La storica dell’arte: “Da subito a Siracusa si giocherà nei tribunali la partita con i privati, già sul piede di guerra”

La Civetta di Minerva, 24 novembre 2018

Un incontro fortemente voluto dalla storica dell'arte Silvia Mazza per fare il punto sulla sfida forse più qualificante per l'assessore regionale ai beni culturali e dell'identità siciliana Sebastiano Tusa (che non si è limitato alle conclusioni di rito, ma ha preso parte con una sua relazione e intervenendo al dibattito finale): la decretazione dei parchi archeologici siciliani, un obiettivo che da ormai 18 anni, a partire dalla innovativa legge 20 del 2000 dell'assessore Fabio Granata (oggi assessore della Giunta Italia), non si riesce a raggiungere.

Dottoressa, un convegno a più voci che non solo vuole fare il punto della situazione attuale ma anche essere di stimolo a raggiungere una meta che sembra piuttosto una chimera.

Nel momento in cui il Governo sta riformando una legge che è una pietra miliare nella normativa regionale di settore, ritengo che servisse un confronto, pubblico, su quali siano state le criticità che non hanno consentito, dopo circa 20 anni, di dar vita a quel “sistema dei parchi archeologici siciliani” previsto dalla legge 20 del 2000. Che non norma, meglio sottolinearlo, “solo” l’istituzione dei singoli parchi, ma che li concepisce come inquadrati in un sistema, appunto, in una dimensione più ampia d’interconnessione, al fine di generare economie di scala, attraverso la condivisione di servizi, strumentazione e competenze professionali. Concetti con i quali abbiamo familiarità oggi, quelli di “sistema” e di “rete”, ma che fanno di questa legge una legge straordinariamente moderna per l’epoca. E che tale resta tuttora, dato che nello Stato non è contemplato un “sistema dei parchi”. pionieristico, per aver anticipato di ben tre lustri la riforma Franceschini che ha introdotto anche nel MiBAC musei e parchi autonomi (“Franceschini ha copiato dalla Sicilia”: è il titolo del mio articolo del 2015 su “Il Giornale dell’Arte”) e ancora oggi per molti versi migliore del modello da essa derivato.

Il parco archeologico siciliano è qualcosa di diverso da quello statale. La stessa definizione contenuta nel Codice dei beni culturali non riesce a restituirne la specificità. Alla Conferenza ho, infatti, proposto, una definizione concettuale, a mio avviso, più aderente: quella di un sovrasistema che unisce le emergenze monumentali archeologiche, preminenti, al paesaggio e ambiente, senza ridursi alla somma di queste categorie, ma esprimendo un nuovo valore in sé, col quale si passa da un approccio statico, qual è ancora quello del «museo all’aperto» (a cui fa riferimento ancora il Codice, art. 101, comma 2, lett. e), a uno dinamico, nel quale il parco deve tendere a migliorare le potenzialità archeologiche favorendone l’interazione con le potenzialità culturali e socioeconomiche del territorio.

Lei ha detto che la legge necessita, però, di una fondamentale revisione, che intervenga anche su contraddizioni e carenze che, certo insieme a responsabilità politiche e amministrative, spiegano perché dopo tutti questi anni i parchi archeologici siciliani dotati di autonomia finanziaria e gestionale siano ancora solo tre.

È questa la contraddizione che mira a sanare il disegno di legge dell’assessore Tusa appena approvato dalla Giunta di Governo regionale: malgrado si tratti di materia normata si è potuto, infatti, lasciare spazio all’arbitrio interpretativo. In altre parole, quella che il Governo regionale sta cercando di scrivere è il paradossale tentativo di recuperare un ritardo, benché la storia abbia avuto origine da un primato! Ritardo, perché nel frattempo, anche nello Stato si è introdotto il parco archeologico come soggetto istituzionale (“Decreto Musei” del 23 dicembre 2014, DM 43 del 23/01/2016, DM 44 del 23/01/2016; il Codice ne fornisce solo una definizione) e ad oggi sono belli che fatti tutti e sette i parchi previsti.

Dopo i saluti istituzionali, il primo a relazionare è stato il presidente di Legambiente Sicilia Gianfranco Zanna con un excursus sulla nascita del parco archeologico di Agrigento, il primo a essere costituito e il primo a dimostrare quale ricchezza al territorio possa venire da tali enti.

Ripercorrere le vicende che hanno accompagnato all’epoca, nell’aula parlamentare, la legge 20/2000 ha inteso, oltre che raccontare la storia di una norma nata paradossalmente in origine per sanare l’abusivismo nella Valle dei Templi, spiegare da dove derivino le contraddizioni e carenze di cui al Titolo II, a norma del quale sono stati decretati i parchi, sia quelli solo perimetrati che quelli effettivamente istituiti. Proprio qui la debolezza della norma che va superata per arrivare ad atti istitutivi "inespugnabili".

Se è difficile infatti immaginare che qualcuno abbia interesse ad impugnare un decreto ad esempio per Monte Iato, la faccenda si fa diversa quando si tratta di parchi urbani, come quelli di Catania o di Siracusa, su cui gravano forti pressioni speculative. Il Titolo II non è stato altro che lo sbrigativo recepimento dell’art. 107 della L.R. 25/93, funzionale allora a sistemare in via prioritaria la questione Valle dei Templi. Questa normativa, chiara ed esauriente nelle finalità che assegna ai parchi, lo è molto meno negli obiettivi concreti, a causa di disposizioni di difficile inquadramento e di ancora più problematica applicabilità. I parchi venivano ancora fatti strutturalmente dipendere dalle Soprintendenze, ragione per la quale il legislatore non era interessato a definire gli organi di gestione (comitati tecnico-scientifici, consiglio di amministrazione, collegio dei revisori dei conti), nel loro assetto e nelle loro competenze, chiaramente individuandole e differenziandole.

Ecco perché nella “Legge Granata” non sono stati previsti organi essenziali a rendere effettiva l’autonomia gestionale e finanziaria: al Titolo II c’è solo il comitato tecnico-scientifico, ma andrebbe riformato anche il Titolo I, e non solo perché il Consiglio del Parco svolge funzioni ibride. Questa la prima criticità da sanare.

La preoccupazione più ricorrente è che la Regione non intenda (o non possa) rinunciare agli importanti gettiti garantiti dalla vendita dei biglietti del parco di Siracusa.

Nella relazione tecnica di accompagnamento del ddl Tusa, in riferimento all’impatto sui saldi di finanza regionale derivanti da questa normativa riformata, si dice che il minore gettito che deriverà dall’autonomia non inciderà sulle casse regionali, in quanto si tratta di introiti residuali, dato che già il 60% degli interi incassi di tutti i siti culturali sono coperti dai tre parchi autonomi (Valle dei Templi, Naxos e Selinunte). Ma di questo 40% la fetta più consistente se la ritaglia proprio Siracusa, le restanti sono somme trascurabili. Se è vero, quindi, che vi si può rinunciare, il dato invita, però, ad aprire un’altra considerazione: a parte Siracusa, come faranno ad autogestirsi tutti gli altri 16 parchi?

Alla conferenza, riportando proprio il confronto sui dati di fruizione dei parchi istituiti, autonomi e non (Selinunte e Naxos/Segesta), non istituiti e istituiti (Siracusa, Valle dei Templi), mi sono chiesta appunto se sarà sufficiente riformare la legge solo sotto i profili che afferiscono alla governance: il parco di Siracusa, non istituito, con 4mln e 600mila euro fa numeri ben più consistenti dell’istituito Selinunte (appena un milione). Quella proposta è una riforma a costo zero per l’Amministrazione, ma siamo certi che basterà il fondo di solidarietà previsto (un prelievo del 10% dai parchi più “forti”, con l’inspiegabile esclusione della Valle dei Templi, che così resta un parco con trattamento di serie A)? o non si dovrebbe piuttosto pensare a mettere a disposizione di questi nuovi parchi risorse finanziarie sufficienti a farli decollare finché non saranno in grado di gestirsi autonomamente? E quale personale si troveranno in dote, invecchiato e demotivato, numericamente sottostimato e zavorrato dal blocco del turn-over? A mio avviso, poi, 20 parchi sono troppi, nel resto d’Italia sono solo 7, come abbiamo detto. Si rischia di vanificare il proposito di puntare su qualificati poli d’eccellenza e nutro appunto seri dubbi sulla sostenibilità dell’autogestione estesa a realtà (Valle dell’Aci, Monte Iato, Kamarina, etc.) che è difficile immaginare siano in grado di sopravvivere, pur avendo previsto per esse quel fondo di solidarietà.

Non sono questioni astratte, bensì esattamente quanto denunciato essere la critica realtà di uno dei più importanti parchi autonomi dello Stato, quello dell’Appia Antica.

Un confronto possibile grazie alla relazione della funzionaria di quel parco, l'archeologa Antonella Bonini. A Roma è anche prevista una seconda tappa della conferenza bilaterale Siracusa-Roma che vedrà l'intervento di altri direttori dei parchi riformati del MiBAC. La prima occasione di verifica della riforma Franceschini in materia di istituti autonomi e di confronto col modello siciliano.

Conoscere la realtà del Parco dell’Appia Antica, uno dei più importanti dello Stato, serviva a mettere in luce quelle pesanti criticità (dotazione organica e finanziaria insufficiente, inadeguatezza delle sedi) che, nell’attuale fase di riforma della legge, sarebbe opportuno che il Governo tenesse ben presenti per evitare di ripercorrerle in Sicilia. Se, poi, si vogliono realizzare altri 17 parchi bisognerebbe farli a prova di ricorsi al Tar.

Vorrei essere chiara a questo proposito e far comprendere bene il mio punto di vista: se i ricorsi contro il parco di Siracusa sono stati finora dichiarati inammissibili, è stato solo perché i decreti impugnati non sono ancora quelli definitivi, ma solo step intermedi. I magistrati hanno detto chiaramente che gli effetti urbanistici discenderanno solo dalla effettiva istituzione del parco.

È da ora in poi che si giocherà la vera partita nelle aule dei tribunali con i privati sul piede di guerra. Il ddl Tusa - che ritengo un primo serio ripensamento delle lacune della legge sotto l’aspetto della governance, ma ancora perfettibile - conferma quanto io denuncio da anni: i decreti di perimetrazione esistenti sono tutti carenti del parere del Consiglio Regionale dei Beni Culturali, parere definito dall’Assessore “pregnante”. Infatti, il parere di quest’organo tecnico-scientifico consultivo va acquisito, così concorda l'assessore Tusa, in sede ancora di “costruzione”, cioè di perimetrazione del parco, quando cioè ha un senso chiedere il parere degli specialisti, e non in fase di decretazione definitiva (“successivo iter di indirizzo politico/amministrativo”, scrive Tusa), che non è altro che una presa d’atto dello step precedente - “un ridondante appesantimento dell’iter per una fase che non riveste alcuna componente relativa alle competenze di quest’ultimo”: così di nuovo nel ddl Tusa -. Ma allora, c'è da chiedersi, perché non riformare l’istituzione dei parchi prevedendo un unico decreto invece che due? Intervenendo, ovviamente, anche sulle decretazioni fin qui fatte, per uniformarle.

Che sia così come dico è d'altra parte dimostrato dai casi dei parchi fin qui realizzati: oltre che da Naxos (2007), anche dal decreto di Selinunte (istituito nel 2013), in cui viene fatto valere il parere del Consiglio risalente ad anni prima, proprio in fase di proposta di perimetrazione da parte della Soprintendenza. Allora il Consiglio richiese modifiche, poi recepite. È evidente che non serva, infatti, solo interpellare l’organo consultivo, ma anche conformarsi alle sue determinazioni.

Se oggi qualcuno può pensare di rimettere in discussione il perimetro del parco di Siracusa è anche perché le soprintendenze progettano i parchi sulla base di valutazioni tecnico-scientifiche discrezionali. Se queste fossero “blindate” dal parere di un organo altamente qualificato quale il Consiglio BBCC, non offrirebbero più il destro a richieste di “ripensamenti”. Del resto, secondo il dettato normativo (L.R. 20/2000, art. 20 comma 1, Regolamento del Parco di Siracusa, art. 3, comma 1), i parchi non possono subire variazioni in diminuzione. Semmai, al contrario, si potrà sempre riconsiderare, anche a parco fatto, l’integrazione di aree rimaste fuori.

Un'ultima domanda. All'assessore Tusa la dottoressa Marika Cirone ha espresso le proprie perplessità in merito all'istituzione tardiva del parco di Siracusa. Qual è in proposito la sua valutazione?

Sono assolutamente d'accordo con chi chiede che questo parco, uno dei più importanti per storia, patrimonio e valori paesaggistici, e che stacca tutti i restanti ancora da istituire in quanto a introiti, debba essere messo al primo posto nella maratona con cui si intende decretare, entro un anno, tutti i parchi non fatti in 18 anni. A patto, però, che ciò avvenga a norma di legge, quella riformata ovviamente, e non agitando, come già in passato, soluzioni “creative” e illegittime come quella con cui si voleva esautorare (ancora prima di reinsediarlo) il Consiglio Regionale dei Beni culturali con una “Conferenza dei Soprintendenti” non prevista dalla legge in materia!

E conclude

Lascio gli slogan ai politici, ma al “se non ora quando” di Granata rispondo “Parco sì, ma non così!”