Doveva essere una giornata come le altre e invece no. Mi sono trovato tra le braccia una neonata, ammalata di scabbia contratta nei lager libici…

 

La Civetta di Minerva, 8 dicembre 2018

Il 28 novembre scorso doveva essere una giornata come un’altra. Il rientro da alcuni giorni di ferie, il classico lunedì quando si fatica a riprendere il ritmo lavorativo. Di quelli in cui ti svegli e rimpiangi di non essere ancora in ferie a strafogarti di wiener schnitzel, fiumi di birra e sacher torten, e invece sei di servizio a Pozzallo

Doveva essere una giornata come un’altra, ma non lo è stata. Non lo è stata perché, tra i corpi esili e malnutriti, gli arti fratturati, i volti emaciati, scarnificati, ustionati, e i segni tangibili di torture, ad un certo punto, senza volerlo, mi sono ritrovato tra le braccia una neonata. Piccola, minuscola, quasi impercettibile se non per il pianto costante, quello che accomuna tutti i poppanti affamati.

Piangeva, forse per la fame o forse perché, a neanche un mese dalla nascita, era ricoperta dai segni di una scabbia che l’aveva aggredita ferocemente. Ammalatasi a causa delle condizioni estreme ed inumane dei lager libici. Ammalatasi non appena uscita dal ventre della madre, morta per donarle la vita.

Piangeva. Forse di gioia per essere scampata al suo destino, grata al sacrificio estremo compiuto dalla madre, grata all’uomo che, forse suo parente o forse no, si è fatto carico di lei, minuscola creatura. Un uomo che, parente o meno poco importa, l’ha strappata da morte sicura per donarle la più grande delle possibilità: quella di continuare a vivere ma in un luogo sicuro. Mi piace pensare che quest’uomo abbia fatto una promessa alla madre, la promessa di metterla in salvo, di accudirla ed accompagnarla verso la libertà.

Piangeva. Forse per il freddo o per la fame. Accudita amorevolmente dall’assistente sociale del centro che, proprio in quel momento, per farle indossare qualcosa di più pesante, ha voluto che la tenessi io... Io, che ho tenuto un neonato in braccio per la prima volta solo pochi giorni fa, la figlia del mio migliore amico. Che tremo di fronte all’idea di tenere un bambino in braccio, che mi sento impacciato, inadeguato, teso come una corda di violino. Un momento di esitazione e poi lì tra le mie braccia, per pochi secondi.

Continuava a piangere, forse semplicemente per la fame o molto probabilmente per come la tenevo, in maniera forse adeguata per un cucciolo di gatto, ma di certo non per un neonato. Mentre la sorreggevo e l’assistente sociale le aggiungeva un vestitino, ho capito che non sarebbe stata una giornata come un’altra.

Per una madre che non ce l’ha fatta, un’altra giovanissima, invece, attendeva con ansia e preoccupazione notizie della propria figlia, ricoverata in ospedale. 15 giorni di vita. Quindici. Nata anche lei, in un lager libico, un viaggio di 3 giorni in mezzo al mare, giunta in condizione critiche, con i segni del cordone ombelicale ancora visibili. In bilico tra la vita e la morte. Quindici giorni. Quindici.

Negli occhi della madre, che ha subito atroci violenze, un misto di speranza e rassegnazione. Il volto di chi ne ha viste tante, ma con quella fiammella di speranza sempre lì, celata dietro due occhioni neri come la notte. La stessa speranza che le ha portate entrambe, forse, in salvo.

Doveva essere una giornata come un’altra ma, chiaramente, non lo è stata.

Per una madre che non ce l’ha fatta ed un’altra giovanissima che spera e prega, un figlio straziato dal dolore. Un giovane, forse poco più che maggiorenne, il cui unico pensiero, una volta arrivato, era quello di mettersi in contatto con la famiglia rimasta a casa. Come facciamo noi tutti, dopo un lungo viaggio, salutare la mamma per rassicurarla che si è giunti a destinazione sani e salvi. Un'attesa durata chissà quanto. Forse solo i 3 giorni di navigazione, magari di più. Forse sua madre era malata e il giovane non pensava ad altro che a lei, a sapere che stava bene, ad essere rassicurato sul suo stato di salute. Adesso, dall’Europa, sarebbe potuto essere di aiuto alla famiglia. O probabilmente si sentiva in colpa. Magari la sua famiglia era stata costretta a vendere la propria casa ed i propri beni per pagare il riscatto del figlio affinché venisse liberato dai suoi aguzzini. Il giovane sentendosi in debito li avrebbe ripagati, da uomo libero, ora, finalmente, salvo.

Le sue urla, lo strazio del suo corpo accovacciato a terra, i pugni sul pavimento, movimenti compulsivi al limite dell’autolesionismo. Compagni di viaggio che, inutilmente, cercavano di consolarlo. Il silenzio improvviso in uno stanzone con centinaia di persone, interrotto nuovamente da un grido straziante. Uno stanzone intero permeato di dolore. La sofferenza negli occhi dei sopravvissuti, gli occhi umidi di tanti. Il momento di raccoglimento e la preghiera. Il lutto.

Una figlia che vivrà senza una madre che si è sacrificata per lei, un uomo che l’ha salvata rischiando le vite di entrambi, forse per mantenere una promessa fatta o forse soltanto per amore della vita.

Un’altra madre le cui sofferenze, il coraggio e la forza forse non basteranno per riabbracciare la propria figlia venuta al mondo da soli quindici giorni. Un mondo ingiusto.

Un ragazzo, il cui unico pensiero era rassicurare la propria madre, adesso ne piange la scomparsa.

E tante, tantissime altre storie di vita, belle e brutte, che mai nessuno racconterà, mentre percorrevo i corridoi affollati e le stanze austere incrociando gli sguardi di donne, bambini, uomini ed anziani.

Storie di persone lontane, dimenticate, che soffrono e che lottano, che vivono e vogliono vivere, le cui vite sono caratterizzate dal dolore, quello vero, quello fisico, quello mentale. Storie di persone che a dispetto delle difficoltà conoscono la gioia, la felicità, che continuano a ricercarle, che non si arrendono, che conoscono la gratitudine, che hanno tanto da insegnare a chi come me, come noi, non potrà mai capire.

Storie che vale la pena raccontare, per dare voce a chi non ne ha.