Ha indignato l’immediata ed unanime lapidazione – alla memoria, per fortuna – del progettista del ponte crollato, l’ing. Riccardo Morandi, che con l’ing. Pier Luigi Nervi è stato il più grande strutturista italiano del ‘900, di fama mondiale

 

La Civetta di Minerva, ottobre 2018

Non c’era bisogno certamente della tragedia di Genova per scoprire che l’Italia è un Paese semiserio o del tutto non serio. Alla stregua, si parva licet …, dei ricorrenti rovesci della squadra nazionale di calcio, quando tutti ci sentiamo grandi allenatori e selezionatori, detentori – ex post – della formazione giusta per vincere contro chiunque.

Mentre ancora si scavava alla ricerca delle povere vittime, c’era già chi “l’aveva detto!”, chi indica già il colpevole, e via discorrendo, tutti ingegneri, tutti strutturisti, tutti giuristi e amministrativisti, tutti urbanisti, ecc., invidiabili padroni di “certezze”, sul passato, sul presente e sul futuro: “ricostruiremo in sei mesi, in un anno”, “lo rifaremo in muratura, come i romani”, “in acciaio, come Brooklyn”, “in… plastica, che è indistruttibile”! Alle Vittime, solo la retorica, immancabile e “bipartizan”.

Ciò che più mi ha indignato, però, è stata l’immediata ed unanime lapidazione – alla memoria, per fortuna – del progettista del ponte crollato, (l’ing. Riccardo Morandi, che con l’ing. Pier Luigi Nervi è stato il più grande strutturista italiano del ‘900, di fama mondiale), come ha fatto un giovane professore di strutture, affermando in TV, oggi (anno 2018), che “i calcoli del ponte Morandi erano sbagliati”, o come ha fatto l’insigne architetto, pardòn, archistar Renzo Piano, dicendo che “i ponti non crollano per fatalità”, frase di per sé vuota di significato, ma che sottintende, nel tono, un non pronunciato “io so perché”. Per non parlare della fantomatica, istantanea, commissione d’inchiesta governativa, durata quanto una meteora, composta da quasi tutti i (presunti) responsabili del crollo, per la serie “scannatevi tra voi”. E per non parlare ancora della indegna sceneggiata del fulmineo “progetto – dono”, abbellito da 43 bandierine con nomi e cognomi, una nostrana Spoon River fuori luogo.

Il Professor Renzo Piano, senatore a vita, sa bene che non potrà essere Lui a riprogettare il ponte e che questo non si potrà ricostruire né fra un anno, né fra due e passa. Anche perché, in questo caso, il classico assioma “ricostruiremo com’era e dov’era” risulta improponibile, come presto si vedrà.   Sulla annunciata durata del nuovo ponte – “durerà mille anni” – non mi pronuncio per prudenza, voglio verificare! Lascio poi ai semiologi commentare l’esilarante, quanto involontaria, fine del modellino in “balsa” appena presentato, fra le risate dei presenti. Per la serie: “una risata vi seppellirà”.

Detto questo, siccome è uno sport nazionale, provo a dire anche la mia sul ponte, affidandola però non ai socials, perché non ho followers da coltivare, ma alla cara e vecchia carta stampata - scripta manent – e ai miei dieci lettori, familiari compresi. Partendo però, se mi è consentito, da lontano.

Ai primi anni ’60 del secolo scorso Genova, città da cui ebbe inizio il famoso “boom economico ’50-‘70”, aveva già interamente cementificato la stretta lingua di suolo fra il mare e la montagna e i genovesi, non sapendo più come andare da una parte all’altra della città, costruirono la famosa “sopraelevata di Genova” (poi venne anche quella di Roma), vanto della città perché faceva tanto “America”. L’ing. Morandi fu poi chiamato a risolvere il problema dell’attraversamento simultaneo del torrente Polcevera, dell’area ferroviaria adiacente, e soprattutto del “sorvolo”, a 40 metri di altezza, di alcuni palazzi che non si potevano abbattere perché costruiti di recente.

L’ing. Morandi risolse il problema con un’opera di alta ingegneria, utilizzando cemento e acciaio con una tecnica innovativa (ponte strallato) che consentiva di superare grandi luci (m. 110 circa in quel caso). Quella tecnica è stata poi replicata su scala mondiale in innumerevoli opere di ingegneria. Però, l’ambiente in cui l’opera venne inserita era (ed è rimasto per tanti anni) un concentrato di inquinamento (aria marina con salsedine, fumi industriali prima delle leggi antinquinamento, camini industriali e civili da riscaldamento, scarichi da traffico automobilistico con marmitte… euro-0): un coacervo di fattori generalmente ed obiettivamente ostativi ad una impegnativa opera di cemento e acciaio. La soluzione del ponte solo metallico fu scartata per i costi proibitivi, soprattutto della manutenzione ambientale.

Già nei primi 20 anni di vita, quando ancora il traffico non era intenso, il ponte Morandi (è documentato) subì i primi danni occulti, ed ha avuto nel tempo un invecchiamento precoce con comprensibile riduzione di resistenza mentre, d’altra parte, il traffico e lo stress (dei materiali) si è decuplicato, innescando il micidiale processo: riduzione di capacità-aumento d’uso, processo che conosce un solo esito.

Ora, è noto che l’inquinamento atmosferico è nemico delle opere di ingegneria o architettoniche in genere. Si chiudono al traffico i centri storici delle città per salvaguardare i monumenti dallo “smog” da traffico, e non si pensa che anche i ponti, che sono costruiti proprio per il traffico, sono opere di ingegneria soggette a degrado ambientale.

Che cosa c’entra allora l’ing. Morandi e i suoi calcoli con le scelte politiche sul territorio? Un ponte con i “calcoli sbagliati”, nell’ipotesi, crolla dopo sei mesi, se non addirittura durante il collaudo (che serve proprio per questo), e non dopo 60 anni di stress pazzesco.

Si cerchino allora i responsabili, che ci sono e sono tanti, e si facciano processi seri e non sceneggiate in tivvù.