In un convegno scienziati sostennero addirittura che il vulcano “è il più grande inquinatore d’Europa rispetto ai problemi della zona industriale”. Ma Mario Capanna disse: “Augusta è peggio di Seveso”

 

Per parecchio tempo la realtà siracusana, sulle problematiche ambientali, ha registrato latenze delle istituzioni e degli Enti locali. Quando venivano avvistate macchie scure nel mare antistante la zona industriale, dopo un sopralluogo di tecnici tutto era concluso. Nel 1980, nei pressi del pontile ex Montecatini, penisola Magnisi, galleggiò una massa di pesce morto, ma la mancata tempestività nel prelievo impedì di effettuare indagini attendibili per individuare le cause. I giornali titolarono: “In Sicilia non è possibile analizzare il pesce morto; non si conosceranno mai le cause della moria per lentezze burocratiche”.

Alcune prescrizioni e restrizioni suggerite dagli assessorati regionali e dalla Commissione Provinciale Tutela Ambientale di Siracusa confermavano l'indecisione, l'imbarazzo e l'incapacità degli Enti e degli organismi responsabili. Basta ricordare quanto generici, vaghi ed inconcludenti furono i pareri e le ordinanze. La stessa stampa riportò che: “La libertà di inquinare alle industrie del siracusano viene limitata con una serie di restrizioni per gli scarichi a mare”. Si cercava di tamponare le morie di pesci con abbassamenti del 30% di azoto e fosforo negli scarichi, di fare aereazioni in rada, di incrementare le affluenze di acqua. Per il Medico Provinciale i pesci erano morti per asfissia, non c'era un vero pericolo.

Pure gli amministratori locali si davano da fare per mostrare di impegnarsi chiedendo soccorso al ministro, che promise l'invio di un mezzo mobile di rilevamento atmosferico attrezzatissimo, mentre si snobbavano dati e mezzi disponibili, risorse e conoscenze presenti da mesi ed anni. Si parlava di programmi per la difesa ambientale, poi si disattendeva e tutto si occultava. Se l’Amministrazione Provinciale sembrò accelerare un processo di conoscenze, ciò era prodotto dal timore dell'intervento pretorile. Nell'estate del 1981 ci fu aspra polemica sulla proroga della legge "Merli" per un ulteriore slittamento del termine del 31.8.1981 di adeguamento degli scarichi industriali alla tab. C. Questo era stato chiesto espressamente dalla Regione siciliana, da cui aveva decisamente e pubblicamente dissentito il pretore Condorelli definendo: “illegittime le proroghe illegali e l'eventuale legge incostituzionale”. In quel conflitto il governo regionale ricorse a quello centrale che intervenne con una nuova proroga della legge nazionale.

Anche nel 1982 si intrapresero da parte del pretore di Augusta procedimenti a carico di dirigenti industriali e in particolare della Montedison. La stampa riportò “l'ultimatum della Regione agli stabilimenti Montedison di Priolo, per cui con decreto lo scarico n. 20, che coinvolgeva la maggior parte dello stabilimento, non viene considerato scarico interno o industriale, ma torrente. Conseguentemente ogni singolo sversamento dovrà adeguarsi al rispetto delle tabelle di legge”.

Seguì nel febbraio 1982 una condanna dei direttori di stabilimento ad alcuni mesi con la condizionale e risarcimento danni alle parti civili (pescatori di Augusta e Lega Ambiente Arci), e l'interdizione per un anno dalla contrattazione con l'amministrazione pubblica. L'associazione degli industriali continuò in un'operazione di tranquillizzazione, senza essere contrastata da parte di Enti, organismi e ricercatori. Così il Consorzio Industriale per la Protezione Ambientale poté "pubblicizzare e dimostrare" in tavole rotonde e con scienziati a livello internazionale (Siracusa, ottobre 1981) che: “l’'Etna è il più grande inquinatore d'Europa rispetto ai problemi della zona industriale”. Ci si basava anche sulla differente altezza del "camino naturale" (oltre 3 km) rispetto a quelli delle attività antropogeniche (circa 100 metri), oppure che veniva misurata solo la SO2.

Inoltre, la depurazione risultava un passivo industriale; l'inquinamento era l’inevitabile prodotto del progresso; le inchieste epidemiologiche erano costose, lunghe, difficili e certe condizioni attuali e abitudinarie erano nocive (fumo, alcool, incontinenze per "venti" prodotti da vecchi in stanze con bambini). Dagli anni '70 l'area aveva assunto maggiore importanza per i centri di ricerca italiani ed internazionali, un laboratorio da studiare nei suoi aspetti e riflessi biologici, sociologici, economici, ecologici, ambientali, comportamentali, politici".

Dal PCI furono promossi incontri tra cui quello con lo scienziato B. Commoner, direttore del Centro di Biologia della Washington University, nell'aprile 1980. Dal DP un altro nel dicembre 1980 con la partecipazione del parlamentare europeo Capanna. La conclusione lapidaria fu: “Augusta come Seveso? No, peggio!” Anche il sindacato indisse un convegno provinciale nel giugno 1981 su “L'impegno di lotta per Ambiente-Occupazione-Sviluppo Economico”. Ci si prefiggeva di fare il punto sulla situazione nel territorio. Furono presentate documentazioni tecniche, si discusse sulle relative leggi, gli strumenti contrattuali, strutture di controllo. Si concludeva riaffermando l’obiettivo di correggere e difendere il processo di industrializzazione, a beneficio e tutela dei lavoratori e della popolazione. Così il sindacato, che sembrava trovarsi in difficoltà, tentò di riaffermare il suo ruolo e impegno di conoscenza e informazione sul territorio.

Vennero dall'Istituto di Igiene dell'Università di Catania in diverse occasioni alcune dichiarazioni più “prudenziali e dosate” sulle mortalità da tumori, sui malformati e sui livelli di inquinamento della zona. Infatti, si diceva che l'incremento di mortalità per tumori ad Augusta non si discostava significativamente dalla media nazionale. Si constatava il netto decremento di concentrazioni di sostanze inquinanti (soprattutto Pb - Hg – O, oli minerali) rispetto al 1975, le morie di pesci erano meno frequenti e intense. Ciò era da attribuire principalmente all'energica azione intrapresa dall'autorità giudiziaria degli ultimi anni. Quindi appariva ingiustificato qualunque allarmismo. Così si dichiarava: “Vari controlli dell'inquinamento atmosferico per alcuni parametri hanno rilevato valori sensibili in alcuni punti della zona industriale, ma per la limitatezza del numero di dati si rinvia a quelli della rete Cipa, per la sua affidabilità e continuità”.

Nel precedente ventennio, da più parti, si evidenziò che: “dopo l'industrializzazione, nella zona limitrofa e nella provincia, la produzione agricola è diminuita rapidamente e drasticamente, ad esempio il mandorlo non fioriva più da anni”. Negli anni '80, a sostegno della tesi del miglioramento ambientale locale, gli stessi "battaglieri ecologisti" del No all'anilina e del Si all'autonomia comunale di Priolo cambiavano parere. Ora si registrava un risveglio naturale, col ritorno alla prosperità degli agrumeti dell'area; il mandorlo tornava a fiorire. Così tutta la zona riprendeva ad essere miracolata dopo la grazia dei depuratori messi o da mettere, degli impianti fermati e smantellati, dei confortanti dati di rilevamento delle reti private o pubbliche. Si ritornava alle sane idee del primo periodo, alla pacificazione sociale fra industria e popolazione, tra classe operaia ed imprenditoria, tra qualità della vita e ritmo produttivo, tra progresso tecnologico ed assuefazione al rischio.

Sul litorale di Marina di Melilli si poteva tornare a balneare, gli stabilimenti erano controllati continuamente. Magari ora questa nuova situazione era condita con un pizzico di maggiore sensibilità e coscienza ambientale. Anche per i malformati il controllo all'Ospedale Muscatello procedeva con dati tranquillizzanti. Sulle cause della mortalità per tumore si rilevava un notevole incremento nell'ultimo decennio, ma ciò era nella norma nazionale, semmai "anomalo" era un campione della località della provincia ove era calcolato che si moriva al 50% rispetto a quanto ci si attendeva. Tra le indagini universitarie negli ambienti di lavoro, quello alla Sala Celle, concludeva che si registrava un numero di casi e sintomi particolari, ma riconducibili a stranezze statistiche o climatiche della zona.

Ormai certi combattenti ecologisti avevano fatto il loro tempo, potevano scendere dal treno della contestazione. Le iniziative dovevano essere date agli imprenditori, i quali erano diventati più attenti a non profanare o calpestare le leggi. Erano ben saldi nel posto di conduttori del vapore e non distratti nelle manovre. Inoltre, occorreva un sindacato capace di comprendere e rispondere alle problematiche, ma ricordando la logica e la legge del profitto, di fronte alla crisi dilagante, per ricondurre i comitati ambiente di fabbrica agli ampi e generali temi sindacali. Ma oramai appariva evidente che, contrariamente agli anni '60, nessuno o quasi plaudeva più alle ciminiere, anche se rimaneva fortemente controversa tra i vari strati della popolazione la convinzione che senza l'industria non ci sarebbe stato benessere.

Per tutti questi avvenimenti che fecero storia rimane una profonda divisione fra il parlare di risanare ecologicamente e l'essere capaci di farlo. Si prediceva che questi vecchi modi di gestione non avrebbero portato a nessun progresso nello sviluppo sociale, al contrario avrebbero fatto inabissare quella cattedrale.