Il segretario: “Versalis, Esso, Syndhial, Sasol, fra interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria e la realizzazione di nuovi impianti, potrebbero spendere qualche miliardo di euro”, “Questa zona non può vivere senza la sua industria”

 

La Civetta di Minerva, ottobre 2018

La Filctem Cgil di Siracusa l’8 giugno del 2017 ratificò la nomina del suo nuovo segretario generale in Giuseppe D’Aquila con il programma di puntare a un reale rilancio del comparto, come spiegava nella sua relazione il neo segretario subentrato all’uscente Mario Rizzuti. D’Aquila, che dichiarava di conoscere bene le questioni legate al polo industriale, aggiungeva che l’obiettivo primario riguardava la ripresa delle discussioni sugli investimenti nell’area industriale e il consolidamento dei rispettivi stabilimenti.

Oggi cosa possiamo dire sulla realtà, c’è qualcosa di cambiato?

Siamo in un territorio dove le realtà multinazionali hanno capacità d’investimento estremamente importanti. Bisogna capire quale sono i loro piani strategici e i loro investimenti per vedere cosa fare e come ciò si lega al territorio. Qui fra interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria e la realizzazione di nuovi impianti abbiamo una potenzialità d’investimenti di qualche miliardo di euro. Mi riferisco alle grandi aziende come Versalis, Lukoil, Esso e Sasol, esse potrebbero e devono determinare un incremento importante d’investimenti per il territorio.

Come definire questi investimenti?

Innanzitutto devono essere legati al territorio che si è scollegato dalle aziende come consenso sociale.

Cosa significa questo per il sindacato?

I nuovi investimenti non possono più essere di carattere squisitamente produttivo. Oramai il nuovo paradigma deve essere quello di legarli all’organizzazione del lavoro, qualità della produzione, innovazione tecnologica e ambiente. Questa è l’unica soluzione che può riannodare questa industria al territorio e io sono sicuro che questa zona senza la sua industria non può vivere, perché non bastano solo il turismo e l’agricoltura, certamente bisogna far sviluppare queste economie ma l’area industriale continua a rimanere la più importante. Sappiamo che ogni anno le industrie pagano 11 miliardi d’accise che non sono pochi.

Sulle bonifiche come si esprime la Filctem?

I precedenti due accordi di programma sono abortiti prima di nascere. È accaduto che sono scomparsi quei soldi cioè dirottati per altre vie e lo specifico cassetto s’è svuotato. Questo è avvenuto perché è venuta meno la loro progettualità. Se il concetto di bonifica rimane solo e esclusivamente legato alla logica del risarcimento del territorio questo concetto risulterà insufficiente, se invece guardiamo ad una reindustrializzazione del territorio con un nuovo paradigma - quello di: ambiente, sviluppo, occupazione, legame con il suo territorio - allora andiamo verso un’altra direzione. È a questo punto che il concetto di bonifica può e deve essere una grande opportunità. Infatti, se un’azienda dovrà andare a compiere solo una bonifica per risarcire il territorio essa troverà scuse, ritardi e altro per non compierla mai.

Quindi cosa fare?

Manca una condizione di sistema. Un percorso culturale da parte delle aziende che si difendono dagli attacchi giusti o sbagliati della popolazione che si organizza in comitati e altro per l’ambiente. Esse di fronte a ciò si chiudono in se stesse nei loro recinti. Invece noi affermiamo che serve una logica di sistema, una progettualità. Dobbiamo guardare al territorio piuttosto che ai recinti aziendali e vedere come mettere a sistema tutte le opportunità che possono servire e delle quali ne beneficeranno tutti nella zona, dall’industria alla popolazione, con uno sviluppo occupazionale, ma in una realtà molto più attenta alla questione ambientale.

La sfida è questa? Non può sembrare utopia?

Assolutamente no, l’innovazione tecnologica deve essere più legata all’ambiente che ai processi produttivi.

In questo contesto il sindacato non deve far crescere la professionalità dei lavoratori?

Dipende solo se riusciremo a partire dalla testa. Cioè, da una condizione di sistema che serva ad agevolare investimenti agendo su un percorso produttivo all’avanguardia che guardi al futuro e renda più professionale e qualitativa la condizione lavorativa. Chiaramente, l’avanzata tecnologica produrrà una fuoriuscita di figure produttive, ma creerà grandi opportunità qualitative molto più ampie che dovranno essere coltivate.

Abbiamo lavoratori sempre più avanzati in età, ciò porta problemi al sindacato in termini di volontariato e rappresentanza nelle fabbriche?

L’appartenenza al sindacato non è più legata all’appartenenza politica e ideologica. Noi abbiamo il dovere di creare il consenso sindacale in base a cose concrete nelle fabbriche. Oggi entrare in un’azienda e rimanerci fino alla pensione diventa sempre più relativo. Dobbiamo legare le persone a un sistema produttivo a garanzia della loro professionalità, dignità, posto di lavoro. Lo schema è cambiato i paradigmi sono: concretezza, velocità, pragmatismo. Ci si confronta con giovani che hanno due lauree, parlano più lingue e possono andare in tutto il mondo a esprimere il proprio valore in base alle professionalità che già hanno. La classe operaia ancora esiste, ma è radicalmente cambiata e noi dobbiamo riuscire a proporci in modo vero con un’assunzione di responsabilità diversa. Se il sindacato perde la sua capacità propositiva non ha più motivo d’esistere, oggi più di ieri.

Fino a che punto il sindacato deve entrare nei processi, decisioni produttive?

Noi dobbiamo e abbiamo il dovere d’entrare nei processi strategici aziendali rivendicandone un ruolo specialmente nell’orientamento dei processi, ma con ciò non parliamo di partecipazione, ma di assunzione di responsabilità sui processi che insieme alle aziende vogliamo andare a stabilire. Questo è uno dei grandi valori che, secondo me, il sindacato deve coltivare per poter ancora esistere perché se no rischiamo d’essere un’altra cosa.