Si vagheggiò da più parti un modello economico post-industriale di cui non c’era alcuna ipotesi concreta né segni tangibili

 

Riguardo alla costituzione di una cattedrale nel deserto rilevava l'analisi del sociologo Bagnasco, che si potevano immaginare due spinte, con esiti in certi casi alternativi ed in altri combinati. Pertanto una sollecitazione celere nello spostamento delle industrie è un processo costoso (ma anche redditizio per le singole imprese) e tende a produrre evidenti squilibri territoriali. L'altro tipo sarebbe una pianificazione ed una socializzazione che apre spazi e strategie differenziate fra i diversi soggetti implicati.

Esempi vistosi del primo caso si sono verificati anche negli USA, con cambiamenti rapidi di fabbriche da vecchi siti del Nord in quegli stati meridionali caratterizzati dal minor costo del lavoro, da un sindacato più debole e governi locali che offrivano agevolazioni. Le multinazionali, nello stabilire il modo di produrre e la divisione del lavoro interno, hanno spinto verso un'omogeneizzazione di vecchie differenziazioni, hanno sfidato il potere, la cultura degli stati e delle società locali. Cosicché una nuova fisionomia economica è regolata anche da transizioni di consumi, mediazioni diffuse, in cui entrano in gioco più risorse, strategie, attori. É a questo punto che prendono forma degli organismi meglio inseriti nel contesto complessivo, ma più dipendenti, strutturati come sedi di processi specifici. Il concetto delle gerarchie tende ad esprimere in modo più impreciso la situazione e si aprono spazi politici da esplorare.

La crisi petrolifera, con i conseguenti iperbolici aumenti di prezzo del greggio, accelerò un meccanismo di trasformazioni, entrando in una fase di modificazione tecnologica, dove si ricercò in modo rilevante il risparmio energetico, questione che fino allora era stata sottovalutata dai programmatori. Basti vedere i deficit della bilancia commerciale locale e nazionale per una lettura globale del fenomeno. I dati bibliografici e statistici danno la dimensione e l’immagine dell'incidenza, importanza e significato del settore industriale chimico. Inoltre aiutano a comprendere il modello realizzatosi nella zona industriale di Siracusa, Priolo, Augusta con le conseguenze temporali e materiali, in termini di illusioni e di delusioni socio-economiche indotte. Specificatamente la grande impresa diviene la protagonista della conversione produttiva al Sud. Tutte le istanze del potere pubblico centrale e periferico, elettivo e non, la pubblica amministrazione, assumono il compito fondamentale di intervenire per ridurre, contenere, mediare le tensioni, le lacerazioni sociali provocate dalla presenza e dalla logica del profitto.

Da questa valutazione del problema ne conseguì che la spesa pubblica, da strumento interamente nelle mani della borghesia di Stato per propri interessi, divenne sempre più terreno centrale dello scontro tra le classi. Ciò avvenne principalmente per la tendenza alla limitazione dei proventi nei grandi complessi, per i motivi principali dello sviluppo della tecnologia e della modernizzazione. Questo portò a una discesa occupazionale nella grande impresa, per rimanere competitivi e per mantenere un'elevata produttività per addetto in situazioni di interscambi difficili. Inoltre ciò significò ristrutturare il capitale nello spostamento di certe risorse, con una delocalizzazione specialmente vicino ai punti di approvvigionamento vantaggiosi, come in paesi politicamente affidabili sempre più spinta.

Alle difficoltà finanziarie e produttive dell'industria, con la teoria dei "due poli pubblici e privati" che erano in concorrenza sia nei ruoli che nelle ramificazioni produttive, si aggiunsero gli scontri fra contrapposti ambiti di influenza, inasprendosi in una "guerra sulla chimica". In questa realtà meridionale l’avvenuta crisi venne utilizzata dal potere economico e dai nostrani colonizzatori per "sfruttare, punire e quindi sottomettere", con il Sud Italia, popolazioni ed aree. E le forze politiche perciò non avrebbero dovuto creare alibi ad alcuno, tantomeno lasciare spazi vuoti per rivendicazioni e denunce, ma tenere fede agli impegni nel Mezzogiorno e per lo sviluppo del Paese. La razionalizzazione del settore, la definizione del piano chimico nazionale, secondo scelte di specializzazione e della cosiddetta "vocazione", rappresentò la fine di una lotta tra i grandi gruppi. Rimase la sudditanza della politica ai grandi gruppi anche perché tutti i partiti davanti a un eventuale crollo di attività della zona industriale non intravvedevano alternative. Ciò sancì la dipendenza economica e produttiva dall'esterno, ovvero con la ristrutturazione delle grandi imprese petrolchimiche l’aiuto massiccio di vari ammortizzatori sociali a fronte dei tagli occupazionali come indicava l’internazionalizzazione della chimica. Nel frattempo, si cercava di insinuare e vagheggiare da più parti un modello economico "post-industriale" di cui non si intravedevano nessuna ipotesi concreta, né segni tangibili. In fondo, come poteva un’intera realtà politica dopo anni di dipendenza a questo modello di sviluppo ripensarne uno post-industriale quando si rimaneva legati a doppio filo a questo che largamente ancora condizionava?