Antonio Recano (Fiom Cgil): “Per ogni nuovo appalto i lavoratori precipitano sempre più giù in nome della competitività e del profitto”, “Impensabile qualsiasi processo di sviluppo se non saranno avviate le bonifiche”

La Civetta di Minerva, novembre 2018

Parliamo con Antonio Recano che all’ultimo congresso della Fiom Cgil, tenutosi il 12 ottobre, è stato rieletto segretario con il plenum dei voti dal direttivo metalmeccanici.

Segretario, facciamo il punto della situazione.

Oggi, abbiamo, in zona industriale, continue dismissioni delle committenti e la decisione irresponsabile della politica di bloccare la possibile espansione di settori innovativi come quelli delle energie rinnovabili, vedi il settore dell’eolico. Tutto ciò ha prodotto negli ultimi anni la perdita di circa 3.000 posti nel nostro settore. Le aziende che sopravvivono arrivano nella gestione degli appalti a sconti anche del 30-40% rispetto al valore della commessa. Ciò comporta sia un abbassamento del livello di sicurezza, sia il basso costo in busta paga, sia meno diritti. Avviene che per ogni nuovo appalto i lavoratori precipitano sempre più giù in nome della competitività e del profitto. E posso affermare che nell’indotto la paura di perdere il posto di lavoro si trasforma spesso in omertà o peggio in complicità.

Come è distribuita la categoria?

Il 90% dei lavoratori è in zona industriale, quelli fuori da questo contesto sono occupati in piccole realtà artigianali. Le più grosse aziende sono Cipis, Sicilmontaggi, Coemi e poche altre aziende ben strutturate, poi vi sono anche aziende esterne. Dopo l’esperienza di Punta Cugno adesso non c’è nessuna idea nel ricominciare a verticalizzare le produzioni per uno sviluppo diverso.

Quindi si rimane dipendenti dalla multinazionale?

Attualmente è così, perché non è pensabile un qualsiasi processo di sviluppo se non saranno avviate le bonifiche. Si prevede che, entro 15 anni, la produzione delle benzine calerà di parecchio, è certa la data del 2020 quando la produzione di diesel cesserà. Tutto questo impatterà negativamente sull’indotto.

Vi sono imprese leader di specifici settori?

C’è un’anomalia in questo momento perché aziende che potrebbero esserlo, intendo la Coemi del gruppo Prestigiacomo, sono contrastate da aziende che le fanno concorrenza al ribasso negli appalti mettendo in discussione sia l’assetto territoriale delle imprese, sia il rischio per la salute e la tutela dei diritti dei lavoratori. Così diventa complicata la realtà, con questo tipo d’aziende che hanno vita breve riaprendo e fallendo e lasciando dietro illeciti, anche se c’è più attenzione della guardia di finanza.

Anche il sindacato vigila?

Noi possiamo mobilitarci quando la situazione si rivela a valle e porre la nostra attenzione a realtà in cui troviamo contrattazioni effettuate con prezzi troppo bassi da poter gestire una commessa. Un esempio concreto è stato quello di qualche settimana fa con l’incidente avvenuto al CR30 Isab nord. Si stava lavorando a freddo nell’impianto fermo, ma la committente non aveva bonificato bene i tombini da cui è fuoriuscita una fiammata. Non ci sono stati feriti, però in quel momento non era presente personale della sicurezza dell’Isab, con l’entrata di centinaia di lavoratori con paga bassa, poco addestramento e mai entrati in un impianto petrolchimico. Tutto ciò ha portato a far aumentare la gravità di quel piccolo incidente. Infatti, c’è stato un fuggi, fuggi che poteva produrre una situazione molto grave dovuta al panico. Solo la presenza di lavoratori più anziani ha calmato e organizzato le persone. Per questo, in prefettura, noi sindacati poniamo fortemente la problematica, perché pensiamo anche al continuo e forte disequilibrio che si crea con il territorio.

Invece ci deve essere un’industria ambientalmente capace?

Anche socialmente direi. Non è per campanilismo, ma se le imprese esterne non lasciano niente qui, il rapporto con il territorio si rende più instabile, aumenta la percezione dell’impatto ambientale e dell’estraneità delle industrie.

Su possibili investimenti a Augusta?

Sulla carta esistono progetti. Noi abbiamo anche pressato la commissione regionale. È importante avere infrastrutture intorno al porto, ma in questo momento non si muove niente.

Allora non osservate nulla all’orizzonte?

Non c’è più un bacino di carenaggio prima esistente. L’idea che abbiamo è quella di uno sviluppo importante ad Augusta che potrà essere d’aiuto a tutti, perché così crescerebbe un comparto slegato dal petrolchimico. Si avrebbe una crescita completamente diversa con una filiera di piccole e medie imprese come autotrasportatori, edili, ecc., un indotto di ampio respiro.

Da anni c’è una terziarizzazione nella zona, in questo caso la committente è costretta a dare il suo know how alle imprese esecutrici per una corretta esecuzione dei lavori. Con questa formatasi esperienza professionale le imprese strutturate non possono agire investendo in progetti slegati dalla zona?

Certamente, però l’imprenditore anche delle imprese strutturate e serie ha bisogno di certezze. È ciò che manca.

Possiamo affermare che l’imprenditore siracusano vuole la massima sicurezza prima di un possibile investimento assumendosi pochi rischi?

Ci sono parecchie imprese che si sono adagiate nei rapporti con le committenti; questo è un handicap, perché se poi il loro mercato si restringe? O dovranno andare altrove a cercare alternative o dovranno chiudere. Comunque c’è stata qualche azienda che in passato si è mossa su ciò sperimentando felicemente nuove opportunità fuori dalla zona. L’impresa vuole anche la verità che quel lavoro sia eseguibile e sicuramente con le risorse professionali presenti, appena si presentano concrete occasioni, le società si aprono a ciò perché la possibilità di sviluppo c’è per tutte. Comunque spero che le nuove generazioni di imprenditori abbiano una visione meno provinciale, slegata dal petrolchimico.

Cosa propone la Fiom dopo il congresso?

Vogliamo porre all’attenzione di tutti all’interno e all’esterno del sindacato due questioni specifiche. La prima è sulla questione meridionale, cioè dobbiamo, con nostre idee, farci carico dello sviluppo, specialmente dell’ottenimento di infrastrutture oggi non presenti in Sicilia. Possiamo affermare in sintesi che qui abbiamo competenze e professionalità su un “terreno vergine” per sperimentare quelle tecniche sull’energia alternativa e su altri settori avanzati da eseguire nelle zone inutilizzate avendo attenzione ad ambiente e territorio. Il secondo punto è quello molto discusso degli appalti. Il rapporto fra aziende metalmeccaniche e committenti deve ripartire da un concetto di legalità, sicurezza, impatto sul territorio, rispetto del contratto e delle leggi.

È possibile un’unità sostanziale del sindacato, riproporre la situazione anni ‘70 che portò a grandi risultati esercitando una certa egemonia su tutto il movimento sindacale essendo anche in grado d’incidere sugli equilibri politici?

Sui tavoli in prefettura sono venute fuori discussioni, problematiche convergenti, con le altre confederazioni, mai affrontate prima. Infatti, siamo riusciti in forte intesa a far sedere insieme a noi tutte le committenti. È stato un momento importante per ognuno delle nostre organizzazioni.

Da queste ampie convergenze si può passare a una vera unità sindacale?

Al congresso si è discusso...

Parlavo della Federazione lavoratori metalmeccanici, di una nuova FLM.

Su questo punto bisognerebbe costruire di più e il tempo non ci aiuta. Allora c’era l’ideologia.

Ma c’era il contatto democratico, unitario e più diretto con la base!

Certamente, eppure oggi dobbiamo confrontarci con i risultati elettorali come quello dei Cinque Stelle e Lega che non sono confortanti.

Quindi niente da costruire su questo versante?

Io sono nato nella FLM. Ero ancora studente all’università di Bagnoli quando ho avuto i primi contatti con il sindacato e quindi una concezione democratica nel rapporto con i lavoratori. È vero, se ci fossero le condizioni saremmo in una relazione più diretta con gli iscritti, ma oggi ci sono le emergenze, bisogna corrergli dietro, non si ha tempo per queste cose.