Formazione e reclutamento degli insegnanti, si torna agli antichi concorsi abilitanti

 

La Civetta di Minerva, 24 novembre 2018

E’ una maledizione del nostro Paese, ogni governo che si insedia butta all’aria le riforme del precedente e, come in un grottesco gioco dell’oca, si ritorna indietro, si ricomincia, si riparte da zero. E’ il caso della formazione e reclutamento degli insegnanti. Una questione decisiva, perché non c’è indagine che non sottolinei come uno degli elementi determinanti per gli apprendimenti risieda nella formazione e selezione degli insegnanti. Ebbene, l’art. 58 della legge di bilancio 2019, Revisione del sistema di reclutamento dei docenti scolastici, butta letteralmente all’aria il D.Lgs. 59/2017. Viene abolito il percorso di formazione e la possibilità di collegare da subito, tramite concorso iniziale, l’immissione in ruolo ai tre anni di FIT. Si torna agli antichi concorsi abilitanti, per accedervi basterà la laurea e aver conseguito 24 crediti formativi in discipline antropo – psico – pedagogiche ed in metodologie e tecnologie didattiche.

Sono quasi 40 anni che si discute di formazione e reclutamento e si fanno tentativi, prima le SSIS, poi il TFA, poi il FIT, ora il nulla! Il modello precedente poteva essere sicuramente migliorato, ma azzerarlo per tornare all’antico è assurdo. Non finiranno mai graduatorie, sanatorie e reclutamento per anzianità di servizio. Intanto si realizzano concorsi grotteschi, altrimenti non può essere definito il concorso straordinario per insegnanti di scuola infanzia e primaria. Possono partecipare tutti quelli che hanno due anni di servizio negli ultimi 8 anni.

Il criterio di base appare quello di favorire gli “anziani non meritevoli. Si attribuiscono infatti 70 punti ai titoli (servizio, n.d.r.) e 30 all'esame. Ma non basta. L'esame consiste in una prova orale, il cui voto massimo è 30, senza minimo.  Si può prendere zero e si va comunque in una graduatoria ad esaurimento e prima o poi di ruolo. Per fare questo si mettono in piedi in tutta Italia commissioni di concorso con dirigenti scolastici e docenti che si assenteranno da scuola per fare un concorso che promuove anche chi è “inclassificabile”, purchè si presenti all’esame!

Pasticciando si prosegue con l'art.52 della Legge di Bilancio 2019, il quale prevede che vengano esonerati dal servizio per gli anni 2019-20 e 2020-21 centoventi docenti per costituire le cosiddette équipe territoriali formative, ciò per garantire la diffusione di azioni legate al Piano per la scuola digitale. Per farlo non solo si riducono i soldi del Piano Nazionale scuola Digitale né vengono definite le procedure né il criterio per la scelta di questi 120 insegnanti, che saranno esclusivamente "individuati" dal MIUR, con buona pace dei criteri meritocratici che il “cambiamento” ha millantato in campagna elettorale.

Come se non bastasse, come si rileva nelle tabelle allegate al decreto fiscale (Decreto-legge 23 ottobre 2018, n. 119 -  Disposizioni urgenti in materia fiscale e finanziaria)si prevede  un ulteriore taglio alle risorse del Miur di 29 milioni: 14 per l’istruzione scolastica e 15 per la formazione universitaria e post universitaria (8 milioni per l’istruzione del primo ciclo, 3 milioni per il secondo ciclo e 3 milioni per il reclutamento e aggiornamento dei dirigenti scolastici e del personale scolastico. Gli altri 15 milioni sono tagliati all’università).

Ciliegina sulla torta, per smantellare l’unità nazionale, si è prossimi alla legge che dovrà definire la regionalizzazione dell’istruzione pubblica; come abbiamo già segnalato nel precedente numero del giornale, in seguito al risultato del referendum di un anno fa con cui i cittadini di Veneto e Lombardia hanno detto sì all’autonomia, si sta lavorando per trasferire ulteriori competenze statali alle regioni che lo hanno richiesto. Il Veneto chiede addirittura il trasferimento di 23 nuove materie oggi di competenza statale; fra queste c’è l’istruzione. Entrambe le Regioni hanno come modello di “regionalizzazione” dell’istruzione quello della provincia autonoma di Trento, il cui sistema scolastico è indipendente da quello nazionale.

E’ bene ricordare a questo proposito che secondo il nuovo Titolo V della Costituzione lo Stato non è più il datore di lavoro, poiché in materia di istruzione ad esso competono solo le “norme generali”, i “livelli essenziali delle prestazioni” e i “principi fondamentali”. Nonostante ciò sia norma operante, finora sono falliti tutti i tentativi di dare attuazione alla decentralizzazione della gestione dell’istruzione, in primo luogo a causa della questione retributiva dei docenti. E’ quindi probabile che le resistenze alla regionalizzazione del personale potranno essere superate se, come pare voglia fare il Veneto, gli stipendi saranno alzati, come è a Trento e a Bolzano. Avanti con il cambiamento!