La battaglia per salvaguardare quel pregevole edificio si è persa non ora ma nella formazione del PRG di Siracusa

 

La Civetta di Minerva, 24 novembre 2018

Stucchevole. Non trovo altro aggettivo per descrivere la querelle tutta siracusana su villa Abela. Stucchevole e surreale, come è un dibattito in cui tutti hanno obiettivamente ragione pur sostenendo tesi diametralmente contrapposte: c’è qualcosa che non va. Stucchevole per la sua assoluta inutilità, ripetitività, tardività. Villa Abela, il Maniace, la Pillirina, l’Eurialo, il Palazzo delle Poste, e prima ancora il Talete, il terzo ponte, l’Artemision, le 70 villette, i porti turistici, via Arsenale, l’elenco non finirebbe. Ogni nome evoca una polemica, una battaglia, un “vulnus” per la città.

Ma quante “varianti della Bellezza” si dovranno ancora fare per tutelare, proteggere e tramandare quell’immenso patrimonio che Siracusa possiede, in parte noto ed in parte, ahimè, poco noto o addirittura sconosciuto, che emerge all’improvviso trovandoci impreparati?

Guai poi a farsi trovare di fronte alla infausta situazione di dover decidere per comparazione di interessi fra pubblico e privato, soprattutto quando il privato occupa una posizione tutelata dal diritto. Càpita allora che il dibattito ruota e si avvita su falsi cardini, strumentali e fuorvianti.

A proposito di villa Abela, per esempio, non si trattava di riscontrare la presenza di formali canoni stilistici quasi sicuramente assenti, ma si trattava di riconoscere la singolarità, ormai quasi unica, di una architettura sia pure priva di orpelli, ma straordinariamente ricca di un raro equilibrio di forme e di volumi, di corpi, fra cui la famosa “torretta”, e di “linea del cielo” (oggi sky-line), non più riscontrabile dagli anni cinquanta del secolo appena trascorso.

Villa Abela in realtà rappresentava essa stessa uno stile in sé, autonomo e singolare, con contenuti socio-economici e culturali non immediatamente riconoscibili, che hanno a che fare con la storia del territorio di Siracusa e delle sue componenti sociali, fra cui anche la classe borghese che quel villino signorile volle edificare in quel posto, che non era ancora città. 

E se la scomparsa torretta di villa Abela non è stata ritenuta degna del termine “architettura” un po’ c’era da aspettarselo, visto che nemmeno le più blasonate “torrette” del Palazzo delle Poste sono state risparmiate dall’insulto architettonico che ne ha alterato le delicate vitruviane proporzioni con il resto dell’edificio, che le torrette appunto rendevano immediatamente riconoscibile.

Certo, si pensava che per le architetture del recente passato il termine “demolizione” fosse scomparso con le ultime cancellazioni perpetrate al Viale della Libertà di Palermo o al viale Regina Margherita-Corso Italia di Catania, ma purtroppo tale termine ancora esiste e resiste. Però, come si usa dire spesso, il problema è un altro.

La battaglia di Villa Abela non si è persa oggi, anno 2018, ma si è persa tempo fa, nella formazione del PRG di Siracusa (impostazione anni ‘90, approvazione 2004), quando nessuno (o quasi) si è accorto dell’esistenza di questo “pezzo” del ‘900 che meritava di essere conservato, se non per il suo “stile”, almeno per il suo valore storico-testimoniale di una moderna Syracusa felix che oggi non c’è più.

Non c’è dubbio che la vista di Villa Abela suscitava un’emozione puramente sthendaliana, in quanto bene residuo di un’epoca, di una cultura, di uno status, di un’urbanistica diversa, non ancora ridotta a miserrimo conteggio di altezze e cubature, assurte queste a valore di moneta.

Villa Abela, se proprio non si vuole riconoscere valore architettonico all’edificio in sé, rappresenta(va) senz’altro un valore urbanistico testimoniale piantato (o lasciato) in mezzo ad un tessuto indifferenziato di espansione urbana anonima ed informe, che tramanderemo ai posteri e che fra cinquant’anni sarà senz’altro “sostituito” senza rimpianto, salvo poche eccezioni, come sarebbe dovuto avvenire per villa Abela.

Un PRG attento non se la doveva fare sfuggire, e non sarebbero mancati i meccanismi, sui quali non mi posso qui soffermare, che avrebbero potuto salvare il “pezzo” di storia e contemporaneamente non penalizzare l’area nella sua odierna qualità di detentrice di capacità edificatoria legale. Solo il livello urbanistico può aiutare a guardare la vicenda di villa Abela con un occhio più lungimirante, può spingersi fin dove nemmeno la Soprintendenza potrebbe.

Quando si capirà che la formazione del PRG è “la madre di tutte le battaglie”, la “chief” per risolvere tutti i problemi, come diceva Le Corbusier, e che solo attraverso il PRG (prima che venga soppresso dalla minacciata riforma urbanistica all’insegna della de-regulation) si potrà fare in modo che “questa tragedia non si ripeta più”, come recita un abusato luogo comune? Quello che manca allora è, in realtà, una basilare “educazione urbanistica”, oltre a quella civica, sanitaria, sessuale, economica, ambientale, ecc., che nessun urban center o similare può inculcare nella cittadinanza. 

Ed allora, si faccia finalmente questo elenco delle “bellezze”, e si faccia subito, in epoca non sospetta, un’unica e credibile “Variante della bellezza”, senza aspettare la prossima revisione del PRG, affinchè appunto quello che è successo non succeda più!