Il tempietto del sepolcro di Santa Lucia, Santa Maria dei Miracoli, Convento dei Cappuccini

 

La Civetta di Minerva, 8 dicembre 2018

Siracusa ha nel suo patrimonio storico-architettonico una fonte di grande attrattività per i tantissimi turisti che la visitano ogni anno, e i molti monumenti che la popolano lasciano verosimilmente in loro un ricordo pressoché indelebile. Naturalmente, soltanto pochi dei visitatori che vengono in città lo fanno con uno specifico spirito di ricerca storica, mentre la maggior parte di queste persone si accontenta di conoscere vagamente l’origine di questo o quell’edificio, le vicende connesse alla stratificazione dei ricchi complessi archeologici, e quasi mai è interessata alle articolate dinamiche sociali, politiche ed economiche che hanno attraversato i nostri luoghi nel corso dei secoli. Gli stessi cittadini siracusani, d’altra parte, sono certo molto orgogliosi della storia patria, e in generale decisamente consapevoli di come la buona fama di cui gode la città nel presente sia figlia di un passato ricco e glorioso; e però, per forza di cose, in molti scorrono quotidianamente con gli occhi le vestigie di quel passato con la scarsa attenzione che può prestare chi deve correre al lavoro o a prendere i figli a scuola.

Turisti e cittadini, percorrendo le strade di Siracusa, e affacciandosi con lo sguardo su alcuni monumenti si trovano tuttavia di fronte ad una cartellonistica che indica dati in qualche caso errati o inutilmente vaghi e che, a parere di chi scrive, dovrebbe essere riveduta e corretta proprio per non tradire il senso dell’identità storica della città e non lasciare ai passanti un’informazione scorretta che, come insegna l’esperienza, finisce col rimanere impressa nella coscienza collettiva fino a diventare cosa scontata.

Il primo esempio in tal senso riguarda il tempietto ottagonale costruito sul sepolcro di Santa Lucia, che la cartellonistica indica come risalente al secolo XVIII, vale a dire al Settecento, e come opera di Giovanni Vermexio, celebre architetto del Seicento: si tratta di un evidente anacronismo. Vermexio è effettivamente l’autore di quell’edificio eretto dopo la demolizione di una più antica chiesetta dedicata a Sant’Agata, ed è lui che ne dirige i lavori finanziati nel 1629 (basti il riferimento all’autorevole G. Agnello, con il suo I Vermexio. Architetti ispano siculi del secolo XVII, Firenze 1959). Ma Giovanni Vermexio è già morto nel 1648. Anche se l’opera vermexiana avesse subito interventi radicali di ricostruzione a partire dal 1665, come forse suggerisce un’altra fonte documentaria, ben difficilmente potrebbe giustificarsi l’indicazione segnalata che riporta il secolo XVIII, che risulta invece da correggersi in “Secolo XVII”.

Un altro caso abbastanza curioso riguarda la bella chiesa di Santa Maria dei Miracoli, per la quale viene indicato un arco di tempo vastissimo e dunque praticamente privo di significato (addirittura dal 1200 al 1700!). In realtà, conosciamo bene la storia di questo edificio, costruito col consenso del vescovo Dalmazio, come ci riferisce già Rocco Pirro che, nella sua Sicilia Sacra, trascrive integralmente un documento della cancelleria vescovile. Il contesto dei fatti è quello della terribile epidemia di peste del 1501 e di alcune guarigioni fra gli abitanti della strada dei Cordari, che vennero attribuite all’intercessione della Madonna, raffigurata nell’immagine di una cappelletta presente in quella contrada. Fu allora che, per celebrare tali accadimenti, nello stesso 1501 (anno indicato esternamente sul portale) venne accordata l’erezione dell’edificio religioso di cui parliamo. Se l’indicazione del Settecento suggerita dal cartello posto davanti a quest’ultimo si spiega forse con gli interventi di riparazione successivi al terremoto del 1693, l’equivoco di una più antica origine attribuita alla chiesa è invece probabilmente dovuto alla sua architettura interna, con la presenza di archi a sesto acuto che richiamerebbero un’epoca anteriore al Cinquecento, ma che in vero si spiega facilmente col fatto che lo stile tardo-gotico influenza le nostre zone almeno fino alla prima decade di quel secolo. Dunque, l’indicazione per questo monumento andrebbe senz’altro corretta in “Secolo XVI”, per sostituire l’attuale “Secolo XIII – XVIII”.

Ultimo caso che ci piace citare riguarda ancora la storia religiosa della città, ed è quello dell’importante e ben conosciuto complesso conventuale dei padri Cappuccini.

Qui il cartello ci segnala in modo abbastanza improbabile il secolo XVII. Com’è riconosciuto pacificamente dalla storiografia, i frati arrivarono a Siracusa tra il 1548 e il 1549 e si trasferirono in un convento appositamente edificato accanto all’antica chiesa extra moenia di Santa Maria della Misericordia, loro affidata dal vescovo Girolamo Beccadelli Bologna. Ma il conventino risentiva di un ambiente paludoso e malsano, sicché i religiosi vennero trasferiti, nel 1582, vicino al mare, nell’odierna sede sulle latomie allora chiamate del Palombino e ora, appunto, dei Cappuccini (e per queste ben note circostanze basterà ancora richiamare la Sicilia Sacra del Pirri). La chiesa dei frati, sotto il titolo di Santa Maria dei Pericoli, fu certamente completata nel 1583, come si legge sull’architrave del portale, mentre l’intero complesso conventuale, sebbene probabilmente abbia richiesto lavori che si protrassero più a lungo, non può che essere considerato cinquecentesco. Dunque, il cartello informativo, che riporta come datazione il “Secolo XVII”, dovrebbe più correttamente essere sostituito con: “Secolo XVI”.