Intanto si vuole regionalizzare la pubblica istruzione. Con inizio da Veneto e Lombardia: programmi personalizzati, stipendi diversi, insegnanti propri

 

La Civetta di Minerva, novembre 2018

La nota di aggiornamento al Defparla di ridefinizione delle ore pre­viste di alternanza scuola-lavoro nel triennio finale di licei, istituti tecnici e professionali. Nei licei l'obiettivo è passare dalle attua­li 200 ore a 90 ore, nei tecnici a 150 e nei professionali 180 contro le attua­li 400 ore; dovrebbero .poi. essere le singole scuole nella propria autonomia, eventualmente, ad aumentarne la durata.

Già, ciò è possibile per l’obiettivo di rendere i percorsi il più possibile orientativi e di qualità, rispondenti a standard di sicurezza elevati e coerenti con il percorso di appren­dimento, anche in relazione al territorio di riferimento. Pur essendo favorevole all’alternanza scuola lavoro, chi scrive, anche sulla base della propria esperienza sul campo, ha sempre espresso riserve sulla norma che fissava in maniera indiscriminata un numero di ore obbligatorio indipendentemente della situazione in cui le scuole si trovavano ad operare. Anche su questo giornale, sono state espresse esplicite critiche e puntuali rilievi su talune scelte operate da alcune scuole che, pur di raggiungere il numero di ore previsto, hanno imbarcato studenti ed insegnanti in esperienze assolutamente inutili, se non addirittura dannose per la gestione del percorso scolastico.

Ben venga dunque il loro ridimensionamento, a condizione che si avviino verifiche e monitoraggi sulle esperienze in corso e si organizzino nuclei di supporto per quelle scuole che per vari motivi non sono state in grado di proporre esperienze sinergiche con il percorso di studi. Inoltre, fissato un minimo si dovrebbe consentire alle scuole più motivate e capaci di relazioni sinergiche con il territorio di estendere fino ad un massimo predeterminato questa modalità formativa. Diminuire il monte ore obbligatorio, quindi, ma non le risorse, come garanzia di maggiore capacità di orientamento per quella che fin dalla nascita (L. 53/2003 e Dlgs 77/2005) è, di fatto, una modalità didattica orientativa e garanzia di qualità, di sicurezza, di coerenza con il percorso di studi e di integrazione con il territorio,

Meno ore, secondo il DEF, significherà an­che meno fondi, con il passaggio da­gli attuali 100 milioni di euro annui stanziati dalla Buona Scuola alla metà: 50 milioni; ciò nonostante, tra le cri­ticità dell'alternanza, da più parti fosse emerso anche quello delle risorse al punto da far giungere alle scuole altri stan­ziamenti grazie ai fondi europei con un apposito bando Pon.

Ma le intenzioni del governo pentaleghista confermano gli annunci dei mesi scorsi: i fondi saranno stornati verso altri settori della spesa statale. A questa scelta le confederazioni sindacali hanno contrapposto la conferma dell’obbligo dell’alternanza come diritto di ogni studente ad apprendere competenze utili per il lavoro e la cittadinanza attiva e la loro chiara finalizzazione all’apprendimento delle competenze trasversali/soft skill e tecnico-professionali se coerenti con l’indirizzo degli studi nonché la presenza di queste competenze come oggetto dell’esame di maturità e l’investimento di tutte le risorse (stanziamento legge 107/2015 e PON Scuola) per potenziare e qualificare i percorsi. Il governo, invece, sembra deciso a considerare la scelta del dimezzamento delle ore esclusivamente come l’opportunità per risparmiare sulla spesa.

Che vi sia una politica di smantellamento della scuola pubblica è poi confermato da altri segnali; il più pericoloso dei quali si ricava dalla bozza di accordo tra lo Stato e le regioni Veneto e Lombardia. L’ipotesi su cui si sta lavorando potrebbe essere una vera rivoluzione (negativa): un quarto dei docenti diventerebbe dipendente regionale portando, così, avanti la strategia politica della Lega di smantellare l'unità nazionale cominciando dalla scuola. Sarebbe l'inizio della fine del sistema scolastico nazionale, con la nascita di istituti di Serie A (quelli delle regioni ricche) e di Serie B (delle zone povere del Paese). Staccare prima Veneto e poi Lombardia, rendendoli autonomi, con programmi personalizzati, stipendi diversi, insegnanti propri significa “regionalizzare quasi 200mila cattedre, un quarto del totale del Paese, segnando l’inizio della fine dell’unitarietà della scuola italiana.

La Lega preme attraverso la ministra per gli Affari regionali, Erika Stefani: la proposta veneta è praticamente pronta, quella lombarda non ancora e saranno oggetto di trattativa parlamentare con i Cinque Stelle.

L’obiettivo è regionalizzare la scuola. Se il testo finale dell’accordo tra Stato e Regioni sarà quello che approderà la prossima settimana in consiglio dei ministri, la conseguenza più ovvia riguarderà la mobilità: fermata, o quantomeno molto limitata. I docenti veneti saranno assunti dalla Regione, e dunque potranno spostarsi solo al suo interno. Chiedere il trasferimento fuori Regione non sarà del tutto impossibile ma sarà come chiedere il trasferimento presso un’altra amministrazione pubblica, quindi molto più difficile e meno conveniente. Questo varrà per tutti gli insegnanti assunti in futuro, mentre a quelli già in cattedra sarà data possibilità di scegliere se rimanere in servizio presso il Miur o transitare alla Regione.

Le altre novità riguardano i programmi e l’offerta formativa, che potranno essere personalizzati: il Veneto, ad esempio, ha già firmato un accordo col Miur che prevede l’insegnamento di storia e cultura veneta (sic!), dalle elementari alle superiori; in Lombardia, invece, spariranno gli istituti tecnici superiori (i cosiddetti Its) che verranno assorbiti dai percorsi di istruzione e formazione professionale. Dappertutto gli uffici (l’Usr regionale o l’ex provveditorato) con relativo personale transiteranno all’amministrazione locale e non saranno più dipendenti dal Miur.

Se il Veneto otterrà ciò che chiede, potrebbe essere seguito da Lombardia e altre Regioni ricche, mentre in capo al Miur resterebbero poche Regioni. Se questo sarà il futuro della scuola italiana avremo scuole di Serie A, B e C, e inizierà lo smantellamento dell’unità nazionale. Auguri per un grande cambiamento!