È con essa che dobbiamo parlare, promuovendo iniziative che rimuovano l’intolleranza e lascino un segno per accogliere un altro punto di vista

 

La Civetta di Minerva, novembre 2018

Nello scorso mese di ottobre, in molte città italiane si sono svolte delle manifestazioni di protesta, dapprima in segno di solidarietà a Mimmo Lucano, sindaco di Riace, e a sostegno del “modello” di accoglienza adottato nella sua cittadina; poi come segno di protesta contro il cosiddetto Decreto Salvini, che introduce norme discriminatorie e restrittive per la condizione dei migranti. Anche a Siracusa, in entrambe le occasioni, alcune centinaia di persone hanno manifestato, esprimendo in piazza le ragioni della loro protesta. C’ero anch’io tra loro. E come tutti gli altri che vi hanno partecipato sono anch’io convinto che sia necessario, oggi più che mai, non stare a guardare ciò che accade nel nostro Paese, ma manifestare pubblicamente il proprio dissenso nei confronti della politica reazionaria che il governo attua e che alimenta un pericoloso clima di intolleranza nei confronti dei migranti. Un clima tendenzialmente razzista che si diffonde a macchia d’olio nel Paese e che abbraccia via via fasce sempre più ampie di popolazione, riuscendo a coinvolgere anche persone che ritenevamo immuni da sentimenti discriminatori. Lo si percepisce in mille modi: dalle conversazioni nei luoghi di lavoro, ai commenti sulle notizie del giorno, sino alle battute colte al volo per strada tra i passanti, che lanciano occhiate torve su chi ha la pelle di un altro colore. Tutto ci dice che dalla “pancia” del Paese salgono rigurgiti avvelenati.

È giusto, doveroso dunque, manifestare. Ma urge dare una risposta ad un altro livello. Per contrastare il pericoloso clima di intolleranza che si sta diffondendo dappertutto servono iniziative che riescano ad aprire una comunicazione efficace con quella ampia “zona grigia” abitata dai tanti che, pur non essendo refrattari ai valori della solidarietà, dell’eguaglianza e dei diritti universali, vengono trascinati verso una percezione della realtà che distorce il loro sentire e alimenta un atteggiamento regressivo di paura e di chiusura. Un atteggiamento che tende a giustificare, se non addirittura a sostenere, le politiche del governo. È con questa “zona grigia” che dobbiamo avere la capacità di parlare, se vogliamo che la nostra azione sia oggi non soltanto una mera testimonianza, una manifestazione di dissenso, ma un concreto tentativo di incidere sulla situazione che si è venuta a determinare.

Per parlare alla “zona grigia” non servono le manifestazioni di piazza; direi che non servono i ragionamenti o i generici appelli ai valori umanitari o allo spirito di fratellanza. La strategia comunicativa per fare breccia nella “zona grigia” deve fare leva sulle emozioni, sul sentire profondo; perché è sulle emozioni e sul sentire profondo che poggiano le nostre opinioni. Se vogliamo sperare di incidere sulle opinioni circolanti dobbiamo promuovere iniziative che lascino un segno sulla sensibilità della gente; un segno emotivo che li spinga a riconsiderare la cosa da un altro punto di vista. Sotto questo profilo la proiezione di un film che narri le terribili storie di uomini, donne e bambini che con il loro carico di sofferenza affrontano un lungo viaggio di speranza; la visione di un documentario che mostri la realtà di paesi devastati dalle guerre civili e dalle condizioni di miseria a cui sono condannati milioni di esseri umani; la testimonianza degli stupri subiti nei lager libici e le torture dei prigionieri sequestrati in attesa che il pagamento di un riscatto li rimetta sulla via per la libertà; l’odissea di giovani africani che dopo mille peripezie approdano sulle coste europee per finire nelle mani di sfruttatori senza scrupoli; la storia di famiglie italiane emigrate all’estero per fuggire da situazioni di miseria e destinate anch’esse a subire discriminazioni e maltrattamenti; o la scelta di famiglie italiane accoglienti che danno oggi aiuto e supporto ai minori non accompagnati, giunti nel nostro Paese con pochi stracci addosso ed hanno avuto la fortuna di trovare un sostegno amorevole, sino al giorno in cui, con il lavoro e la fatica, sono riusciti a conquistare il futuro e la dignità a cui ciascun essere umano ha diritto: tutto questo e altro ancora può forse servire ad aprire uno spiraglio in chi, uscendo dalla “zona grigia”, può poi volgere lo sguardo verso le ragioni che ci portano oggi a scendere in piazza. La politica non viaggia soltanto sui rigidi binari della ragione, ma scorre parallelamente, e ad un livello più profondo, sui canali più fluidi del sentire comune: è su questi canali che bisogna ricominciare a navigare.