Zito M5S: “Fuorviante il bando dell’Agenzia del Demanio, confusa e contraddittoria l’istruttoria della Soprintendenza. La relazione storico artistica vieta nuove costruzioni”

 

Dopo un lungo lavoro di acquisizione ed esame dell’ampia documentazione che ha segnato l’iter di realizzazione del bar di Piazza d’armi, il deputato del M5S Stefano Zito studia il da farsi per apportare eventuali modifiche legislative allo scopo di evitare che future concessioni di beni culturali possano produrre effetti negativi come quelli che hanno contrassegnato la vicenda siracusana, un danno non solo per la pubblica amministrazione ma per la stessa attività imprenditoriale privata.

Perché non c’è alcun dubbio: se l’Agenzia del Demanio avesse concordato con la Soprintendenza le previsioni del bando prima di emanarlo, non solo oggi non avremmo una struttura che già si è chiesto di riportare al progetto originario (e non si capisce come potrebbe avvenire se non smontandola quasi integralmente) ma lo stesso concessionario, a conoscenza dei vincoli vigenti sull’area (gli stessi che anche la Soprintendenza sembra aver disatteso), avrebbe (forse) potuto pensare a un intervento diverso, compatibile con il pregio del sito.

È questa la conclusione di un report dettagliato (ma non completo perché a breve ne seguirà un altro) dei vari passaggi che hanno segnato l’iter di concessione dell’area pubblicato sul nostro sito, a disposizione dei lettori più pazienti.

Qui ne indichiamo solo i passaggi salienti; non più ipotesi e illazioni ma informazioni desunte dagli atti messi insieme dal M5S.

Quando l’Agenzia del Demanio decide di dare in concessione l’area antistante il Castello Maniace, prima indicata come dall’ampiezza di 2.400 mq e poi di 5.000, per un canone annuo irrisorio, lo fa senza nulla concordare con la Soprintendenza. E le indicazioni sembrano non tenere in alcun conto l’elemento fondamentale: Piazza d’armi dal 2008 (D.D.S. n. 6903) è stato riconosciuto quale bene culturale, con tutto ciò che tale qualifica comporta, dopo un’istruttoria della Soprintendenza stessa tutta fondata su una relazione storico artistica che non dovrebbe lasciare adito a incertezze. “Nell’area facente parte della perimetrazione vincolo non è consentita la realizzazione di nuove costruzioni o modifica e qualsiasi intervento edilizio deve essere destinato alla migliore fruizione del sistema difensivo e valorizzazione del prospiciente complesso monumentale”.

Eppure, l’Agenzia prevede da subito che possano esserci “luoghi di ristoro, bar e ristoranti, spazi commerciali e spazi espositivi, laboratori artigianali” con un richiamo del tutto blando a generici principi di “reversibilità, ridotta invasività degli interventi e compatibilità con i valori storici”, e addirittura si prospetta per il concessionario la possibilità di realizzare interventi “non […] totalmente removibili” e di chiedere “eventuali variazioni d’uso o di destinazione urbanistica” secondo le ordinarie procedure previste dalla legge.

“Le indicazioni del Demanio sono così vaghe da non consentire alla P.A. di effettuare le valutazioni di propria competenza – commenta Stefano Zito -. Per il rilascio dell’autorizzazione è necessario proprio un giudizio preventivo sulla congruità della destinazione d'uso proposta in relazione alle esigenze di conservazione e di fruizione pubblica del bene, e sulla compatibilità della stessa con il carattere storico artistico del bene medesimo. La Soprintendenza, nella fase istruttoria, ha chiesto, come avrebbe dovuto, chiarimenti"?

In realtà, va in scena la commedia degli equivoci. La Soprintendenza, per mesi (così fino all’ottobre del 2017), si muove e impartisce prescrizioni come se la destinazione d’uso proposta dal Demanio siasolo quella di “ospitare eventi culturali e/o celebrativi nonché stand per attività ricettive in generale”, destinazione che viene ritenuta “compatibile con la natura del bene in oggetto ... non in contrasto con la precedente”. Tra le prescrizioni, rivelatrice la sesta: "Le eventuali strutture da installare (evidentemente gli stand, ndr) siano temporanee e abbiano i requisiti di reversibilità e siano di dimensioni tali da non invadere la visuale prospettica del Castello Maniace”.

E il Dirigente Generale del Dipartimento regionale dei Beni Culturali, l'11 luglio 2017, recependo in tutto e per tutto i contenuti (destinazione d’uso e prescrizioni) del parere della Soprintendenza, autorizza la concessione ex art. 57 bis.

A fine agosto, il privato, unico partecipante alla gara e provvisoriamente individuato quale aggiudicatario già a fine maggio, trasmette agli uffici di Piazza Duomo la documentazione relativa al progetto di valorizzazione dell’area.

Il progetto, che dovrebbe essere quello originario presentato all'Agenzia del Demanio, prevede sì un bar, in via indicativa nella posizione in cui oggi lo ritroviamo, ma descritto come "un container riciclato" con aperture su tutti i lati per renderlo "trasparente" nei confronti del paesaggio circostante, con funzioni anche di infopoint.

Quando il 16 ottobre 2017, dopo un mese e mezzo dalla ricezione dei documenti, la Soprintendenza scrive: "Questa Soprintendenza, esaminati gli elaborati grafici a corredo della suddetta richiesta, ritenuto che quanto fornito non è sufficiente per esprimere parere di competenza, chiede alla S.V. di voler integrare quanto già corredato, con elaborati grafici contenenti quote altimetriche, misure e dettagli costruttivi di quanto in progetto”, deve necessariamente aver capito che si tratta di una destinazione d’uso almeno in parte differente da quella autorizzata a giugno con prescrizioni.

Il 23, con una propria nota, detta ulteriori prescrizioni dando sostanzialmente per scontata la possibilità di eseguire le opere previste nel progetto di valorizzazione, incluso quindi il chiosco in prossimità dell’ingresso.

“Nella corrispondenza intercorsa nell’autunno del 2017 fra le diverse amministrazioni, in nostro possesso, non c’è traccia di richieste, informazioni, inerenti alla compatibilità dell’intervento, immaginato dal privato,con il carattere storico e artistico dell’ex Piazza d’Armi” – osserva Stefano Zito.

Nella concessione del 28 novembre 2017 alcune delle prescrizioni dettate ad ottobre scompaiono, altre vengono modificate: si dimentica di aver impartito regole per il posizionamento di eventuali palcoscenici “a tutela della visibilità del Castello Maniace” o dell’esistenza di un corridoio largo 4 mt sui lati sud e ovest (riconosciuto dal 2003 alla Soprintendenza dal Demanio) per “consentire il libero accesso al Castello Maniace, per esigenze di fruizione, uso, manutenzione e/o conservazione del monumento stesso” - passaggio ritenuto anche dai Carabinieri funzionale ad agevolare l’assolvimento dei propri compiti istituzionali -, spazi ora occupati dal prato.

Una concessione che appare contraddittoria quando contempla per il privato, da una parte, l’obbligo di realizzare gli interventi previsti dalla proposta progettuale (dunque anche il bar), dall’altra di rispettare, a pena di possibile decadenza, le prescrizioni e condizioni previste dal D.D.G. 3249/2017 (tra cui la sesta, sopra citata, che consente l’installazione solo di strutture temporanee e reversibili). “In giurisprudenza la distinzione tra i concetti di temporaneità e reversibilità è pacifica” – chiosa Zito.

I primi di gennaio 2018, il concessionario chiede alla Soprintendenza l’autorizzazione ad eseguire i lavori in Piazza d’armi presentando finalmente il progetto ispirato allo Stomachion archimedeo - “un involucro specchiante… realizzato in scatolari metallici presaldati con elementi di copertura in fenolico, rivestiti da vetro riflettente temprato, e ancorato al suolo attraverso delle zavorre prefabbricate in CA”.

“Non riteniamo che il cambio di destinazione d’uso fosse impossibile a termini di legge ma sicuramente la Soprintendenza avrebbe dovuto valutare la compatibilità di tale destinazione e dell’intervento edilizio proposti con il carattere storico e artistico del bene, tenendo conto dei limiti espressamente previsti dalla relazione alle attività sullo stesso realizzabili. Che si tratti di una nuova costruzione lo scrive proprio il concessionario e la stessa Soprintendenza, a ottobre, aveva espressamente escluso che si potesse occupare l’area ovest della piazza, per poi a febbraio prescrivere comunque le caratteristiche di precarietà e reversibilità per i manufatti da realizzare.

Per tutto ciò, per sollecitare una valutazione più approfondita in merito alla legittimità dell’intero iter procedimentale, presenteremo un’interrogazione parlamentare e, attraverso il supporto della deputazione nazionale, una modifica legislativa per far sì che le procedure ad evidenza pubblica, finalizzate al trasferimento dei beni culturali, risultino sin dal loro avvio (cioè già in fase di redazione della disciplina di gara) incanalate lungo i binari tracciati dalle autorità preposte alla tutela”.

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