Una prima gravidanza finita tragicamente, la seconda altrettanto in un’ammalata delicata e nessuna possibilità di cura specialistica. Liste d’attesa sì, ma Siracusa sta fuori da tutti i parametri!

 

Ho il cuore nero. Quando conosci e curi una persona per tantissimi anni, in qualche modo fa parte del tuo mondo. Non voglio essere retorico ma è naturale, nel vedere crescere un bambino e poi ritrovarselo adulto, sentirselo in qualche modo vicino. Come accade con i propri figli, le avversità che scombinano le famiglie che hai curato per decenni sono dolori anche per te.

Tanto per fornire prova degli impulsi che m’inducono a scrivere su questo libero giornale, voglio condividere con voi un dolore. Sono combattuto tra il mio dovere di rispettare la privacy della protagonista e quello di medico di promuovere la salute di tutti. Capirete perché, leggendo. Magari, per tutelare chi soffre oltre ogni immaginazione, traviserò nomi, fatti e situazioni.

“Flavia”, diabetica dall’età di tre anni, vissuta con l’incubo di fare quattro iniezioni d’insulina al giorno, non accettando mai tutte le sofferenze che un piccolo cuore di bambina non può mai capire e accogliere, a poco a poco, divenuta adulta, trova l’amore. La sua prima gioia vera, insieme ad aver trovato l’uomo della sua vita, è quella di scoprire di aspettare un bambino. Una trasformazione che stravolge tutto il suo modo di curarsi: vuole per il suo bambino tutto quello che non ha potuto avere lei.

Tutta una serie di coincidenze drammatiche fa in modo, invece, che questo bambino muoia, alla fine della gravidanza, qualche giorno prima di nascere, dentro il corpo della madre.

Non ci si può abituare al dolore, anche quando con esso si è trascorsa tutta la vita. Eppure la forza soprannaturale della natura e del tempo fa in modo che risorga la speranza: diventa nuovamente incinta. Questa volta le cure vuole che siano le più attente possibili, ma non ha fatto i conti con il “sistema Siracusa”.

Il ginecologo di fiducia immediatamente richiede la consulenza del diabetologo, ma l’impiegato allo sportello ripete sempre il solito ritornello: venga fra un anno o vada a cinquanta chilometri da qui. Chissà se l’impiegato sa che una gravidanza dura nove mesi? Che una gravida a rischio non può viaggiare per farsi visitare in un paesino di montagna?

Solito tran tran di rimbalzi fra le prenotazioni e il mio studio, passano i mesi ma il diabetologo, ignaro di tutto, non è accessibile. Passano altri mesi, facciamo tanti solleciti, sfruttando le leggi sulla priorità, sempre inutilmente. Io, la mia paziente, il ginecologo e la mia segretaria non crediamo ai nostri occhi. Una prima gravidanza finita tragicamente, una seconda gravidanza in un’ammalata delicata e nessuna possibilità di cura specialistica! Liste d’attesa sì, ma Siracusa sta fuori da tutti i parametri!

La soluzione, come sempre, la trova una donna: la mia segretaria. Decide di interpellare l’ufficio per le relazioni con il pubblico dell’ASP 8 di questa civilissima città. Anche dall’altra parte del filo c’è, finalmente, qualcuno che sa come fare. Una donna. La povera Flavia, ormai col pancione, è finalmente ricevuta dal medico specialista, anzi, quest’ultimo, resosi conto della gravità e del tempo perduto, la fa tornare spessissimo e la cura con grande assiduità.

Peccato che siano passati cinque mesi e Flavia sia nata sotto una cattiva stella e nel posto sbagliato. Ha partorito un bambino vivo che è morto qualche ora dopo aver visto il mondo. Non so il perché sia morto e Flavia, stroncata da una disperazione senza fine, non lo vuole sapere. Chissà, magari su questa morte la sanità non ha colpe. Nessuno potrà mai stabilirlo con certezza. Flavia, intanto, vuole solo morire, come i suoi bambini tanto desiderati.

Il dramma di Flavia mi pesa tanto sulla coscienza e ne ho voluto parlare in un bel congresso avvenuto a Siracusa pochi giorni fa. L’aula piena di medici e professori ha rumoreggiato, disturbata da una notizia che rovinava l’alta scientificità delle cose esposte da alcuni diabetologi di quest’Azienda. Il primario, responsabile anche di uno dei Centri antidiabetici di Siracusa, mi ha quasi redarguito, dicendo che potevo telefonargli per accelerare quella visita che attendevamo da cinque mesi in una gravida ad alto rischio. Non si è neanche reso conto che, in questo modo, mi ha confermato che nessuno fra i responsabili conosce lo scandalo delle liste di attesa e che le vie di accesso alle visite non sono quelle ufficiali.

Ecco la mia colpa: non capire, e non lo vorrò capire mai, che ci vuole una spintarella, una telefonata per curare le persone a Siracusa! E la città continua a sognare di poter vantare delle eccellenze, di mostrare il suo volto evoluto, quasi si pavoneggia d’essere un’isola felice, di vestire panni di meravigliosa fattura, di sedersi al tavolo dei migliori, ma… come il re, anch’essa è nuda e non lo sa!