Sempre più irrealizzabile la scelta del Consiglio Comunale nel cuore di un’area ad alta edificazione. L’ipotesi del tunnel rischia di fermare tutto per probabili reperti

 

La Civetta di Minerva, 8 dicembre 2018

Si chiama park way, l’asse viario di collegamento tra via Epipoli e la statale 124: 1440 mt lineari di cui 90 in viadotto, là dove dovrebbe scavalcare la statale, e circa 300 in galleria; costo stimato nel 2007 14 mln e mezzo. L’unica via di fuga possibile in caso di grande calamità; poco sicure o inutili le altre due importanti arterie di accesso alla città: il viadotto Targia perché andrebbe percorso in direzione inversa, lontano e non verso l’area industriale, il viadotto Paolo Orsi non antisismico e quindi a rischio collasso nell’eventualità di scosse sismiche intense o altri fenomeni estremi.

Ma oggi quella che viene considerata anche la “soluzione” alla difficile accessibilità di un ospedale che si vuole collocare nel cuore di un’area ad alta edificazione appare sempre più irrealizzabile. Ad allontanare l’obiettivo, considerazioni di carattere archeologico e idrogeologico non facilmente contestabili, come chiariscono l’ex soprintendente Beatrice Basile e l’ingegnere Nino Di Guardo.

“Una delle criticità di cui finora non è stato tenuto gran conto – osserva la dottoressa Basile - è la realizzabilità di quello che pure è stato postulato come condizione imprescindibile della localizzazione individuata per il nuovo ospedale, cioè il collegamento con l’autostrada; che è ovviamente indispensabile, se si vuole che il nosocomio, pur declassato, continui ad essere il punto di riferimento naturale del territorio (e in particolare per la zona sud e quella montana) per le specificità ospedaliere non presenti nelle strutture minori della provincia. Ogni collegamento con l’autostrada passa obbligatoriamente per lo scavalcamento delle mura dionigiane (area di parco archeologico).

Può, tecnicamente, essere realizzato in tunnel, come a suo tempo lo fu la galleria ferroviaria di Targia ma, esattamente come quella, andrà incontro ad un altissimo rischio di ritrovamenti archeologici allo sbocco meridionale. Oggi, quando il treno s’infila veloce nel buio del tunnel e, dopo pochi istanti, riemerge nella luce di Targia, non ricordiamo più che quei pochi secondi sono costati dieci anni (dal 1985 al 1995!) di esplorazione archeologica serrata, intensissima, che ha intercettato, ai due punti di imbocco, necropoli, strade, terrazzamenti di epoca greca, e, al di sotto, uno strato ricchissimo di fauna pleistocenica.

Dieci anni di ritardo sui tempi di esecuzione; costi altissimi; disagi infiniti per la circolazione nell’area (e allora non era ancora in funzione lo svincolo dell’autostrada!). All’epoca, una tale densità di resti archeologici era imprevedibile; si riteneva infatti che la necropoli del Fusco, pur essendo nota fin dalla fine dell’Ottocento, non avesse una tale estensione e che si fermasse prima dell’area cimiteriale. Ma ora sappiamo che fino a Canalicchio, per quasi 6 mt. di lunghezza su tutta la terrazza del Fusco, dalle pendici dell’altopiano dell’Epipoli fino al ciglio che si affaccia sulla pianura dei Pantanelli, l’antica necropoli si sussegue ininterrotta. Oggi, sottovalutare il rischio che tale dato di fatto comporta (dilazione sine die della realizzazione della strada; aumento vertiginoso dei costi previsti) sarebbe semplicemente da irresponsabili”.