E al segretario generale, Danila Costa, si chiede di non intervenire se non interpellata

 

È stata talmente grande la voglia di un primo atto di forza da parte degli esponenti del centro destra (in maggioranza nel Consiglio Comunale rispetto ai consiglieri che sostengono il neo sindaco Francesco Italia), quale evidente messaggio su quale sarà il clima di questa consigliatura così come a molti è sembrato, da non mettere neanche in conto gli effetti che ne sarebbero derivati.

Non solo non è stato prevista e ben valutata, con grande ingenuità politica (o forse iattanza), la reazione di una tale strategia nell’opinione pubblica - sui social è stato ampio e unanime il coro di chi ha stigmatizzato con rabbia e sdegno l’espulsione dal “civico consesso” di uno dei rappresentanti più stimati del mondo ambientalista, da sempre impegnato in prima persona, e pronto ad assumersi anche gravose responsabilità, nella tutela dei valori condivisi dell’ambiente e dei beni comuni -, ma si è persino deciso, con piena consapevolezza, di non applicare correttamente le norme vigenti, pur in presenza in aula di tante “competenze” tecniche.

Tutto ciò, nonostante l’opera meritoria del segretario comunale Danila Costa che è intervenuta in maniera puntuale e circostanziata sui principali snodi del dibattito.

Partiamo dalla illegittimità della delibera che, a meno di sofisticatissime interpretazioni che al momento davvero non riusciamo ad immaginare, ci appare in verità lapalissiana.

“Secondo il nostro regolamento, una delibera viene assunta quando si esprima su una determinata proposta la maggioranza dei presenti a meno che non sia prevista ad hoc una diversa maggioranza” ha ricordato la Costa mostrando la normativa di riferimento.

Per intenderci, vista la confusione ingenerata da alcuni consiglieri che mostravano di non saper comprendere i termini della questione, non distinguendo incredibilmente tra “presenti”, “favorevoli”, “sfavorevoli” e “astenuti” (che addirittura quasi non si sapeva dove collocare), essendo i consiglieri presenti 32 (inclusi gli astenuti – 3 – come più e più volte spiegato), semplicemente il quorum deliberativo richiesto per stabilire l’eleggibilità o l’ineleggibilità di Ansaldi era di 17 voti: la metà più uno dei presenti.

Ecco perché i 15 voti espressi contro l’eleggibilità del consigliere Ansaldi, mancando il prescritto quorum deliberativo, non possono essere considerati sufficienti per l’adozione di una valida delibera. A questo punto, delle due l’una: o, rendendosi conto del vizio, il Consiglio dovrà revocare la delibera in autotutela, oppure ci sarà chi, come già anticipato, impugnerà la delibera nelle sedi competenti.

È poi evidente che la questione relativa al quorum costitutivo e deliberativo deve essere chiarita a tutti i consiglieri in maniera definitiva per fugare ogni dubbio per le future deliberazioni.

Inoltre, nell’auspicio che qualcuno possa riflettere anche su questo, riteniamo si debbano stigmatizzare i toni, quanto meno inopportuni e certamente irrispettosi nei rapporti istituzionali, usati da alcuni nei confronti del segretario comunale.

Il ruolo del segretario comunale, così come stabilito dalla legge, è infatti proprio quello di garante della legittimità degli atti del Consiglio ed è apparso decisamente fuori luogo il richiamo alla Costa ad intervenire “solo se chiamata in causa” (cosa che in verità di fatto si è verificata più volte), quasi temendo che i chiarimenti impedissero di conseguire l’obiettivo precostituito. Così come d’altra parte è stato chiaro l’invito, ad un inesperto presidente del consiglio, a “tagliar corto”, assumendo egli stesso la decisione finale scaturita dal voto (la “ineleggibilità” di Ansaldi) data la sua “prerogativa esclusiva”.

Più complessa e tecnica, invece, l’argomentazione relativa agli elementi di ineleggibilità del consigliere Ansaldi. Ma anche in questo caso, le notazioni della dottoressa Costa sono apparse inappuntabili e supportate giuridicamente a differenza di alcuni vaneggiamenti risuonati in aula.

La norma cui si è fatto riferimento vorrebbe un rapporto di “dipendenza” del consorzio del Plemmirio (del cui cda Ansaldi era membro, come segnalato dall’“amico” (così lo definisce Ansaldi) Sebastiano Romano) rispetto al Comune. Ma perché si instauri tale rapporto occorre che non ci sia solo un’attività di controllo generico bensì che l’ente locale, comune o provincia, abbia forti poteri di direzione e indirizzo, e in particolare competenza su nomina degli amministratori, revoca incarichi o eventuale commissariamento. Tecnicamente, la sussistenza di un “penetrante potere d’ingerenza” così come ribadito da diverse sentenze di Cassazione.

Requisito di dipendenza che nei rapporti tra Comune e AMP non sussiste.

A fronte dei puntuali chiarimenti giuridici della Costa, riteniamo che i consiglieri che si sono discostati dal suo parere non abbiano fornito inammissibilmente alcuna valida motivazione, nel rispetto di un preciso diritto della cittadinanza.