Intervista al direttore de L’Espresso Marco Damilano parlando del suo ultimo libro, d’inchieste giornalistiche, satira e fake news

 

La Civetta di Minerva, 8 dicembre 2018

Un atomo di verità, sottotitolo Aldo Moro e la fine della politica in Italia è l’ultimo libro del giornalista Marco Damilano, pubblicato da Feltrinelli a 40 anni dal sequestro e dall’assassinio, dopo 55 giorni di prigionia, del presidente della Democrazia Cristiana ad opera delle Brigate Rosse che al momento del rapimento avevano ucciso i cinque uomini della scorta. Sono questi gli avvenimenti da cui prende le mosse il racconto-storico scritto dal direttore del settimanale L’Espresso che abbiamo incontrato e intervistato prima della serata organizzata al Teatro Comunale sabato 1 dicembre col patrocinio del Comune.

Sul palco siracusano – come già aveva fatto su quello del Teatro Argentina di Roma con la regia di Antonio Sofi – Damilano è passato dalla scrittura alla parola offrendo un ritratto di Moro a tutto tondo col supporto di immagini, fotografie e documenti, musiche e letture, lungo due ore di narrazione di un “viaggio nella memoria personale e collettiva”.

“Quando ho proposto questo libro – ci dice - non sapevo neppure io dove mi avrebbe portato questo viaggio perché, appunto, non volevo fare un libro sul caso Moro. Nel corso dei decenni ne sono usciti tanti, pure quest’anno, alcuni molto pregevoli, altri abbastanza dietròlogi e anche molta paccottiglia. Ad ogni modo il caso Moro è talmente arato che non avrei avuto nulla di nuovo da aggiungere. Al tempo stesso non volevo scrivere una biografia di Moro, personaggio che pure mi ha affascinato come politico. Ma io non sono uno storico, sono un giornalista e non sarei stato neanche in grado di fare una biografia. E quindi da questi due limiti, ossia ‘non sono in grado di fare un libro sul caso Moro’ e ‘non sono in grado di fare una sua biografia’ è venuto fuori quello che m’interessava dire, un viaggio nella memoria di questi 40 anni. Perché indubbiamente quel 1978 è uno spartiacque della nostra storia contemporanea, perché c’è un modo di raccontare quegli avvenimenti che esclude la presenza del suo protagonista, cioè di Aldo Moro. Perché è stato rapito lui? Quale progetto aveva e quale idea di paese? Insomma, chi era Aldo Moro? E cosa abbiamo perso in questi 40 anni, non tanto della sua persona ma di un modo d’interpretare la politica? Dentro questo quadro bisognava inserire dei contenuti e quindi l’idea del viaggio, che è un viaggio spaziale nel senso che sono andato in alcuni luoghi, tra questi la Sicilia di Sciascia, a Racalmuto in contrada Noce nella sua casa in campagna dove scriveva i libri”.

Tra cui naturalmente L’affaire Moro, che Leonardo Sciascia scrisse a pochi mesi dal tragico epilogo.

“Certo, L’affaire Moro m’interessava in particolare. E in questo mio viaggio, analogamente alla Sicilia di Sciascia non poteva mancare, all’estremo opposto della penisola, il Friuli di Pasolini, altro personaggio che sia pure a distanza si è intrecciato con Aldo Moro. E poi Hammamet e Craxi, Maglie che è il luogo natale di Moro nel profondo Salento, ed infine Oriolo Romano dove c’è la sede dell’Archivio Flamini in cui sono conservate le carte private di Aldo Moro. Indubbiamente avere incrociato quel posto è stato importante perché il racconto di Moro a quel punto è stato un po’ affidato proprio alle sue parole, alle sue foto, alle sue immagini”.

Alla fine, pur non volendo scrivere una biografia ti sei comunque imbattuto in carte personali e inedite di Moro.

“Sono tutti documenti inediti ma che sono stati ‘lavorati’ più da un cronista che da uno storico, quindi con un’attenzione indirizzata al racconto dei fatti. E non mettendo insieme tutto quello che si trova per poi costruire un’interpretazione dei fatti, come fa uno storico. In questo caso il mio racconto è molto personale e uso spesso la parola ‘io’, che utilizzo raramente quando scrivo sul giornale. Il motivo è che questo viaggio oltre che ‘spaziale’ è altresì un viaggio temporale che ha una data precisa d’inizio, il 16 marzo 1978 cioè il giorno del rapimento. Per tutta Italia è un giorno storico importante; per me è il giorno in cui, andando a scuola, sono passato all’incrocio di via Fani pochi minuti prima della strage. Se non fossi passato da bambino in via Mario Fani e non avessi impressa nella mia memoria quella giornata, non ci sarebbe stato il lavoro di giornalista che faccio e forse non ci sarebbe stata quest’ossessione per Moro, questa mia ossessione per la politica”.

Mi viene in mente che anche l’attore e doppiatore Francesco Pannofino, allora studente universitario, fu tra i testimoni in via Fani.

“Pannofino fu il primo ad accorrere e a soccorrere i cinque agenti della scorta e anche a dare l’allarme mentre uno di loro era ancora vivo, Franco Zisi che poi morì in ospedale”.

Partendo da quegli avvenimenti il racconto di questo tuo viaggio si snoda nel tempo fin quasi ai giorni nostri.

“Sì, arriva alla fine del 2017. Ho finito di scriverlo il giorno in cui il presidente Mattarella ha formalmente sciolto le Camere per andare alle elezioni, poi tenute il 4 marzo 2018, ed il libro è uscito nella settimana del voto, prima dell’esito. Però devo dire che nel corso delle settimane, dei mesi successivi è sembrato sempre più che non parlasse solo di ieri ma anche di oggi, di una situazione politica che portasse con sè tutte quelle domande, quelle necessità, quelle urgenze cui - in questi 40 anni - alcuni hanno almeno cercato di dare una risposta. Ma quelle risposte sono state fragili, contraddittorie o sono state sconfitte fino ad arrivare a produrre l’attuale situazione”.

Buona parte della tua carriera giornalistica è legata a L’Espresso dove lavori da quasi vent’anni e di cui sei diventato direttore. Come ti rapporti, raffronti con la tradizione di quella che è una delle scuole più prestigiose del giornalismo italiano?

“Quando sono stato nominato direttore, il 25 ottobre del 2017, compivo 49 anni e ho voluto stampare in copertina la frase di un grande direttore de L’Espresso, Claudio Rinaldi che nel 1991 alla vigilia di Mani Pulite, di Tangentopoli, dello sconvolgimento di quella stagione, scriveva che in questo paese ci sono tante ombre, tanti poteri occulti e che bisogna dare spazio e forza e luce a quell’Italia migliore che lotta per non lasciarsi soffocare né dalla depressione né dalla mancanza di speranza di chi non vuole che quest’Italia migliore veda la luce. Ho voluto stampare quella frase perché l’ho presa come un programma anche mio. Non sono certo Claudio Rinaldi ma volevo appunto richiamarmi a una tradizione molto nobile, molto forte di questo giornale e dire che noi non siamo soltanto un passato ma siamo anche un presente, che siamo vivi e combattivi”.

Ogni tanto capita di ascoltare o di leggere qualcuno affermare che in Italia si fanno meno inchieste giornalistiche che in passato. La mia opinione è che se ne facciano di più, di sicuro in televisione, e che semmai la riflessione andrebbe fatta sulla qualità e sulla credibilità delle inchieste. Tu che idea hai?

“L’Espresso storicamente si è confrontato con inchieste riguardanti il potere e i poteri, dalle logge massoniche alla mafia, dai grandi potentati economici truffaldini a un potere clericale, vedi il primo celebre titolo “Capitale corrotta nazione infetta”, per poi arrivare ai grandi scandali della politica. Lo dico perché condivido quello che hai detto che le inchieste in realtà sono di più e non di meno, ma c’è anche un modo di fare inchieste che va a cercare molti dettagli sulle persone e spesso perde di vista l’insieme. L’ultima inchiesta che abbiamo fatto noi la scorsa settimana riguarda uno scandalo internazionale: la costruzione, la commercializzazione e, ahimé, l’immissione nel corpo umano di protesi killer, ossia di congegni a rischio impiantati su pazienti da medici e strutture ospedaliere in cambio di tangenti. È un’inchiesta che in Francia Le Monde sta mettendo in prima pagina da una settimana, mentre sulla stampa italiana, a parte L’Espresso e Report, ha avuto oggettivamente minore risalto rispetto, ad esempio, alla vicenda del padre di Luigi Di Maio, il quale è ovviamente il padre del vice premier e quindi è ovvio che abbia un suo risalto. Ma per dire che ci sono inchieste dove vai ad attaccare multinazionali della sanità mondiale e la stampa internazionale si muove su quegli ordini di grandezza, mentre il giornalismo italiano fa una certa fatica a confrontarsi coi grandi temi. Da questo punto di vista credo invece che si tratti di un valore da difendere e da promuovere”.

Oltre alla satira politica delle vignette di Altan e delle strisce a fumetti di collaboratori più recenti come Makkox, su L’Espresso si nota la presenza di vere e proprie cronache a fumetti, in particolare di Zerocalcare. È una forma di linguaggio che t’interessa?

“Già negli anni ‘70 Pericoli e Pirella facevano la cronaca dal Palazzo a fumetti. E la scelta di mettere a volte in copertina una vignetta non è una novità. Nell’ultimo periodo in effetti dò spazio ad alcuni fumettari, come si definisce Zerocalcare alla romanesca, perché credo sia un linguaggio che permette di arrivare anche a un pubblico che non legge i giornali. Così come le graphic novel, in generale, sono un fenomeno che consente di arrivare a un pubblico che legge poco i libri. Tutte le grandi catene librarie ma anche le piccole librerie, da qualche anno hanno aperto un settore apposito e credo sia una forma espressiva importante che debba sempre più trovare spazio”.

Del resto hai una frequentazione consolidata con la banda di Gazebo diventata Propaganda Live, dove il fumetto e la satira sono molto presenti pur trattandosi di un programma non solo satirico.

“Diciamo diversamente informativo”.

“Propaganda Live” è diventata una trasmissione cult per una fetta di spettatori. Una riserva indiana televisiva nell’attuale diaspora della sinistra?

“Io spero di no. Sicuramente ha un suo spazio, un suo pubblico tra l’altro in crescita. Ho letto un articolo di Aldo Grasso sul Corriere che diceva che la tv italiana non inventa più niente, che si ripetono i programmi di venti, di trenta, addirittura di quarant’anni fa, oppure si acquistano i format dall’estero. Ecco io posso dire, da co-fondatore della banda Gazebo, che la nostra opera comune non è un format, è tutta inventata dall’inizio alla fine”.

Negli anni Settanta il settimanale satirico Il Male inventò le false copertine dei quotidiani, che campeggiavano nelle edicole con clamorose notizie inventate di sana pianta. Erano falsi d’autore ben diversi dalle fake news di oggi, spesso architettate sui social con intenti calunniosi e denigratori. In tale contesto anche mediatico, che spazio c’è per la satira vera?

“Quello che manca nelle fake news è l’ironia e noi abbiamo vissuto da poco un caso clamoroso. Michele Serra, che su Repubblica è un corsivista quotidiano, su L’Espresso tiene una rubrica esplicita già nel titolo ‘Satira preventiva’. E gioca ormai da molti anni sul linguaggio mediatico e lo deforma, lo manipola e lo porta alle estreme conseguenze nella sua assurdità. Ebbene è capitato qualche settimana fa che un suo articolo in cui parlava di uno studioso dal nome grottesco, sia finito dentro un sito che ha citato le teorie di questo personaggio satirico come se fosse un professore, un cattedratico esistente. Il problema di tanti che prendono sul serio cose ironiche, dipende dal fatto che sono persone prive di ironia. Io credo che l’ironia, la satira, la comicità siano degli antidoti pure rispetto alle fake news e alle crociate che ogni momento si aprono su qualcosa sempre con un linguaggio serissimo e apocalittico. Le crociate sui vaccini e quelle sugli antivaccini, quelle sulla Tav e i No Tav, quelle sulla terra piatta e le altre che mettono in discussione lo sbarco sulla luna. Non oso immaginare ora che saranno 50 anni dallo sbarco sulla luna cosa sentiremo in quelle settimane”.