Furono strategici la posizione geografica, i finanziamenti, i flussi monetari, la tipicità della forza lavoro. Lo sviluppo non fu endogeno ma opera quasi esclusiva di gruppi imprenditoriali esterni

 

La Civetta di Minerva, 26 agosto 2018

Dopo la seconda guerra mondiale, in una prospettiva di nuova divisione internazionale dei mercati, il capitale aveva grossi interessi a sviluppare in Italia un'industria di base soprattutto siderurgica, chimica e petrolchimica. Siracusa fu indicata atta a ricevere uno di questi "poli" per la sua posizione strategica e per i molteplici fattori favorevoli.

Alcuni, potrebbero essere sintetizzati in quelli geografici (crocevia di transito rispetto agli scambi mediterranei ed orientali; la naturale portuosità e le strutture preesistenti della baia di Augusta; le abbondanti falde acquifere locali; la presenza in Sicilia di alcune risorse minerarie, quali ad esempio i sali potassici, lo zolfo e i giacimenti petroliferi) come nei finanziamenti (agevolazioni creditizie; basso costo del lavoro; disponibilità di capitali abbondantemente reperibili) pure nei politici e sociali (governo autonomo regionale; scelte di abbandono dei campi in favore delle fabbriche). Non mancavano interessi militari interagenti con la realtà industriale. Ad esempio le raffinerie potevano realizzare anche produzioni per scopi militari (combustibile per aerei, gasolio per la Marina Militare) e quest'area acquisiva una posizione strategica importantissima (installazioni come le basi navali, sotterranee, aeree della Nato a M. Lauro, Augusta e Sigonella; sistemi radio e radar a Melilli, Belvedere, Portopalo, Noto; arsenali a Ognina, Brucoli).

Inoltre, andando ad osservare successivamente la situazione della provincia relativa ai flussi monetari, si evidenzia come i dati dei depositi bancari apparivano meno che proporzionali rispetto alla popolazione residente. Si nota inoltre che il rapporto impieghi-depositi aveva assunto valori piuttosto elevati contro quelli regionali e nazionali. Questo induceva a caratterizzarla come una colonia di sfruttamento della manodopera e del territorio, dove non esisteva consistente possibilità strutturale di investimenti, se queste scelte non passavano per le direttive delle grandi banche.

L'era della moderna industrializzazione era iniziata e si accrebbe non per matrice politica indigena, né per incontro di idee e programmi tra Nord e Sud, ma ad opera quasi esclusiva di gruppi imprenditoriali esterni. Gli stessi amministratori degli Enti locali non erano culturalmente preparati, bensì si mostrarono stupefatti dei massicci investimenti e del proliferare degli impianti, con la mentalità di possibili nepotismi. Nel dopoguerra, all'Italia impegnata nella "ricostruzione", particolarmente l'America "svendeva" tutto ciò che tecnologicamente riteneva superato o superfluo e tatticamente opportuno o utile.

Storicamente il 1949 è la data del primo insediamento "pilota" nella zona. Infatti, le attrezzature per distillare il greggio alla Rasiom furono acquistate nel Texas, trasferite vicino ad Augusta dal milanese cav. Moratti, affittando i serbatoi del deposito costiero della Marina Militare. A questa seguirono il cementificio e la centrale termoelettrica, sempre nei pressi dove sorgeva anticamente Megara Iblea. Quindi si aggiunsero lungo la costa, presso la penisola Magnisi (dove c'era la remota cittadina Tapso), la Petrolchimica Augusta, la Sincat, l’Espesi, la Saccs e via via le altre, superando ogni ostacolo presentatesi lungo il cammino (es. soppressione del vincolo di difesa archeologica per il villaggio preistorico di Stentinello).

È opportuno chiarire a grandi linee la natura, le motivazioni, le implicazioni in generale dei fattori che contribuirono al tipo di realizzazione. In Italia negli anni '50 il piano Vanoni, le facilitazioni nei finanziamenti, la creazione della Cassa del Mezzogiorno, aree favorevolmente acquisibili, agevolazioni e consensi politici rendevano accettabilissima la scelta verso certi insediamenti. Inoltre il periodo intorno agli anni '60 e successivi aveva visto l'apertura al centro sinistra, il "boom economico", la nazionalizzazione elettrica, l'inserimento dell'Italia nella Comunità Europea. Lo Stato, mancando di una politica di programmazione e mantenendo un ambiguo rapporto fra capitale pubblico e privato, aveva sostenuto la politica dei maggiori gruppi chimici. Tale industrializzazione caratterizzò le scelte negli anni successivi, tantoché ad esempio nel 1973 i contributi nel settore, effettuati dallo Stato in Sicilia, erano il 65% circa del totale nazionale, e di questo una buona parte (circa il 50%) andava al polo di Siracusa.

I colossi chimici e petrolchimici, con l'alto impegno di capitali per investimento e bassa utilizzazione della forza lavoro, oltreché essere altamente energivori, vengono considerati di tipo "pesante". Specificatamente per chimica primaria di base si intendono per esempio le produzioni di etilene, ammoniaca, cloro, acido solforico; come primaria intermedia si suddivide in chimica e parachimica (es. gli aromatici, i cloro-derivati). Quella derivata da fertilizzanti, plastiche, gomme, fibre che generalmente non subiscono ulteriori procedimenti. Con questo tipo di industria non si richiedeva personale particolarmente qualificato, in quanto si realizza una semplificazione e ripetizione delle mansioni, poca elasticità nelle gerarchie e attività.

Inoltre, se in precedenza si effettua un lungo lavoro di conoscenze, spesso sul campo la tecnica applicata viene spesso considerata altamente standardizzata e sufficientemente sviluppata perlomeno a breve termine e con costi ritenuti "accettabili". Il controllo della chimica permetteva di condurre i tempi ed i modi nella ricomposizione dell'attività produttiva, in cui era ancora fortemente concentrata e massificata la classe operaia delle metropoli. Questo settore è storicamente caratterizzato dalla grande convergenza del comando nelle multinazionali, che controllano interamente la fase politicamente più importante del ciclo, quale l'acquisizione del petrolio e di altre sostanze primarie.

La ristrutturazione espressa sul piano nazionale si riconduceva alle seguenti linee strategiche: accentuare l'internazionalizzazione del settore; specializzare e diversificare la produzione mediante accordi fra le maggiori società; minimizzare l'alto rischio di investimento e di ricerca connesso a questo progetto; nonché accentuare l'estensione a livello mondiale del proprio potere.