Il liberismo che pervade l’Europa, divenuto fede, non ammette eresie, nemmeno sfide della ex sinistra

 

La Civetta di Minerva, 8 dicembre 2018

Sette candidati per la guida di un partito pericolante.Troppi. Zero idee. Dai sette coraggiosi (o temerari) vorremmo sapere quali strategie economiche vogliano mettere in campo per affrontare i grandi temi che la politica non può permettersi di eludere. Come, ad esempio, quello della disuguaglianza, che ha raggiunto livelli intollerabili e incompatibili con la funzionalità stessa del sistema democratico. Ma forse ritengono che l'economia possa funzionare anche se le risorse si concentrano, senza che nessuno si curi di evitarlo, nella disponibilità dell'uno per cento della popolazione. È anche possibile che i signori del PD credano ancora alla metafora bugiarda dello "sgocciolamento" naturale della ricchezza verso strati sociali meno abbienti. O forse non credono che sia di sinistra questo tema della disuguaglianza crescente.

È inoltre possibile che non si siano ancora accorti dell'idrovora del finanzcapitalismo, che drena risorse ingenti, sottraendole all'economia reale e rendendola sempre meno capace di creare opportunità di lavoro. Per questo forse non hanno fatto nulla per contrastare l'evaporazione di risorse verso il sovramondo della finanza speculativa. Eppure è da decenni che il premio Nobel James Tobin e, successivamente, alcune associazioni che si ispirano a lui (tra le quali ATTAC) continuano a ripetere che bisognerebbe spostare la tassazione dal lavoro alla speculazione finanziaria.

Anni addietro su questo tema della Tobin tax lasciarono campo libero a Tremonti, che poi non si curò di svilupparlo in concreta azione di governo. Forse essi rinunciarono a capirci qualcosa proprio perché ne parlava Tremonti. E sfuggì loro che si trattava di un tema squisitamente di sinistra. Così come probabilmente non hanno ancora capito che è anche in atto, da tempo, una rivoluzione dei processi produttivi, sempre più automatizzati. Sta di fatto che non sembrano preoccuparsi se la diffusione dell'intelligenza artificiale erode posti ed opportunità di lavoro ormai anche nel terziario. Refrattari al tema, non si curano certo di trovare delle ricette non per contrastare questi processi di modernizzazione (nessuno vuole predicare il ritorno alla stoltezza del luddismo!), ma per ovviare alla perniciosità delle loro conseguenze sociali.

A noi sembra che non abbiano preso in considerazione gli allarmi e i suggerimenti lanciati da Domenico De Masi. Forse lo considerano un folle. O forse si sono semplicemente arresi al trionfo dell'iperliberismo eslege. Forse si sono anche loro prostrati, in acritica adorazione, di fronte al dio mercato e hanno adottato la stessa visione del mondo della destra liberista, un tempo avversaria, basata sull'imperativo dello sviluppo da perseguire a tutti i costi e sulle strategie della competitività concepita come lotta darwiniana in una dimensione planetaria eslege. Infatti accettano supinamente, in ossequio al dogma liberista, di sacrificare i lavoratori alla concorrenza di aziende operanti lì dove il lavoro costa poco e la sicurezza e la previdenza non esistono.

Qualcuno ha forse notizie di qualche loro proposta finalizzata a contrastare i processi di delocalizzazione delle aziende che trasferiscono altrove la produzione e la sede fiscale?

Inoltre, in ossequio al "politicamente corretto", preferiscono non vedere che nel complesso dramma dei fenomeni migratori in atto c'è anche l'aspetto spiacevole della tratta di masse di disperati destinati a contendere ai nostri concittadini i lavori più umili per un tozzo di pane e senza costi previdenziali ed assicurativi. Preferiscono ignorare che quei disperati già ora ingrassano "mafia capitale" e alimentano di manodopera il caporalato. Forse sarebbe bene che tornassero a meditare sul concetto di "esercito proletario di riserva". Senza però ricadere nella vecchia fede marxista.

Sembra inoltre che, a tutela dei nostri lavoratori e della nostra economia, abbiano rinunciato a cercare un punto di equilibrio tra il ritorno alle vecchie guerre doganali e una resa totale alla logica del libero mercato. Infatti sono favorevoli a trattati perniciosi come quelli che intendono abbattere persino le residue barriere non doganali (TTIP e simili). Il liberismo, divenuto fede, non ammette eresie.

Sulla questione del freno all'emigrazione (su cui tutti gli stati europei, tacitamente o esplicitamente, di fatto concordano), forse dovrebbero sfidare Salvini a dare consistenza di programma concreto e spessore di Piano Marshall a quel suo bugiardo slogan sugli aiuti "a casa loro". Ma, per farlo, dovrebbero sforzarsi di concepire almeno una mezza ideuzza per dare ai disperati che si mettono in marcia una prospettiva ed una vita accettabile "a casa loro" o dovunque sia possibile offrir loro una terra promessa (col consenso di chi già ci eserciti la sovranità). Per esempio, in zone del Sahel o confinanti (a densità prossima allo zero), dove sia possibile creare dei kibbutz e rendere coltivabile il suolo, contribuendo a combattere la desertificazione.

Nel Sud della Libia, sotto la sabbia del deserto, esiste un mare d'acqua dolce. E quella terra può essere comprata a buon mercato. La Cina sta comprando notevoli estensioni di terra coltivabile in Africa. Ed ha annunciato altri 60 miliardi di "investimenti", non certo disinteressati. Ma un Piano comunitario (che coinvolga l'ONU solo per la sicurezza) la sinistra italiana ed europea non riescono neanche a concepirlo. Si appagano di proposte di ripartizione dei migranti, che non saranno mai onorate.

Altro tema. Siamo stritolati dai debiti e non ci preoccupiamo di recuperare quell'evasione fiscale che annualmente sottrae almeno 120 miliardi alle nostre entrate. La destra vive del consenso degli evasori e dei furbi. Ma una sinistra che voglia meritare un po' di considerazione dovrebbe sforzarsi di mettere in campo nuove strategie per impedire l'evasione e l'elusione fiscale. Certamente non basterà mirare solo ad intensificare le tradizionali verifiche della contabilità delle aziende attraverso la (benemerita!) guardia di finanza. Ed è stato un segnale equivoco, per una forza che intenda seriamente combattere l'evasione e il lavoro nero, elevare da mille a tremila euro i pagamenti in contanti, come è stato fatto sotto Renzi nel 2015.

Bisognerebbe invece proporre l'eliminazione del contante e rendere possibile (a costo zero, cioè escludendo commissioni bancarie) ogni movimento (anche per una tazzina di caffè) mediante una card bancaria collegata al codice fiscale di ciascuno e ad un sistema centrale. In tal modo ciascun cittadino potrebbe essere tassato esattamente sul proprio reddito reale. E tutto risulterebbe noto al fisco. E su ogni acquisto l'IVA sarebbe applicata e riscossa automaticamente in base all'aliquota prevista per ogni specifico prodotto. Ma forse una tale idea, praticabile coi mezzi odierni, non piace alla sinistra, paladina di un malinteso "politicamente corretto". Già ci sembra di sentire le obiezioni di maniera: "Si vuole instaurare un regime di sorveglianza occhiuta? Solo chi ha grandi mezzi può permettersi di sollazzarsi con olgettine compiacenti, offrendo loro compensi non monetari? Lo stato deve sapere persino se un cittadino spende i suoi soldi con escort"?

No, signori. Nulla di tutto questo. Si tratterebbe solo di tassare gli introiti reali di ciascuno. Persino delle professioniste del sesso. La privacy non può essere strumentalizzata a difesa della libertà di evasione. Lo stato potrà salvaguardarla semplicemente impedendo che dal centro del sistema (ubicabile presso il MEF) siano estratte, da persone non autorizzate, notizie riservate. Ma la traccia registrata dei pagamenti (accessibile solo a chi di dovere) potrebbe aiutare ad individuare trafficanti, spacciatori, esattori di pizzo e criminali vari. E questa gentaglia e tutti i percettori di compensi in nero non potrebbero aspirare, domani, a introitare indebitamente un eventuale reddito di cittadinanza o di inclusione.

Forse una sinistra, in nome dalla privacy, preferisce coprire furbi, evasori, lavoratori in nero, delinquenti, spacciatori, compagnucci di merende, combriccole di furbetti e tangentisti vari? Ci si augura di no. Oppure bisogna pensare che la sinistra, mentre non si cura di ovviare ai fenomeni di job killing provocati dal progresso tecnologico, si preoccupa di salvare il lavoro di uno stuolo di consulenti tecnici che vengono pagati dai cittadini onesti solo per compilare modelli poco chiari e da altri (dai soliti furbetti) per versare meno del dovuto o per sfuggire al fisco?

Non si riesce poi a capire come mai una sinistra degna di rispetto non sia ancora riuscita a concepire nuove misure e nuove strategie che mettano fuori gioco i paradisi fiscali. Sì, d’accordo, bisognerà agire ad un livello diverso: europeo. Ma che proposte ha avanzato il PD, che pure è rappresentato nel Parlamento Europeo? Ce lo dicano. E ci spieghino che fine abbiano fatto; e per colpa di chi.

Contro la sciagurata flat tax le vestali del PD si limitano a schiamazzare dai salotti televisivi.

Ci preoccupa non poco la prospettiva del varo, sia pure graduale ed addolcito, di quella micidiale trovata, purtroppo produttiva in termini di consensi elettorali. La flat tax, se attuata senza correttivi, tradirebbe totalmente il dettato costituzionale sulla progressività e, anche con tutti i correttivi ipotizzabili, ridurrebbe tale progressività, a detrimento dei meno abbienti e dei percettori di redditi più bassi.

In opposizione a Salvini, provino i signori del PD a ideare un sistema di tassazione più efficiente, auspicabilmente ineludibile e costituzionalmente progressivo. Forse è possibile. Abbiano il coraggio di innovare positivamente. O almeno di provarci. Se le tasse le pagheremo tutti, sarà veramente possibile pagare meno. Ma sempre secondo criteri di costituzionale e sacrosanta progressività. Senza appiattimenti verso il basso, tanto più irrazionali quanto più aumentano oggi le distanze tra ricchi e poveri.