Zito M5S: “Fuorviante il bando dell’Agenzia del Demanio, confusa e contraddittoria l’istruttoria della Soprintendenza. La relazione storico artistica vieta nuove costruzioni”

 

Situazione sospesa in Piazza d’Armi, dopo la decisione provvisoria del Tar di Catania del 12 settembre scorso, che di fatto ha consentito al concessionario di continuare la propria attività imprenditoriale almeno fino alla prossima udienza dell’11 ottobre.

La stagione è "quasi" salva, ma nulla è stato ancora chiarito. Anzi restano irrisolte tutte le presunte “anomalie” che, sollevate nei mesi scorsi da alcuni critici irriducibili (in primis l’avvocato Salvo Salerno), oggi appaiono di fatto accertate dalla corposa documentazione che, attraverso le istanze di accesso avanzate da diverse parti, è stata faticosamente acquisita.

"Abbiamo deciso di non unire la nostra voce alle molte che hanno, in alcuni casi meritoriamente e correttamente, segnalato le anomalie più evidenti - commenta il deputato regionale del M5S Stefano Zito -. Sarebbe stato ribadire quanto andava via via emergendo e abbiamo invece preferito "vedere le carte", cercare di capire quale meccanismo si sia inceppato anche per verificare se ci siano strumenti efficaci di "dissuasione" per il futuro, per non incorrere di nuovo, e ancora, in procedure che alla fine producono un danno tanto per l'amministrazione quanto per il privato".

In effetti, dai documenti raccolti viene progressivamente fuori una verità che dovrebbe fare riflettere e finalmente indicare la filiera delle responsabilità.

Come in tutti lavori seri di ricostruzione è indispensabile partire dagli inizi.

Piazza d’armi è un bene culturale, con tutto ciò che tale qualifica comporta, e come tale viene riconosciuto nel luglio 2008 (D.D.S. n. 6903) all’esito di un’istruttoria, curata dalla Soprintendenza, dalla quale risulta che il bene, realizzato nel 1630, è di proprietà del Demanio dello Stato – Ramo Difesa Esercito, all’epoca con destinazione d’uso “civile”. E già nell’agosto 2003, una porzione del piazzale - una sorta di corridoio ad L, dall'ampiezza di 4 mt, che si sviluppa sulla destra dell'ampia area, prima perpendicolare e poi parallelo rispetto al fronte del Castello – era stata consegnata dall’Agenzia del Demanio alla stessa Soprintendenza.

Un particolare importante come si vedrà.

Il primo vulnus, il primo tassello di questo cavallo di Troia che assedia e conquista Piazza d’Armi, è proprio il bando per la concessione dell'area così come proposto dall'Agenzia del Demanio.

L’ampio piazzale viene trattato alla stregua di un qualsiasi bene da riqualificare. Se ne dimenticano le peculiarità e nell’ “information memorandum”, allegato all’avviso di gara, non solo si ammette da subito la realizzazione di “luoghi di ristoro, bar e ristoranti, spazi commerciali e spazi espositivi, laboratori artigianali” con un richiamo del tutto blando a generici principi di “reversibilità, ridotta invasività degli interventi e compatibilità con i valori storici”, ma si prospetta anche la possibilità per il concessionario di realizzare interventi “non […] totalmente removibili” e di chiedere “eventuali variazioni d’uso o di destinazione urbanistica” secondo le ordinarie procedure previste dalla legge.

In questa prima fase - primi mesi del 2017 -, l'Agenzia agisce motu proprio e, dopo aver già pubblicato il bando di gara e la relativa documentazione, si limita a comunicare agli uffici di piazza Duomo l’intenzione di affidare in concessione il bene.

Infatti, correttamente, la Soprintendenza replica, evidenziando i rischi derivanti dal suo mancato pre-coinvolgimento tempestivo, e invita l’Agenzia a modificare l’avviso di gara “inserendo la preventiva acquisizione della fattibilità delle proposte da parte della Scrivente”.

Ma in aprile l'Agenzia glissa: la Soprintendenza potrà esprimere il parere di competenza in sede di procedimento di autorizzazione allaconcessione in uso.

Intanto, nello stesso mese, si emenda il primo (marchiano) errore: viene modificato sia l’avviso di gara che l’Information Memorandum dove l’area oggetto di concessione risultava avere una superficie di 2.400 mq e non di 5.000 mq come sarà poi assegnata.

Questo errore ha influito sulla gara? Nello specifico, per esempio, sulla determinazione dell’importo minimo del canone annuo di concessione (fissato in 5.000 euro) da offrire a pena di esclusione dalla procedura?

Aperta la gara, entro la data stabilita del 2 maggio perviene una sola offerta, ritenuta dall'Agenzia completa e corretta. Il 24 la stessa Agenzia invia all'Assessorato e alla Soprintendenza la richiesta di autorizzazione alla concessione in uso del bene culturale ex art. 57 bis del D.Lgs. n. 42/2004, disposizione in base alla quale, prima del trasferimento della disponibilità del bene, le autorità preposte alla tutela devono essere informate sia sull'uso a cui esso verrà destinato che sulla sua successiva conservazione e valorizzazione.

Nella richiesta del demanio invece – dove inaspettatamente troviamo una critica alla “destinazione d’uso in atto”, del “lounge bar con distribuzione di bevande alcoliche”, ritenuto poco confacente alla valenza culturale del sito (sic!) -, non vengono indicate “le misure necessarie ad assicurare la conservazione del bene”; ci si limita a ricopiare le previsioni dell’avviso, rimandando tutto a quanto sarà indicato nelle proposte progettuali presentate dai partecipanti alla gara.

A stento sono riportati gli obiettivi di valorizzazione che si intendono perseguire ma soprattutto, al punto relativo all' “indicazione della destinazione d'uso prevista”, si scopiazza qua e là semplicemente l’“information memorandum” - peraltro omettendo proprio la parte, più concreta, in cui si allude alla prospettata destinazione commerciale.

“Ma così non si è consentito alla P.A. di effettuare le valutazioni di propria competenza in sede di procedimento ex 57 bis – commenta Stefano Zito -. Occorre ricordare che l’art. 55 comma 3-bis prevede, quale condizione per il rilascio dell’autorizzazione, proprio un giudizio preventivo sulla congruità della destinazione d'uso proposta in relazione alle esigenze di conservazione e di fruizione pubblica del bene, e sulla compatibilità della stessa con il carattere storico artistico del bene medesimo.

A fronte delle indicazioni così vaghe dell’Agenzia del Demanio sarebbe stata opportuna una integrazione in fase istruttoria con una richiesta di chiarimenti ".

E arriviamo così al secondo vulnus. Cosa, in realtà, autorizza la Soprintendenza?

Sulla base degli elementi di giudizio a disposizione, la destinazione d’uso proposta dal demanio sembra consistere, o almeno in questo senso è stata interpretata dall’Amministrazione,solo nell’ “ospitare eventi culturali e/o celebrativi nonché stand per attività ricettive in generale”, destinazione che la Soprintendenza non ha difficoltà a ritenere “compatibile con la natura del bene in oggetto ... non in contrasto con la precedente”.

E infatti impartisce le prescrizioni al cui rispetto è subordinata la gestione del bene.

Tra queste anche la sesta: "Le eventuali strutture da installare (evidentemente gli stand, ndr) siano temporanee e abbiano i requisiti di reversibilità e siano di dimensioni tali da non invadere la visuale prospettica del Castello Maniace”. E il Dirigente Generaledel Dipartimento regionale dei Beni Culturali così, l'11 luglio 2017, recependo in tutto e per tutto i contenuti (destinazione d’uso e prescrizioni) del parere della Soprintendenza, autorizza la concessione ex art. 57 bis.

Con istanza registrata il 31 agosto, l’aggiudicatario trasmette alla Soprintendenza la documentazione relativa al progetto di valorizzazione dell’area ottenuta in concessione e, in base agli atti acquisiti, si direbbe che solo ora l’ente di piazza Duomo ne prenda visione.

Di quale progetto si tratta? Dovrebbe essere quello originario presentato all'Agenzia del Demanio.

È previsto il bar, in via indicativa nella posizione in cui oggi lo ritroviamo, ma descritto come "un container riciclato" con aperture su tutti i lati per renderlo "trasparente" nei confronti del paesaggio circostante, con funzioni anche di infopoint.

Ormai la Soprintendenza non può più non sapere e infatti, il 16 ottobre 2017, dopo un mese e mezzo dalla ricezione dei documenti, scrive: "Questa Soprintendenza, esaminati gli elaborati grafici a corredo della suddetta richiesta, ritenuto che quanto fornito non è sufficiente per esprimere parere di competenza, chiede alla S.V. di voler integrare quanto già corredato, con elaborati grafici contenenti quote altimetriche, misure e dettagli costruttivi di quanto in progetto”.

E qui il terzo definitivo vulnus.

Nel progetto trasmesso a fine agosto alla Soprintendenza si parla espressamente di un chiosco/area chiosco-bar/servizi permanenti; e si specifica che il chiosco “verrà ubicato in prossimità dell’ingresso”. È a questo punto evidente che la destinazione d’uso proposta dall’aggiudicatario è diversa, almeno in parte, da quella autorizzata.

“Sebbene tale circostanza avrebbe dovuto indurre la Soprintendenza ad interrogarsi sulla compatibilità dell’intervento, immaginato dal privato, con il carattere storico e artistico dell’ex Piazza d’Armi, la questione appare del tutto estranea alla corrispondenza intercorsa nell’autunno del 2017 fra le diverse amministrazioni” – chiarisce Stefano Zito.

Alla richiesta dell’Agenzia del Demanio di comunicare nel dettaglio eventuali esigenze legate alla disciplina del flusso veicolare e alla successiva gestione, da parte del concessionario, delle attività all’interno del piazzale, la Soprintendenza si limita ad indicare alcune prescrizioni, ulteriori rispetto a quelle già previste dall’autorizzazione dell’11 luglio 2017, che ritiene necessario “inserire” - si immagina - nella concessione.

Dispone, in particolare, che, sui lati ovest (ora c’è un prato!) e sud della piazza, venga lasciato libero “da istallazioni, eventi, attività” un corridoio di larghezza non inferiore a 4 mt che avrebbe dovuto essere “in qualsiasi momento utilizzabile per le esigenze di fruizione, uso e manutenzione e/o conservazione del Castello Maniace” e riservato esclusivamente a tal fine.

Si forniscono poi puntuali indicazioni sul posizionamento di eventuali palcoscenici “ai fini della tutela delle migliori condizioni di visibilità del monumento". Al contempo viene sostanzialmente data per scontata la possibilità di eseguire le opere previste nel progetto di valorizzazione, incluso quindi il chiosco in prossimità dell’ingresso.

Vale la pena di evidenziare che già precedentemente la sezione del Comando dei Carabinieri, preposta alla tutela del patrimonio culturale, aveva informato l’Agenzia del Demanio delle sistematiche criticità registrate in occasione della realizzazione di eventi in Piazza d’Armi tali da creare “situazioni al limite della gestibilità, soprattutto in termini di sicurezza, in prossimità dei due varchi (Est e Ovest) di ingresso al sito”, suggerendo, anche perché funzionale ad agevolare l’assolvimento dei propri compiti istituzionali, di mantenere costantemente libero da impedimenti e/o barriere un corridoio di transito lungo i lati est, sud e ovest del piazzale.

Ad ogni modo, a dispetto delle raccomandazioni della Soprintendenza sulla necessità che il rapporto contrattuale con l’aggiudicatario fosse regolato secondo le indicazioni dalla stessa impartite, e malgrado le rassicurazioni fornite in proposito dall’Agenzia del Demanio, di alcune delle prescrizioni summenzionate nella concessione del 28 novembre 2017 non v’è traccia (per esempio, quella sul posizionamento del palcoscenico e a tutela della visibilità del Castello Maniace); di altre la traccia c’è, ma è appena percepibile (l’obbligo di lasciare libero il corridoio di accesso al Castello di cui si è detto si stempera nel più generico impegno del concessionario a “consentire il libero accesso al Castello Maniace, per esigenze di fruizione, uso, manutenzione e/o conservazione del monumento stesso”).

Una concessione che, peraltro, appare contraddittoria quando contempla per il privato, da una parte, l’obbligo di realizzare gli interventi previsti dalla proposta progettuale (dunque anche il bar), dall’altra di rispettare, a pena di possibile decadenza, le prescrizioni e condizioni previste dal D.D.G. 3249/2017 (tra cui la sesta, sopra citata, che consente l’installazione solo di strutture temporanee e reversibili).

Così commenta il deputato del M5S: “Sia dal punto di vista edilizio che da quello paesaggistico, in giurisprudenza è pacifico che un'opera è temporanea esclusivamente quando è realizzata per soddisfare esigenze che con assoluta evidenza risultino temporanee; non possono, invece, essere considerati manufatti precari quelli destinati ad una utilizzazione perdurante nel tempo, funzionali a soddisfare esigenze stabili nel tempo, a nulla rilevando la potenziale rimovibilità della struttura.

Come è possibile allora assumere l’impegno a installare solo strutture temporanee e reversibili ed insieme obbligarsi a realizzare un chiosco che, malgrado la sua possibile rimovibilità, è deputato ad un utilizzo reiterato nel tempo e non a soddisfare fini contingenti? Mistero della concessione”.

L’1 dicembre 2017 l’Agenzia del Demanio consegna il bene e il 21 dà al concessionario il nulla osta a presentare, agli “enti preposti per il rilascio delle relative autorizzazioni”, il “progetto di riqualificazione dell’area in oggetto indicato, trasmesso in data 21 dicembre u.s.”, lo stesso progetto, si presume, che sarà presentato dopo poche settimane alla Soprintendenza per ottenere l’autorizzazione a realizzare l'intervento sul bene culturale ex art. 21.

Come scrive l’Agenzia del Demanio, “permangono le destinazioni d’uso di cui al progetto presentato in sede di bando di gara” (già – lo ripetiamo - il progetto originario prevedeva la realizzazione di un’area bar/chiosco) ma cambia la struttura del bar, non più il “chiosco realizzato mediante un container riciclato ecc." bensì quella che oggi vediamo.

"Può sembrare paradossale - chiarisce Stefano Zito - ma non è nelle modifiche della struttura la vera anomalia bensì nel fatto che, nonostante la destinazione d’uso del nuovo progetto sia la stessa di quello originario, non è questa la destinazione che sarebbe stata presa in considerazione, e perciò consentita, nel corso del procedimento ex art. 57 bis. In quel procedimento, è il caso di ribadirlo, la Soprintendenza non sembra aver valutato la compatibilità della realizzazione del bar con le caratteristiche di Piazza d’armi, ma l’uso della stessa per “ospitare eventi culturali e/o celebrativi nonché stand per attività ricettive in generale”.

Il 27 dicembre 2017 viene costituita la Senza Confine S.r.l., destinata a subentrare nel rapporto concessorio all’ “Associazione interculturale comunità euro afro asiatica del turismo” (sebbene negli atti successivi le due entità continuino a sovrapporsi).

Quindi, i primi di gennaio, il concessionario chiede alla Soprintendenza l’autorizzazione ad eseguire i lavori in Piazza d’armi presentando un progetto che prevede la costruzione di un’area ristoro ispirata allo Stomachion archimedeo e costituita da “un involucro specchiante… realizzato in scatolari metallici presaldati con elementi di copertura in fenolico, rivestiti da vetro riflettente temprato, e ancorato al suolo attraverso delle zavorre prefabbricate in CA”.

“Si propone di fatto, almeno per una parte del bene culturale, il mutamento della destinazione d’uso autorizzata – spiega il deputato Zito -. Una richiesta verosimilmente possibile - l’art. 21, comma 4, la contempla espressamente: “il mutamento di destinazione d'uso dei beni medesimi è comunicato al Soprintendente per le finalità di cui all'articolo 20, comma 1” - ma che avrebbe dovuto spingere la Soprintendenza a una valutazione sulla compatibilità della destinazione d’uso e dell’intervento edilizio proposti con il carattere storico e artistico del bene. Il fatto che il 23 febbraio la Soprintendenza, nello specifico la sezione “Beni architettonici, Storico-artistici”, abbia autorizzato l’intervento non può che suscitare perplessità”.

La relazione storico-artistica, redatta dalla Soprintendenza stessa nel corso dell’istruttoria che ha portato alla verifica dell’interesse culturale del bene e facente parte integrante del decreto conclusivo di quel procedimento (D.D.S. n. 6903 del 2 luglio 2008 comunque richiamato nella citata autorizzazione), afferma espressamente che “nell’area facente parte della perimetrazione vincolo non è consentita la realizzazione di nuove costruzioni o modifica e qualsiasi intervento edilizio deve essere destinato alla migliore fruizione del sistema difensivo e valorizzazione del prospiciente complesso monumentale”. La relazione, in altre parole, individua all’interno della più ampia categoria degli interventi edilizi quello di nuova costruzione per escluderlo dal novero delle attività consentite nell’area.

Commenta ancora Zito: “Ammesso e non concesso che tale circostanza non precluda già in radice l’assentibilità dell’intervento proposto dal concessionario (e da lui stesso qualificato come “nuova costruzione”), tale circostanza rendeva necessario, quanto meno, che la Soprintendenza giustificasse la propria decisione con una motivazione esaustiva che non si riducesse alla formula di stile – che invece si legge nell’autorizzazione – secondo cui “trattasi di provvedimenti compatibili con la natura del bene e che i medesimi rientrano tra quelli ammissibili ai fini della tutela di competenza di questo Ufficio”, una sorta di tautologia che evidentemente non dice nulla di concreto sulle valutazioni effettuate dall’amministrazione. La Soprintendenza appare contraddittoria verso se stessa anche perché a ottobre aveva espressamente escluso che si potesse occupare l’area ovest della piazza e perché autorizza la realizzazione di un bar e intanto prescrive che “i manufatti da realizzare abbiano caratteristiche di precarietà e reversibilità e che, allo scadere della concessione, vengano rimossi”. Come visto, il concetto di precarietà è ben chiaro nella giurisprudenza, non possono esservi fraintendimenti”.

Una procedura con molte ombre quindi. Con responsabilità che sembrano equamente condivise tra Agenzia del Demanio e Soprintendenza, distratte – sembra di poter dire – nell’assolvere le proprie specifiche funzioni, ineludibili a fronte della valenza storico culturale del bene sul cui uso e fruibilità si andava a decidere. E non c’è alcun dubbio sul fatto che, se l’Agenzia del Demanio avesse concordato con la Soprintendenza le previsioni del bando prima di emanarlo, non solo oggi non avremmo una struttura che già si è chiesto di riportare al progetto originario (e non si capisce come potrebbe avvenire se non smontandolaquasi integralmente) ma lo stesso concessionario, a conoscenza dei vincoli vigenti sull’area (gli stessi che anche la Soprintendenza ha disatteso), avrebbe (forse) potuto pensare a un intervento diverso, compatibile con il pregio del sito.

“Il M5S, a fronte di tali e tante anomalie, non ritenendo sufficienti le conclusioni dell’attività ispettiva dell’Assessorato, intende presentare un’interrogazione parlamentare per sollecitare una valutazione più approfondita in merito alla legittimità dell’operato degli attori dell’iter procedimentale che vanno tutti richiamati a un’osservanza non solo formale, “burocratica”, bensì sostanziale, oggettiva, delle proprie competenze, del proprio ruolo, che deve avere quale primario obiettivo la tutela del bene pubblico – afferma il deputato Zito -. In questo senso, proporremo, anche attraverso il supporto della deputazione nazionale, una modifica legislativa per far sì che le procedure ad evidenza pubblica, finalizzate al trasferimento dei beni culturali, risultino sin dal loro avvio (cioè già in fase di redazione della disciplina di gara) incanalate lungo i binari tracciati dalle autorità preposte alla tutela”.