Il ponte levatoio che Crocetta ha alzato, per impedire che le denunce del mondo scientifico, degli ambientalisti e dei territori possano trovare un momento di confronto per scongiurare nuove catastrofi, non esclude che il maniero in cui si è arroccato non sia travolto da una presa di coscienza generale

Palazzo d’Orléans, che il Presidente Crocetta ha trasformato in una roccaforte chiusa alle istanze dei territori e dei cittadini siciliani, è diventato il simbolo di un potere sordo e inadeguato, lontano da scelte di cambiamento da tempo attese. Il “mito” fangoso dell’oro nero in cui Crocetta e il suo governo si sono lasciati intrappolare riporta indietro l’orologio della storia, condanna la Sicilia, se non verrà disvelato l’inganno e bloccato il processo, ad un futuro di saccheggio e di alterazione irreversibile delle sue risorse. Pesca, agricoltura, turismo, sviluppo possibile e trasformazione virtuosa delle risorse esistenti e delle potenzialità inespresse, verranno travolti dal cannibalismo ambientale dei petrolieri.

Lo stesso accordo sul petrolchimico di Gela sui biocarburanti, che Crocetta sbandiera come un’innovazione di economia verde, è solo un regalo insperato  per l’Eni, che sta puntando sulla crescita di produzione di biocarburanti (Porto Torres, Porto Marghera e ora Gela) senza preoccuparsi, come sempre le multinazionali hanno fatto, della devastazione che l’accaparramento di decine di migliaia di ettari di terreno nelle aree del sudest asiatico per la monocultura di palme produce su aree sottratte all’agricoltura alimentare. E non solo. Come da autorevoli fonti si desume, grandi aree di foreste pluviali, ecosistemi fondamentali per la salute del pianeta, verranno divorate da un grande business per avere olio vegetale per uso industriale a basso costo, e nello stesso tempo tali crimini ecologici incrementeranno l’emissione di gas serra. Un’operazione in rotta di collisione con l’allarme lanciato nelle scorse settimane dal gruppo scientifico dell’Ipcc dell’Onu sui gravi rischi per i cambiamenti climatici se non si abbattono drasticamente le emissioni di gas serra.

Il ponte levatoio che Crocetta e il suo governo hanno alzato, per impedire che le ragioni e le denunce del mondo scientifico, degli ambientalisti e dei territori potessero trovare un momento serio ed urgente di confronto per impedire nuove catastrofi non esclude che il maniero in cui si sono arroccati non possa essere travolto da una presa di coscienza generale. La controffensiva dei movimenti, insieme alle istituzioni locali e a tanti cittadini, alla parte più attenta del mondo della cultura, a rappresentanti del mondo produttivo, a gruppi artistici siciliani, non si ferma, anzi si allarga.

A Palermo e in tutta tutte le città dell’isola più esposte ai rischi dell’assalto delle trivelle (Licata, Scicli, Noto, Siracusa ed altre) si sono svolte le iniziative organizzate dai comitati e dalle associazioni della Rete Regionale No Triv per riproporre con forza la richiesta di bloccare il piano di trivellazioni in mare e sulla terraferma.

Sul piano istituzionale, i fatti sono chiari. La maggioranza di governo non è riuscita a cancellare l’ordine del giorno, approvato dall’assemblea regionale il 12 novembre scorso, che impegna il governo a negare “le autorizzazioni di ricerca e prelievo di idrocarburi e coltivazione di campi geotermici sul territorio regionale nonché alla revoca di quelle già rilasciate”, e a predisporre tutte le iniziative utili alla “salvaguardia dell'ecosistema e delle attività produttive nell'area del Canale di Sicilia”. In sintesi un’azione che punta a modificare gli articoli 37 e 38 della legge 164/2014 (ex decreto sblocca Italia) e in caso di diniego del governo nazionale a impugnarli per palese incostituzionalità davanti alla Corte Costituzionale.

La maggioranza Pd e Udc, nella seduta del 10 dicembre,  utilizzando come contrappasso i suoi numeri, ha elaborato un altro ordine del giorno nel quale ipocritamente impegna il governo ad aprire tavoli di confronto per tentare di apportare modifiche all’art. 38 da inserire nella legge di stabilità, pur sapendo che il “lungimirante” governo Renzi con il comma 1 bis dello stesso articolo ha blindato il potere predominante ed esclusivo dei ministeri sulle scelte di autorizzazione per la  ricerca e le estrazioni di energie fossili.

Pur tra mille insidie e difficoltà un dato è certo. La reazione contro questa delirante concezione dello sviluppo è destinata a diventare un’onda lunga, come sta dimostrando il sollevarsi il tutto il paese di una forte mobilitazione. La Sicilia è parte decisiva di questa opposizione che è destinata sicuramente a crescere. La cessione delle prerogative di costruzione democratica dello sviluppo agli interessi esclusivi delle imprese,  senza alcun rispetto e a danno della vita delle popolazioni, è un vulnus che, per Crocetta, Renzi e i parlamentari, soprattutto del Pd, che per ignavia o sudditanza hanno rinunciato a rappresentare le loro comunità, potrà trasformarsi in una nuova Waterloo.