La domenica era giorno di partita: l’Aretusa giocava alla Cittadella, mio padre era l’allenatore 

Qui ci sono campi di basket ovunque, persino sui prati, ma come fanno a giocarci?

La Civetta di Minerva, novembre 2018

Guido la mia auto all’una di un pomeriggio domenicale stranamente assolato per la fine di ottobre. A Schaffhausen. Mi sembra quasi di guidare nella mia città, della quale conosco le strade, ma in realtà non è così: qui continuo a sbagliare gli incroci, mi immetto nella corsia sbagliata e mi trovo nella strada sbagliata e devo proseguire perché non è che qui puoi saltare da una corsia all’altra alla Sarausana. Qui di solito non c’è molto traffico, oggi ancora meno, sembra Siracusa quando ci sono le partite dei mondiali: circolano solo quelli rilassati, ai quali il calcio non interessa. È domenica, domenica di una città diversa. Il sole inusuale di ottobre qui in Svizzera mi confonde e mi riporta paro paro ad un ricordo, o per essere più precisa, ad un rituale.

La domenica era giorno di partita: l’Aretusa giocava alla cittadella, mio padre era l’allenatore. Si sgolava, fumava, s’incazzava, fumava, abbracciava e incoraggiava i suoi atleti, figli, fumava, girava dietro la panchina, fumava. Sorrideva lo stesso e incoraggiava i suoi ragazzi anche dopo una partita persa, ma il sorriso che entrava a casa dopo una partita vinta era diverso. La domenica arrivava con una guantiera di dolci, la carta era bianca e blu, il fiocco giallo. Noi lo sapevamo già cosa avremmo trovato dentro: cannoli, bignè e diplomatici, a volte anche un babà tutto rigorosamente con ricotta. Ogni tanto c’era spazio per due cannoli di cioccolata. Dopo il sugo della mamma erano una degna conclusione. Di solito alle 3 tornavano gli zii, dopo il loro rituale pranzo domenicale al ristorante, a loro  toccavano i resti dei dolci, non era intenzionale, è che a volte rimanevano mezzo cannolo di ricotta una striscia di diplomatico, erano già sul tavolo quando arrivavano loro, noi pranzavamo all’una; ‘ritornavano’ nel senso che già la mattina erano venuti giusto solo per svegliarci tutti noi nipoti; così, morti di sonno facevamo colazione con il latte e i biscotti mentre l’odore di sugo inebriava la cucina.

Il basket, che bello. Qui in Svizzera ci sono campi di basket ovunque, persino sui prati, io ancora non ho capito come fanno a giocarci, cioè palleggi sull’erba, e la palla se ne va unni iè ghiè, mah? Rituali svizzeri, comunque davvero, cammini e ad ogni angolo un canestro. In ogni scuola c’è il campo, mia figlia torna a scuola, dopo che è finita, per giocare a basket. Qui le scuole sono sempre aperte e frequentate a qualsiasi orario. Il mercoledì pomeriggio per esempio, ci sono i tipi che suonano i corni lunghi, o come si chiamano, uno strumento tipico che avrà anche un nome difficilissimo svizzero che vi risparmio, tanto domani agghionna u stissu macari senza sapillu.

Quando giocavo io c’erano due campi, io ovviamente giocavo nel campo dell’Aretusa dove mio padre allenava sin dal primo pomeriggio. Adesso i campi non ci sono più. Ne rifaranno uno forse? E se ne rifaceste 10, 100 in ogni angolo della città nelle piazze ormai desolate. E se ogni bambino avesse al posto della play station un pallone e un bel campo di basket a disposizione?

Leggo su wikipedia: La società fu fondata il 16 aprile 1944 per poi essere rifondata nel 2000. Il verbale dell´atto costitutivo recita: Considerato, quindi, che in atto lo sport siracusano ha subito un arresto in conseguenza degli avvenimenti del 1943; ritenuto necessario, intanto, abbandonare ogni indugio per la ripresa immediata dell´interrotta attività sportiva nella nostra città che vanta un passato glorioso, allo scopo di impedire anche la logica conseguente dispersione delle giovanili energie ed anzi col fermo proposito di beneficamente sfruttarle e potenziarle per mantenere alto il prestigio di Siracusa sportiva; all´unanimità deliberiamo di costituire in Siracusa la Società Polisportiva Aretusa.

Non veniamo fuori da una guerra, no ma a me sembra che siamo tutti un po’ bombardati, abbattuti a volte, in particolare a Siracusa, ma poi la frase “impedire la dispersione delle energie giovanili” è fantastica, evitare che i picciotti distruggano il bene pubblico, o passino le giornate a girovagare inutilmente o ad obnubilarsi con vari metodi, insomma diamogli un pallone e non ci romperanno…va be’ il concetto l’ho chiarito.

Rituali.

Sto a 1.316,49 km da Siracusa, e sento l’odore delle zippole da qui. Agli svizzeri io glielo spiego il nostro rituale, le zippole fritte, per San Martino, che ormai cominciano due mesi prima a profumare le strade. Anni addietro solo nelle nostre case, massimo due tre giorni a ridosso dell’11 novembre, potevi sperare solo che la mamma ‘cunfissata’ s’industriasse nell’opera magna e nel ruolo della zippolara, ora devi solo fare la fila per strada mentre il profumo ti massacra e i succhi gastrici nell’attesa hanno già digerito le zippole del numero 24 mentre tu sei il numero 36. Durante la mia infanzia per fortuna le zippole non mi mancavano perché la mia super amica di sempre Lucia nata appunto l’11 mi invitava per il suo compleanno, per cui le nostre festicciole a base di zippole erano assicurate. Poi siamo cresciute, le feste non erano più fondamentali, avevamo altro per la testa. Le mie figlie aspettano le zippole, arriveranno come ogni anno, io poi le porterò anche ai vicini di casa che mi guarderanno straniti e mi diranno “Was ist Das” e io dirò Zippuli, ammucca!

Soddisfazioni da emigrata!

A mio Padre Angelo Gallitto e a Lucia che è diventata una maestra eccezionale.