Nel ’67 alla Sincat, nel ‘71 al pontile Esso con morti e dispersi, pochi giorni dopo l’esplosione e l’incendio di quattro serbatoi, con i priolesi che scapparono in massa dal loro comune, a novembre dello stesso anno un violento incendio alla Montedison con altri morti dopo atroci sofferenze…

 

Un primo grave "incidente ecologico" avvenne alla Sincat, fu descritto dal cronista in questa maniera: «Il 31.8.1967 alle ore 13, circa 40 mila tonnellate di fertilizzanti complessi posti in un capannone da circa 100 mila metri cubi, per autocombustione chimica vanno perduti, con un danno di circa 2 miliardi di lire. Si eleva una colonna di fumo alta circa 200 metri verso i monti Climiti, Melilli, S. Foca, Priolo. Il vento fa piovere scorie incombuste, nel mentre la coltre giallognola da aspetti allucinanti. L'allarme viene dato dopo le ore 15; il medico provinciale dice che la nube tossica a base di Ipoazotide, investendo le persone potrebbe causare tossicosi alle vie respiratorie fino al l'asfissia. L'azienda afferma di poter controllare il fenomeno e che già altri incidenti simili si erano verificati propri nell'anno in corso in Europa (Germania, Olanda). La popolazione si difende dalla "nebbia putrida" riversandosi sulle strade con fazzoletti bagnati alla bocca oppure rimanendo in casa chiudendo porte e finestre. Non vengono segnalati casi di asfissia, solo una donna in leggero stato di choc. Nell'eventualità d'evacuazione sono messi a disposizione un parco di 30 pullman ed autoambulanze, mentre la SS 114 è bloccata solo per qualche ora». Già la stampa del giorno successivo annunciò: la smobilitazione del dispositivo di sicurezza e di allarme, pur riconoscendo che il fenomeno continuava dopo l'estrema pericolosità del giorno precedente. Così la grande paura a Priolo era finita senza conseguenze alle persone, il che impressiona favorevolmente tutti, per la sensibilità dei dirigenti Sincat nel fare allontanare i lavoratori al momento dell'immediato pericolo. Si magnificarono i priolesi che avevano vissuto il momento con perfetta consapevolezza e padronanza di nervi, senza "incidenti", senza "vittime", senza manifestazioni "allarmistiche". Nei giorni successivi la stampa non ne parlò più.

Gli anni '70 si preannunciarono più pesanti per simili aspetti, inoltre fra gli operai e la popolazione incominciò a farsi strada un tipo di comunicazione e consapevolezza non più laconico e fatalistico; si iniziava ad aprire gli occhi, ad analizzare i disastri arrecati e quali i responsabili. Il 4 agosto 1971 una motocisterna (la Messene), nell'attraccare al pontile della Esso, urtò tranciando alcune tubazioni di prodotti petroliferi. La stampa la descrisse come: "sciagura nel porto con tre morti ed altrettanti dispersi", in seguito all'incendio che investì pure un'altra motocisterna (la Punta Ala). Si parlò di allontanamento delle navi vicine, del pontile andato distrutto, dell'abnegazione del personale che aveva evitato pericoli e danni ai serbatoi costieri. Nei due giorni successivi si accennò alle circa 4 mila tonnellate di benzina in fiamme, allo spandimento del petrolio in mare, allo spegnimento dell'incendio della Punta Ala incagliata alla penisola Magnisi, all'affidamento da parte della Esso del disinquinamento della rada a ditta specializzata, al ritrovamento dei cadaveri dei dispersi.

Successivamente, tra la penisola Magnisi e la stazione ferroviaria di Priolo, un altro "incidente" di natura ecologica saltò alla ribalta. Alle ore 19 del 22.9.1971 esplodendo presero fuoco, con fiamme alte trenta metri, ben quattro serbatoi (due da 5.000 mc di acetaldeide e due da 1.000 mc di acrilonitrile) col pericolo per altri quattro vicini. I quotidiani titolarono: "Mezzo miliardo in fumo; continua l’inferno di fuoco; mobilitato l'esercito! Ma la situazione è sotto controllo, anche se si producono scoppi, mentre il traffico ferroviario e stradale rimane bloccato per qualche ora. La Montedison lascia intendere che i vapori venefici rappresentano un pericolo costante per la popolazione di Priolo, pur affermando che comunque non ci sono vittime (diversi vigili erano rimasti intossicati) e che era stato chiesto il piano di evacuazione nel caso la nube tossica si fosse riversata sul centro urbano. Comunque gli abitanti di Priolo hanno abbandonato il paese almeno per l'80% intorno alle ore 20, prima della predisposizione del piano d'emergenza, memori delle precedenti vicende. Si segnala solo che l'equipaggio della nave Amagar, attraccata al pontile vicino, si è gettato in mare e poi è stato tratto in salvo". Già il giorno successivo la stampa considerò la: “grande paura finita con l'incendio che dà le ultime vampate. Comunque il piano d'emergenza non entrò neppure in funzione e gli abitanti di Priolo rientrarono allo loro case per il cessato allarme. Si prelevarono campioni d'aria dalla direzione aziendale su segnalazione delle autorità sanitarie, ma non si rilevò alcun elemento di pericolosità, anche se l'aria rimaneva punzecchiante a causa dell'acidulo odore del gas emanato". Improvvisamente, il 25.9.1971 apparve la notizia che: "il mare da Agnone a Pachino aveva subito dei danni ambientali. Eppure si assicurava che questo era un fatto esclusivamente occasionale da non porre in correlazione col recente incendio all'SG14. La pesca fu vietata per 15 giorni e il prodotto ittico sottoposto a controllo”.

Dopo una settimana dall'incidente apparve la notizia in cui: “il veterinario comunale tranquillizza che il pesce in commercio, dopo accertamenti, non risulta compromesso”. Eppure, permaneva il divieto di pesca tra la penisola Magnisi e Capo S. Croce. Il giorno successivo si comunicò un'ordinanza del veterinario provinciale in cui si constatava l'inquinamento marino della zona Augusta-Priolo considerando il pericolo per la salute pubblica e indicando i controlli e la vigilanza da effettuare. Successivamente la Capitaneria di Porto di Siracusa decise di revocare l'ordinanza emanata dopo l'incidente suddetto anche se: “la zona rimane inquinata, è vietata la pesca in rada per motivi militari”.

Ancora alla Montedison nella notte tra il 23 ed il 24 novembre 1971, un violento incendio distrusse l'impianto d'idrogenazione delle benzine (CR11), che era entrato in funzione da pochi mesi, con circa 1 miliardo di lire di danni e quattro vigili infortunati. Durante lo stesso anno si erano verificati altri incidenti mortali tra operai di ditte in appalto. Nondimeno alla Esso una mezza dozzina di dipendenti di una ditta di appalto (la Comedil) il 23.11.1971, nel fare alcune operazioni di bonifica ad un serbatoio che conteneva precedentemente benzina con piombo tetraetile, rimasero fortemente intossicati non avendo nemmeno utilizzato elementari precauzioni e mezzi di protezione. Le scene furono drammatiche: alcuni morirono poco dopo tra atroci sofferenze, altri furono ricoverati al Neuro in condizioni pietose. Questa, rappresentava l’ennesima prova eclatante di certe condizioni precarie e avventuriere nel modo di lavorare all'interno delle grandi industrie. Gli avvenimenti registrati portarono a riunioni in prefettura con la presenza degli organismi tecnici e politici locali, nonché dei direttori delle aziende Esso e Montedison in tale sede si disse che, "da parte delle industrie si manteneva la massima efficienza dei dispositivi di sicurezza collaudati ed aggiornati secondo le più moderne conoscenze della tecnica per evitare danni ai lavoratori, escludendo comunque pericoli per le popolazioni limitrofe. Gli organismi preposti alla vigilanza garantivano la loro opera costante oltre gli stessi limiti che la legge consentiva". Ciò era avvalorato dagli esiti positivi delle analisi effettuate dal LPIP per cui gli operai degli stabilimenti petrolchimici lavoravano in condizioni di assoluta igienicità. Così, che il prefetto compiaciuto prendeva atto dell'adozione di tutte le misure precauzionali, sia per i lavoratori che per le popolazioni delle zone adiacenti.