La storia del Meridione è stata segnata, fin dall’invasione sabauda, da un colonialismo selvaggio che ha saccheggiato la Sicilia di ogni risorsa, con conseguenze nefaste che subiamo ancora oggi

 

La Civetta di Minerva, 28 agosto 2018

Il 25 aprile, giorno della liberazione dall’oppressione nazifascista, viene celebrato ogni anno in Italia. Ma fu, per tutti, una vera liberazione? Qui al sud passammo da una dominazione, quella del regno d’Italia che già subivamo, a un’altra, il fascismo, una dittatura accettata proprio da un re di casa Savoia che aveva spazzato via i Borboni, in nome dell’unità d’Italia, portandoci la sua dittatura.

La conquista del sud significò il saccheggio delleingenti riserve auree detenute; gli impianti industriali furono traslocati al Nord, così la flotta militare, seconda nel mediteranno solo a quella inglese. Da allora il Sud ha continuato a contribuire allo sviluppo del Paese con le rimesse degli emigranti, i milioni di soldati inviati in guerre sabaude e fasciste che non ci saremmo mai sognati di fare. A questi enormi contributi cosa si diede in cambio? Un aumento di tasse, la leva obbligatoria e forzata per 5 anni, che per i contadini era un ulteriore impoverimento data la mancanza delle migliori braccia, portando paesi interi alla fame nera; e poi l’emigrazione che prima non esisteva.

Fu un pesante colonialismo, detto unità d’Italia: il nascente Stato unitario diventò il peggior nemico che il Sud avesse mai avuto, anche rispetto ai Borboni cacciati via. Dopo è stata scritta tutt’altra cosa ampiamente distorta. È un diritto della gente meridionale riappropriarsi di quel pezzo di storia che dopo il 1860 le fu strappato. È dovere della Stato favorire un'analisi storica più oggettiva di quei fatti che tanto peso hanno avuto e hanno ancora nello sviluppo sociale del Paese. Tutto dovrebbe essere conosciuto fin dai banchi di scuola, con la scelta di testi scolastici più imparziale. È un fare giustizia di una storia negata da troppi anni.

Sapere che Napoli, da capitale europea, venne portata al rango di una città ridotta svuotata e derubata di tutto è fondamentale. Venne spazzato via un Sud dove l’industria, l’agricoltura, il commercio e il turismo avrebbero potuto avere un loro sviluppo, forse più lento, ma non colonialistico e di rapina, certamente più adeguato alle esigenze del territorio. Un Sud che in una confederazione di Stati italiani, non in uno Stato centralizzato, sarebbe stato rispettato e avrebbe avuto il ruolo che gli apparteneva, soprattutto nel Mediterraneo: invece non esistette più e fu una grave mancata occasione.

La guerra fra il nord ed il sud d'Italia, oggi, non si combatte più sui campi infestati dai "briganti", ma non per questo è meno viva; continua ancora sul terreno di una cultura storica retriva e bugiarda che, alimentando una visione del sud geneticamente arretrato (brutti, sporchi e cattivi), produce un'ulteriore frattura tra due etnie che non si sono amate mai. Gli oltre 23 milioni di emigrati dal meridione hanno contribuito, a costo di immani sforzi, alla realizzazione di un'Italia moderna e vivibile e meritano quel concreto riconoscimento e rispetto che per tanto tempo gli è stato rifiutato.

Le prime cause del brigantaggio furono proprio causate da quella parte che veniva a liberare. “Il contadino vive in una condizione socio-economica assai infelice, mangia un pane che nonmangerebbero neppure i cani”. È una descrizione di uno storico di allora. Bisogna sfatare quei luoghi comuni del sud come realtà arretrata. Nel mezzogiorno non c’era solo l’agricoltura, in cui, inoltre, le persone non morivano di fame, anzi si stava avviando una riforma agraria, osteggiata dai grandi latifondisti, quelli che vollero l’unità per continuare a detenere un arbitrio reazionario. Opifici di varia natura esistevano a Sora, Napoli, Otranto, Taranto, Gallipoli e poi le industrie metallurgiche, i cantieri navali. La realtà industriale occupava oltre 1.500.000 operai (il 51% di lavoratori di tutta Italia) su una popolazione di 9.000.000. Il regno era, allora, la terza potenza industriale europea e andava decollando, grazie a investimenti stranieri; c’erano in totale oltre 5.000 fabbriche, e migliaia di attività artigianali avanzate. Nel 1854, per la prima volta, una nave borbonica a vapore arrivò a New York: era il piroscafo Sicilia, costruito nei cantieri di Castellammare (il cantiere più grande e moderno d’Europa nel 1860).

L’industria alimentare, una delle nostre vocazioni industriali, con gli oltre 300 pastifici esportava in tutto il mondo (Italia, Stati Uniti, Russia, Svezia, Tunisia, Turchia, Brasile...). c’era il famosissimo complesso di S. Leucio che venne smantellato. I suoi telai furono portati al nord per creare la prima fabbrica tessile del Veneto, in quel complesso i lavoratori vivevano in case popolari, costruite appositamente e ricevevano, alla fine dell’attività lavorativa, una pensione. Stesso destino lo subirono tante fabbriche, come le cartiere di Sulmona, le ferriere di Mongiana, i cui macchinari furono trasferiti in Lombardia.

Il nord, a quell’epoca, aveva un apparato industriale meno avanzato del sud. In Sicilia, la stessa sorte toccò a diverse fabbriche come quelle per la produzione del lino e della canapa di Catania. La disoccupazione era poco conosciuta, poi diventò un fenomeno di massa e cominciarono le prime emigrazioni. A questo grave disastro si aggiunse l’affidamento degli appalti (e le ruberie) per i lavori pubblici da effettuare nel Napoletano e in Sicilia ad imprese lombardo-piemontesi che furono pagate con il fisco operato dai piemontesi. La solida moneta aurea ed argentea borbonica venne sostituita dalla carta moneta piemontese (carta straccia, senza nessun valore), provocando la più grande devastazione economica mai subìta da un popolo.

Migliaia di persone furono imprigionate senza sapere di cosa fossero accusati, messi in prigione solo per impossessarsi del danaro e dei beni che detenevano. Molti venivano processati e condannati senza alcuna spiegazione logica. Le spese per la liberazione furono addebitate proprio alle regioni liberate. L’arretrato sistema tributario piemontese fu applicato nell’ex regno, che fino allora aveva avuto un sistema fiscale più mite anche se disomogeneo ma semplice e dichiarato tra i migliori in Europa. Al Sud fu applicato un aumento di oltre il 32% delle imposte. Le rappresaglie dell’esercito dei liberatori portò a 54 paesi rasi al suolo, un milione di morti.

Queste le cifre della repressione consumata all'indomani dell'Unità d'Italia per dieci anni. Una pulizia etnica dettata dalla Legge Pica, promulgata dal governo Minghetti del 15 agosto 1863. La legge istituiva tribunali di guerra per il Sud e i soldati ebbero carta bianca con le fucilazioni, anche di vecchi, donne e bambini. Oltre 40.000 ex soldati dell’esercito borbonico che si erano arresi vennero portati in carceri di massima sicurezza, veri e propri lager. Lì i prigionieri, appena coperti da cenci di tela, potevano mangiare una sozza brodaglia con un po' di pane nero raffermo, subendo dei trattamenti veramente bestiali. In certi posti come Fenestrelle pochissimi furono i sopravvissuti; la loro vita, in quelle condizioni, non superava i tre mesi mentre i prigionieri da accordi intervenuti dopo la resa di Gaeta, dovevano essere lasciati liberi alla fine delle ostilità. La liberazione da quel lager avveniva solo con la morte e i corpi (non erano ancora in uso i forni crematori) venivano disciolti nella calce viva collocata in una grande vasca situata nel retro della chiesa che sorgeva all'ingresso del Forte. Una morte senza onore, senza tombe, senza lapidi e senza ricordo, affinché non restassero tracce dei misfatti compiuti. Ancora oggi, entrando a Fenestrelle, su un muro è visibile l'iscrizione: "Ognuno vale non in quanto è ma in quanto produce". Non ricorda la scritta del lager di Auschwitz?