). La Sicilia veniva presentata come l'olocausto per l'incapacità dello Stato; il saccheggio del golfo di Augusta e l'avvelenamento di centomila abitanti del territorio per gli scarichi chimici costituivano una delle imprese o truffe dell'imprenditoria del Nord. Poi, nell'ultimo ventennio erano emersi cavalieri del lavoro siciliani rapaci, temerari, aggressivi ma dotati di fantasia, talento, capacità, che invadevano in concorrenza perfino le regioni settentrionali del Paese. Infine, è da considerare che la tragedia mafiosa aveva offerto il terreno e le possibilità di una controffensiva, dell'inquisizione, di restaurazione del rapporto di colonizzazione. Questo avrebbe significato il trionfo della Mafia.

Ma è anche vero che altre forze sociali e culturali ponevano diversi accenti. Affermava il magistrato Condorelli in un’assemblea di lavoro: “La lotta contro la Mafia non dovrebbe fare rispolverare il tabù delle minacce ai posti di lavoro, già ampiamente sperimentato in senso antiecologico. Cosicché si vorrebbe dimostrare che solo nella tradizione di inerzia e di disinteresse risiederebbe la possibilità di sopravvivenza, senza verificare i prezzi che si pagano”.