La scrittrice Maria Attanasio, che ha rivangato in un libro la figura di Rosalia Montmasson: “L’ho scoperto per caso. Credevo fossero tutti maschi”

 

La Civetta di Minerva, novembre 2018

“La Civetta di Minerva” ha incontrato per voi Maria Attanasio, autrice per i tipi di Sellerio editore del romanzo “La ragazza di Marsiglia”. Il romanzo, vincitore del Premio Maria Messina, del Premio I Quattro Elementi, del Premio Manzoni per il romanzo storico, del Premio Internazionale Città di Como e del Premio Basilicata 2018, è imperniato sull’unica donna che prese parte alla spedizione dei Mille, Rosalia Montmasson.

Non è nuovo l’interesse della Attanasio per le microstorie, per le storie di personaggi rimasti nascosti nelle pieghe della Storia più grande che è come un grande arazzo di cui si notano però spesso solo i grandi nomi, quando invece uomini e più di sovente donne come la Montmasson restano in ombra: in “Correva l’anno 1698 e nella città avvenne il fatto memorabile” (1994), nelle “Piccole cronache di un secolo” (1997, con Domenico Amoroso), in “Di Concetta e le sue donne” (1999) e ne “Il falsario di Caltagirone” (2007), (per non parlare dell’attualissima distopia de “Il condominio di Via della Notte” (2013) – emergono volti e vicende di un passato più o meno remoto, di una Sicilia terra di contrasto fra truvature poetiche e ferocie.

La scrittura della Attanasio, mai compiaciuta ma sorvegliatissima, lucida nell’analisi di fatti e documenti, attenta alla ricostruzione degli avvenimenti nel rispetto assoluto del dato storico interpretato alla luce del presente e delle sue contraddizioni, ne “La ragazza di Marsiglia” dipana la vicenda di una donna che viene ricordata tutt’al più come di Francesco Crispi, figura cruciale del nostro Risorgimento e che in particolare giocò un ruolo importante per l’elevazione di Siracusa a capovalle nel 1865: in via XX settembre, il 21 ottobre del 1927, in piena età fascista quindi, venne posta una lapide che ricorda il “cospiratore profugo /incitatore apostolo” (per l’immagine rimandiamo al sito www.antoniorandazzo.it).

Il Risorgimento delle donne (pensiamo ad esempio al lavoro di Elena Doni) ci offre una visione in controluce della formazione dell’Italia, spesso in controtendenza rispetto alla memoria che ci restituiscono epigrafi, targhe, vie, piazze con date luoghi eventi e nomi che dimenticano l’apporto femminile alla storia contemporanea e non del nostro paese. Ma passiamo la parola a Maria Attanasio, che ha ridato voce a Rosalia Montmasson.

Come mai hai deciso di occuparti di questa figura?

L'ho incontrata per caso, in un pomeriggio di noia e depressi pensieri dell'autunno del 2010. Navigando in internet, mi ritrovai in un sito che riportava la notizia - vecchia di qualche anno - di una targa collocata sulla facciata di un palazzo fiorentino, dedicata a Rosalia Montmasson; l'unica donna presente tra i 1089 volontari della spedizione dei Mille, che in quel palazzo, al tempo di Firenze capitale, insieme al marito Francesco Crispi, era vissuta.

Sorpresa, stupore, incredulità. Ho studiato storia all'Università, l'ho insegnata al liceo, ma non avevo mai saputo di una donna tra i Mille partiti da Quarto: nessuna notizia né nei grossi tomi universitari, né nei libri di testo scelti per i miei alunni, né nell'aneddotica storica dei sussidiari delle elementari. Per me i Mille erano declinati solo al maschile. E non solo per me: nessuno a cui chiesi di Rosalie Montmasson ne sospettava l'esistenza. Un assurdo, inspiegabile, silenzio, su un fatto così singolare, che riguardava uno degli eventi fondativi dell'Unità d'Italia.

Da qui la mia ricerca - matta e disperatissima - tra archivi, biblioteche, internet, per infrangere quel silenzio, e restituire identità storica a questa donna coerente e libertaria; che, a differenza del marito - da repubblicano, per opportunismo politico, diventato monarchico - rimase fedele alle idee di Mazzini fino alla morte.

Un'identità, storica ed esistenziale, che però il potentissimo Crispi cercò totalmente di cancellare dopo l'annullamento del loro matrimonio - 25 anni di vita coniugale - ottenuto con la complicità di giudici e politici. Dopo il quale, di lei si perde ogni memoria.

Premio Manzoni è intitolato allo scrittore che seppe mescolare storia e invenzione donandoci, diciamo così, la ricetta del romanzo storico. Come "dosi" i due elementi nella tua scrittura? Quale futuro vedi oggi per questo genere letterario?

Più che mai necessario, oggi, il romanzo storico: per non dimenticare il nero, il buio, l'orrore che nel passato spesso è scritto... genocidi... campi di sterminio... xenofobia... E resistere alle serpeggianti tentazioni autoritarie di una storia contemporanea che alza muri contro esiliati e migranti, alimentando artatamente la paura dell'altro. Un bisogno espressivo, che, a mio parere, oggi molti scrittori fortemente sentono; non è un caso che quest'anno siano stati pubblicati tanti romanzi storici: quelli di Lia Levi, di Helena Janeczek, di Rosella Postorino, di Marco Balzano, e di tanti altri...

Ma chi, in Italia, scrive romanzi storici non può prescindere da Manzoni; a partire dalla rilettura della “Storia della colonna infame”: dal rapporto in essa tra documento e narrazione che Leonardo Sciascia con forza sottolineò, riportando all'attenzione di scrittori e lettori questo straordinario testo manzoniano; ma, per quanto mi riguarda, non si può prescindere nemmeno da Stendhal, Marguerite Yourcenar, e dalla variegata lezione del romanzo storico siciliano: da De Roberto, Sciascia, Consolo. Non c'è però una ricetta, un dosaggio espressivo unico tra storia e invenzione. Non solo tra i diversi scrittori, ma talvolta anche tra i diversi romanzi dello stesso scrittore: mi è accaduto, continua ad accadermi. Ne “La ragazza di Marsiglia” la presenza e la fedeltà al documento è fondamento ineludibile, struttura portante della finzione letteraria; assolutamente necessaria per restituire visibilità storica e voce a questa donna, nel cui vissuto storia ed esistenza, amore e utopia erano inscindibili.

La parola che narra convive in te con la parola poetica – ricordiamo ai nostri lettori le raccolte “Interni”, 1979; “Nero barocco nero”, 1985; “Eros e mente”, 1996; “Amnesia del movimento delle nuvole”, 2003. In che modo? Cosa hai in cantiere in questo momento?

Non convive, si alterna. Sono infatti una dissociata biscrittora: a volte poesia, a volte narrazione. Ma fondamentale, in tutta la mia produzione, è la lunga pratica di lettura e scrittura poetica, che mi porta a un’intransigente disciplina, a un forte controllo della parola. E a leggere la realtà dei fatti di una determinata epoca, di un determinato luogo, con una dimensione rappresentativa che - simultaneamente, liberamente - coniuga emozione e concetto, esistenza e mondo.