Giunti da ogni parte per manifestare un sentimento oggi sotto accusa: la solidarietà. Cronaca di un pomeriggio, tra striscioni, ombrelli, bandiere e vari colori della pelle

La Civetta di Minerva, ottobre 2018

A Riace si arriva da una strada un po’ malmessa, circondata da una natura aspra che lascia immaginare la presenza di un clima poco clemente. Per raggiungerlo si attraversano diversi Comuni con nomi mai sentiti, qualche locale aperto e poche persone dentro. Riace, della cui geografia non sapevo quasi nulla, non si trova sul mare come immaginavo. È un piccolo paese di poco più di 2000 abitanti, inerpicato su una rocca, attraversato da strade e vicoli che salgono e scendono.

Arrivare a Riace da Siracusa è, né più né meno, un viaggio. Prendi la macchina, arriva a Messina, preparati a imbarcarti sul traghetto, attraversa il mare, saluta Villa San Giovanni, avviati per le strade della Calabria. Siamo arrivati a Riace nel primo pomeriggio, abbiamo parcheggiato la macchina in una strada in salita, vicina al paese. Il cielo era nuvoloso, sull’Aspromonte avevamo incontrato un temporale. Non si sentiva nessun rumore. Scendendo dalla macchina, in silenzio senza dircelo, abbiamo avuto paura che non ci fosse nessuno.

Con questo pensiero ci siamo incamminati e abbiamo iniziato a vedere qualche macchina, qualche gruppetto di persone che comunque non sembrava essere lì per la nostra stessa ragione. Abbiamo percorso sì e no cento metri e l’ho sentito, prima confuso e poi perfettamente scandito. Migliaia di persone urlavano in coro: “Aprite i porti. Basta con i morti”. Più del doppio della popolazione di Riace concentrata in una strada. Si vedeva l’inizio del corteo, ma non la fine. Pioveva forte, il cielo era grigio, ma sulla via che conduce alla casa dove il sindaco Mimmo Lucano è costretto ai domiciliari c’erano solo i colori. I colori degli striscioni, delle bandiere, degli ombrelli, degli impermeabili. I colori della pelle delle persone. Eravamo arrivati da ogni parte: siciliani, emiliani, calabresi, toscani, africani, campani, veneti, albanesi, laziali, trentini. Tutti a Riace per manifestare un sentimento che oggi è perennemente messo sotto accusa, un sentimento che – certe volte – quasi ci imbarazza esprimere: la solidarietà.

Diversamente da come mi è capitato di frequente, ho avuto l’impressione che le cinquemila persone presenti in quella strada fossimo lì esattamente per lo stesso motivo. In situazioni di questo tipo, infatti, è facile che ogni gruppo, ogni associazione, ogni partito, ogni singolo individuo, approfitti in un certo senso della piazza per portare avanti le proprie istanze. A Riace, il 6 ottobre, credo che non fosse così. Tutti eravamo a conoscenza delle vicende giudiziarie di Mimmo Lucano: il favoreggiamento all’immigrazione clandestina e l’abuso d’ufficio. E tutti eravamo di fronte la sua finestra per dire a lui, ma soprattutto a noi stessi, che il modello dell’accoglienza è e sarà sempre l’unico in cui crederemo e che difenderemo. Lo ha detto bene, durante l’assemblea pubblica, il primo cittadino di Roccella Ionica (comune calabro): «Non siamo qui per esprimere un’opinione sulle vicende che hanno potuto o meno interessare Mimmo – ha dichiarato – Siamo venuti tutti per portare avanti una battaglia di umanità». Umanità: altra parola che attualmente è sempre più spesso svalutata e delegittimata. Accade di frequente, infatti, che all’appello alla solidarietà e all’umanità si inneggi al tanto inflazionato “buonismo”. A Riace hanno risposto con un piccolo cartellone, in cui a caratteri cubitali si leggeva: “Buonisti un cazzo”.

E a proposito di slogan, uno ha catturato particolarmente la mia attenzione. Lo striscione portato avanti dai siracusani diceva: “Siracusa disobbedisce”. Ed è proprio sulla disobbedienza che ho riflettuto molto in questi giorni. Quando ero piccola, mio papà mi faceva recitare una preghiera prima di andare a dormire, in cui chiedevo a Gesù di farmi crescere brava, ubbidiente, gentile e generosa. Ma allora, se per venticinque anni l’obbedienza è stata un valore da proteggere, perché adesso mi viene chiesto di disobbedire? Io, infatti, ci ho pensato tanto e, come molti altri, sono arrivata ad una conclusione. Quello che il mondo in cui viviamo ci impone, non è un atto di disobbedienza, ma di obbedienza morale e civile. E ce lo impone, sì, non ce lo chiede più. Durante l’assemblea all’anfiteatro di Riace è stato, forse per la prima volta, chiaro e inequivocabile. Questo non è più il tempo per le richieste, ma per le prese di posizione forti e inamovibili. L’accoglienza non può essere messa in discussione. Il fascismo non può essere un’opinione. Il razzismo deve essere condannato in ogni sua forma e a ogni livello della sua espressione. Questi sono e devono essere i pilastri di ogni nostra azione, di ogni nostra discussione. E non si tratta di opinioni, di punti di vista. Nella società post-moderna, avvolta e soffocata da istanze individualiste e relativiste, non bisogna commettere l’errore di dimenticare che esiste un nocciolo duro che non è e non deve essere soggetto all’opinabilità. Come tutti hanno ricordato durante l’assemblea, il nocciolo non dobbiamo inventarlo adesso, è già nella nostra Costituzione o nella Dichiarazione universale dei diritti umani. Ed è a questo che abbiamo il dovere di obbedire. Ce lo siamo detto e ce lo siamo ripetuto sotto la pioggia nel coloratissimo anfiteatro di Riace. E in questa battaglia di obbedienza Mimmo Lucano rappresenta un simbolo e soprattutto un monito. La faccia e le parole del sindaco di un Comune sperduto in Calabria sono una spina nel fianco per chi ogni giorno lavora per stendere un velo su queste pratiche virtuose di accoglienza, per chi le criminalizza e le insulta al solo fine di nasconderle e screditarle. Lo dimostrano le dichiarazioni offensive del Ministro degli Interni e di altri deputati del Movimento 5 Stelle.

Ma la faccia e le parole di Mimmo Lucano sono un simbolo anche perché ci ricordano costantemente che i principi in cui crediamo possono diventare realtà. Lo dimostra un ragazzo della Costa d’Avorio, che sul palco dell’anfiteatro prende in mano il microfono. E' in Italia da due anni, è figlio del modello di accoglienza riacese. Adesso vive in Puglia, ma anche se lui ora è al sicuro ha sentito dentro di sé l’obbligo morale di esserci non metaforicamente, ma con tutto se stesso. In un italiano impeccabile, che lui sostiene essere il frutto dell’istruzione ricevuta a Riace, dice: “Io e molti miei fratelli arriviamo qui con il fuoco nell’anima e Mimmo è in grado di dare la pace al nostro cuore. E’ per questo che vogliamo candidarlo al Nobel per la Pace”. Il sindaco di Riace non può sentirlo, ma nel messaggio che a suo nome legge Chiara Sasso, presidente di Recosol – la rete dei Comuni solidali – è evidente la sua devozione alla causa.

“Oggi, in questo luogo di frontiera, in questo piccolo paese del profondo sud italiano, terra di sofferenza, speranza e resistenza, vivremo un giorno che sarà destinato a passare alla storia – sono le parole del sindaco lette da una sua compagna di lotta venuta dalla Val di Susa, in Trentino – La storia siamo noi, con le nostre scelte, le nostre convinzioni, le nostre incertezze, i nostri errori, i nostri ideali, le nostre speranze di giustizia che nessuno potrà mai sopprimere”. E continua: “Vi auguro di poter avere il coraggio di essere soli e l’ardimento di stare insieme sotto gli stessi ideali, di poter essere disobbedienti ogni qualvolta si ricevono ordini che umiliano la nostra coscienza”.

Ed ecco che si chiarisce il cruccio. La disobbedienza alle politiche securitarie, alle avvisaglie razziste, alla legittimazione dell’odio e della violenza, diventa così un atto di obbedienza ai principi dell’uguaglianza, della solidarietà, dell’accoglienza, dell’umanità.