Il Piano Cabianca e gli interessi del capitalismo. Le imprese volevano che i ghetti, i quartieri medi venissero collocati vicinissimo alle ciminiere, perché a sud dovevano sorgere agglomerati nei pressi della costa

 

La Civetta di Minerva, 29 agosto 2018

La storia dell’ultimo degrado urbanistico del territorio di Siracusa iniziò praticamente con l'adozione del primo Piano Cabianca del 1953, ben presto naufragato in quanto considerato troppo inadeguato e limitativo. Dopodiché subentrò un regime di "vacanza", di studi con programmi di fabbricazione abortiti negli anni '60, di sviluppo caotico che la moratoria della legge 756/68 consentì.

La concentrazione e la distribuzione di certe opere residenziali e di allettanti occasioni di lavoro nell’area industriale, opportunamente manovrate e funzionali al capitale e alla rendita, orientarono le persone ad insediarsi in determinate zone. La stessa politica delle infrastrutture e dei trasporti era segnata da una determinata ripartizione del reddito a favore del profitto anziché del salario, nel mantenimento di certi squilibri durante le varie fasi della lotta tra le parti sociali. La grossa speculazione, col beneplacito politico della DC - partito che otteneva circa il 50% dei voti - iniziò a trasformare la città in agglomerati ghettizzati e senza volto. Lo sviluppo urbano della città venne regolato da un'alleanza voluta, operante e mai contestata, tra i monopoli "esterni" e la rendita edilizia piccola e grande.

Le raffinerie, gli stabilimenti petrolchimici, i cementifici richiamarono (come in altri poli) migliaia di persone dai centri storici (Ortigia come Augusta), dai comuni della provincia, ma anche da altre parti della Sicilia e del Meridione, creando così la domanda di case, con l'aiuto massiccio delle banche e con i quartieri dormitorio che vennero creati proprio come serbatoi di manodopera di cui l'industria aveva sempre bisogno. I responsabili della cosa pubblica favorirono tutto questo assicurandosi il consenso della borghesia e, con il miraggio della casa e del posto stabile, i suffragi anche del sottoproletariato.

Il secondo Piano Cabianca ipotizzava il raddoppio della popolazione urbana ogni trent’anni per cui, dopo il 2000, Siracusa avrebbe potuto avere fino a 300.000 abitanti. Secondo questa tesi si doveva fermare l'avanzata verso nord, sia perché vi erano zone archeologiche molto interessanti, alcune delle quali già andate distrutte, sia per l'inserimento e ampliamento degli impianti industriali. Non bisogna dimenticare che avvenne poi la costruzione della grande raffineria Isab, e inoltre veniva costruita la fabbrica dell’Eternit distante solo pochi chilometri dalla città che con i suoi sei camini emetteva polvere d’amianto. Difatti per vari e vari anni gli ultimi palazzi di Scala Greca proprio all’ingresso di Siracusa rimasero sfitti.

Si parlava del progetto di una città nuova da far sorgere nella pianura intorno ai papiri del Ciane e dell'Anapo, al porto Grande. Si intendeva quindi realizzare un modello di urbanità lineare con punti e approdi turistici, strutture sportive, parchi e foreste tipo skansen, campus universitari, ecc. Nel contempo, in merito all'attuazione del P.R.G., nel 1970 gli ingegneri e i geometri siracusani indicarono che l'espansione poteva proiettarsi secondo la concentrazione della città radiocentrica verso il polo chimico.

Con la variante del 1972 (mai pubblicata né approvata) furono presentate circa 400 osservazioni in Comune da grossi, medi, piccoli e piccolissimi proprietari di aree, imprese, ordini professionali: tutti erano d'accordo per la vecchia strada, trovando il partito al potere disposto non soltanto ad ascoltare, ma a farsene carico.

Era chiaro che la rendita voleva che i ghetti, i quartieri medi venissero collocati vicinissimo alle ciminiere, perché a sud dovevano sorgere agglomerati nei pressi della costa. Era la continuazione della speculazione con la costruzione di ville e villette. Infatti, con questa mobilitazione e decisione, venne decretata la scomparsa dei progetti sociali ivi destinati, mentre si tracciava una strada panoramica a mare e veniva ridotto da 600 a 100 metri il limite di inedificabilità lungo il litorale. Inoltre, quando il piano venne mandato alla Regione per l'autorizzazione, i grossi speculatori, insieme ai piccoli costruttori, ebbero mano libera sulle aree del "nuovo P.R.G." ancora da approvare.

Con le licenze rilasciate in quel periodo veniva realizzato un vero e proprio paese per 30-40 mila persone, che copriva quasi tutte le superfici verso Scala Greca e l'Epipoli. Una barriera di cemento con un sistema viario si direbbe solo costituito dagli spazi che i costruttori decisero di lasciare liberi, senza avere avviato servizi sociali ed attrezzature elementari. I quartieri ghetto-dormitorio sono ormai fabbricati inseriti nella città (S. Panagia, Bosco Minniti, Mazzarona, Grotta Santa). Questi ultimi edifici popolari vennero occupati per diversi anni da oltre 1.000 persone, in condizioni igieniche spaventose, senza acqua, senza luce, senza fogne, senza strade.

Nel 1972 la Regione approvò una legge che modificava (in modo apparentemente modesto) quella urbanistica nazionale, laddove prescriveva che nessuna licenza edilizia poteva essere rilasciata senza un preventivo piano di lottizzazione corrispondente ai requisiti con l'opera di urbanizzazione principale, per cui i privati dovevano impegnarsi a costruirle contemporaneamente all'edificio.

Essa stabilì che si poteva derogare quando si trattava di costruire su un terreno di dimensioni modeste (non precisate) già circondato da altri edifici e se il progetto comunque rispondeva alle norme ed ai P.R.G. chiamato "lotto intercluso".

A Siracusa, nello stesso anno, fu trasmesso alla Regione il P.R.G. adattato e nel territorio si scoprirono improvvisamente decine di lotti interclusi, inferiori ai 1.000 m2 tutti "regolari".

Un caso clamoroso fu quello dello spazio appartenente alla piccola chiesa paleocristiana di S. Giovanni (48.000 m2) da cui si diramano le catacombe. Quest'area fu considerata come lotto intercluso ed autorizzata l'edificazione di centinaia di appartamenti senza piani di lottizzazione. Per la costruzione di questi palazzi di oltre cinque piani, si misero in discussione alcune parti delle catacombe stesse e le fondamenta furono posate laddove erano sepolte le ossa dei primi cristiani portate alla luce, per ironia della sorte, da chi si professava in tal modo "evangelico".

In quegli anni il Comune aveva raccolto un miliardo di lire dai costruttori e dai proprietari, che avevano preferito pagare piuttosto che creare direttamente infrastrutture essenziali. Ma questa somma, destinata per i terreni da adibire a servizi pubblici, non fu utilizzata perché non c'era dove recepirli.

Nel giugno del 1976, dopo 4 anni di moratoria, giunse il decreto Tepedino, esso stabiliva che gran parte della circoscrizione comunale fosse stralciata dall'approvazione in sede regionale del P.R.G. inoltrato nel 1972. Perciò si aveva un certo blocco in una zona delimitata, con lo sviluppo del fenomeno chiamato "edilizia spontanea".

In pratica si sfornarono, a getto continuo e ricorrente, leggine che favorirono la confusione e la speculazione nell'assetto urbanistico, così l'abusivismo raggiunse la sua massima espressione. L'equipe del prof. Caronia iniziò poi un nuovo iter del P.R.G., ma dopo alterne vicende, anche questo nel 1982 doveva essere completato, definito ed adottato.

Già dopo aver avuto dalla Regione almeno una mezza dozzina di proroghe sulla scadenza della data del provvedimento relativo, durante le ennesime discussioni in Consiglio Comunale, nel 1982 gli atti del P.R.G. furono pure sottoposti a sequestro giudiziario per le denunce di ripetute modifiche, variazioni di destinazione, nel favorire proprietari di aree rispetto alle stesse indicazioni dei progetti sull'edificabilità. Comunque il problema della casa rimase vitale e drammatico, per la carenza di una mappa delle abitazioni sfitte (si parlava in quegli ultimi censimenti di ben 9.000), per la mancanza di graduatorie nell'assegnazione, per alta morosità negli Istituti Autonomi Case Popolari (IACP) (anche di 300 mesi), per colpe gestionali e di cattivi alloggi predisposti.

Anche i centri storici subirono tre momenti principali di declassamento e di rovina, con diversi passaggi sintetizzabili: demolizioni massicce fino al dopoguerra per pretesti igienici e di transito con trasferimenti; quindi uno stillicidio di interventi speciali e operazioni immobiliari verso la periferia valorizzando i terreni privati e le metropoli di cemento a danno delle colture agricole; infine la riscoperta con espropri, restauri e terziarizzazioni, svuotando l'identità ambientale e sociale in forme scenografiche di prestigio. In tal modo furono create distorsioni che compromisero l'assetto territoriale con espulsioni, esodi forzati, disagi, mal servizi, minando quel substrato e quell'aggregazione culturalmente importanti.

Tutto ciò in un certo modo e misura lo ritroviamo nella storia del siracusano. Ortigia conserva un assetto viario ed urbanistico che risale ai greci, possiede un inestimabile valore architettonico lasciato dalle varie dominazioni che si sono succedute in questa antica località.

Già il medico provinciale (Mauceri) all'inizio del XX secolo aveva giustificato certi sventramenti del quartiere dei Bottari (tra C. Matteotti e Via R. Settimo) perché ritenuto insalubre, denso di popolazione, tormentato costantemente da tifo e tubercolina, da umidità, ecc. L'immagine che si creò dell'isola, per condizioni di fatiscenza del patrimonio architettonico, per gli abbattimenti, le ricostruzioni in cemento armato, favorì l'evacuazione della categoria più bisognosa, costruendo edilizia economica e popolare nelle frange periferiche mai progettate da un piano regolatore urbanistico e strutturale. Ma questo non è il vero volto di Ortigia, se non come maschera drammatica di "uomini moderni”, indifferenti, incapaci; come frutto d'imperizia, speculazione, politica di cancellazione storica e depauperamento. Non casualmente l'incuria della Pubblica Amministrazione comunale nei confronti di questo quartiere favorì progressivamente gli abitanti ad abbandonarlo.

Intanto la zona a sud della città, costituita da spiagge, scogliere, insenature e con la vicinanza di mandorleti, oliveti, agrumeti, appariva una linea continua di reticolati, barre confinanti, quasi una fortificazione pressoché ininterrotta fino a Cassibile. Vi erano baracche, ville, villaggi (Arenella, Terrauzza, Ognina, Fontane Bianche) senza spazio fisico nel periodo balneare, presso cui si radunavano automobili e gente a migliaia. Esisteva persino la parrocchia residenziale come "S. Rita a mare" emanazione di quella del quartiere più ricco di Siracusa, la quale si spostava a Fontane Bianche per non far perdere l'abitudine ai vecchi cristiani di andare a messa anche sotto il forte caldo d'estate.

Negli anni '70 nessuno sapeva dire per tutti i 15 chilometri di litorale quante case ci fossero, quante erano state costruite con la licenza o no, quelle che avevano i requisiti di abitabilità o non avrebbero dovuto ospitare nemmeno animali. Si formavano addirittura interi campi di roulottes in semi legalità. Per tutta la costa non esistevano vere fognature; ogni casa usava un pozzo nero. In teoria dovevano essere tutti impermeabilizzati, almeno quelli fino a 500 metri dal mare, però la maggior parte di essi erano stati costruiti di dimensioni molto piccole e previsti a "perdere". Nei periodi di affollamento dovevano essere vuotati con una frequenza troppo costosa per il proprietario e difficile da rispettare per l'unica ditta che aveva l'appalto, ma non la licenza di scaricare reflui. Accanto ad ogni pozzo "nero" ce n'era uno "bianco", ma evidentemente non si controllava a che scopo serviva. Comunque, per l'acqua potabile funzionava un sistema di autobotti: diverse migliaia di lire al metro cubo.

Il cittadino intenzionato a recarsi al mare in estate, si orientava verso sud, perché a nord c'erano le industrie e nei dintorni le fognature di una città di 120.000 abitanti; ma egli doveva prima superare il "muro e le barricate" che ostruivano il passaggio a mare da Siracusa a Cassibile, quindi procurarsi un posto lontano da altri liquami “a perdere” che fuoriuscivano dalle ville. L'Ufficio Sanitario del Comune supponeva esistessero almeno 4.000 pozzi neri oltre ai 1.200 già censiti. Sarebbero state queste le prospettive "brillanti", igienico-sanitarie-sociali offerte alla costa siracusana con le iniziative degli Enti, degli organismi pubblici e turistici?