A bordo del pantano una residenza di grande impatto visivo completamente avulsa dal contesto naturale della zona umida costiera. Col suo contorno di palme alloctone, è un pugno in un occhio

 

La Civetta di Minerva, 22 giugno 2018

Com’è possibile che nel cuore di una riserva naturale, nella parte più fragile e protetta, si costruisca una villa privata? Com’è stato possibile, a vincoli già esistenti, realizzare una residenza di lusso nella zona A della riserva naturale di Vendicari, fagocitare per interessi privati una porzione di riserva naturale integrale? È quello che mi chiedo da oltre 15 anni, da quando cioè mi accorsi che a bordo del pantano Vendicari c’era una villa di grande impatto visivo, completamente avulsa dal contesto naturale della zona umida costiera. Col suo contorno di palme alloctone, è un pugno in un occhio. Un’offesa all’intelligenza umana e un danno alla riserva naturale. È così vicina al pantano da rappresentare un disturbo non trascurabile per l’avifauna. Non a caso l’attività di birdwatching è consentita all’interno dei capanni d’osservazione, e la fruizione in zona A è regolamentata da un insieme di norme che mirano a ridurre il disturbo antropico. In un luogo come Vendicari, dove i padroni di casa sono tutte le espressioni della natura, e gli ospiti sono gli uomini, che alle leggi della natura devono adeguarsi, chi ha osato tanto e chi ha fatto finta di non vedere? Sono domande alle quali non è facile rispondere. Ma qualche tassello, tra voci di popolo e ricerche varie, lo abbiamo raccolto.

La costruzione, sarcasticamente definita “Villa del Generale”, appartiene al catanese Vittorio Savino, classe 1938, ex generale dei Carabinieri. Non è del tutto nuova, una piccola parte era preesistente. Il resto della costruzione, realizzata al tempo in cui l’area protetta era già stata istituita, ha scatenato denunce e controlli che non hanno portato al blocco dei lavori.

Tra riconoscimenti e ombre, sul conto di Savino si leggono pareri molto contrastanti. Nel decreto del 22 luglio 2005, che a fine carriera conferiva a Savino l’onorificenza della Croce d’oro, con linguaggio ufficiale si legge: “Nel corso di quarantaquattro anni di prestigiosa carriera militare (1960-2004 ndr), ha profuso un incondizionato impegno nell'espletamento di sempre più alti incarichi, tra i quali figurano quelli di comandante del centro elicotteri, del 2° reggimento e della dodicesima brigata, nei quali è sempre riuscito a coniugare perfettamente le numerose e complesse attività istituzionali con le varie problematiche locali, individuando soluzioni sempre brillanti ed originali, mantenendo proficui rapporti con le autorità e la popolazione e costituendo altresì chiarissimo esempio e sprone per tutto il personale dipendente”.

Di parere contrario il senatore a vita Francesco Cossiga. Nel 2004, in una interpellanza al ministro dell’Interno Antonio Martino, che voleva prorogare di un anno la permanenza in servizio del generale, Cossiga chiese di conoscere “i motivi di questo eccezionale provvedimento” e se era vero che vi era “l'amicizia che egli ostenta con altissima autorità politica”. Nella stessa interpellanza Cossiga precisò che Savino era noto all'Arma e alle Forze Armate come un “trafficone politico”, che «ha sempre ostentato grande potere personale a motivo della di lui vantata amicizia personale con alto esponente della politica (Silvio Berlusconi, ndr) tanto da fargli ripetutamente affermare di essere il vero Comandante generale dell'Arma». Al Corriere della Sera del 24 luglio 2004 l’ex presidente della Repubblica spiegò meglio che il generale “è un incompetente. Metterlo a posto di Mario Mori (a capo del sisde, ndr), che è una persona capace, sarebbe una offesa a tutto il settore della intelligence. Perciò ho chiesto a Berlusconi e al ministro dell’Interno Pisanu di evitare questo errore. I servizi segreti sono uffici importanti e finora sono stati usati per assunzioni facili di persone prive delle necessarie qualificazioni. (…) Savino è in pensione (…) Eppure, senza nessun motivo, gli è stato consentito di rimanere nei ranghi dell’Arma come comandante di Divisione. E siccome vanta alte protezioni politiche, va dicendo che il vero comando generale dei carabinieri non è in viale Romania ma nel suo ufficio”.

In un vecchio ritaglio di giornale di oltre 20 anni fa c’è il racconto di un episodio in cui il generale non fa onore né a sé stesso, né all’Arma dei Carabinieri. L’11 agosto 1996 era tranquillamente a bordo di una imbarcazione nel mare di Vendicari, ma entro i 300 m, cioè nello specchio d’acqua interdetta alla navigazione dal regolamento della riserva e da ordinanza della Capitaneria di Porto di Siracusa. Avvicinato da una pattuglia di vigilanti, identificato e invitato ad allontanarsi, rispose ad alta voce frasi del tipo “noi siamo qui in ferie per fare il bagno e voi venite a rompere i coglioni”. “Voi chi cazzo siete? Io vi distruggo”. “Se non vi togliete dai coglioni faccio intervenire una pattuglia dei miei … che mi sistemerà a dovere”. Viste le resistenze, la pattuglia, coordinata telefonicamente dalla Capitaneria di Porto di Portopalo, ricevette l’ordine di rientrare e di continuare gli accertamenti via terra, avendo comunque rivelato il numero di targa dell’imbarcazione. Ovviamente la storia finì lì.

Adesso che è in pensione l’ex generale si occupa d’altro. Si è dato alla viticoltura. Nella stessa proprietà di Vendicari coltiva un piccolo vigneto di Nero d’Avola allevato ad alberello. Con orgoglio racconta che “tra fenicotteri e specie ornitologiche rare, l’acqua arriva a lambire il vigneto, creando un microclima unico in Sicilia. Per promuovere il suo prodotto ha compreso che “questi sono luoghi che lasciano il segno: i laghi dove si posano gli uccelli, il volo dei fenicotteri prima di toccare l’acqua, lo scenario creato dalla vegetazione, la vigna, le suggestioni del nero d’Avola… persino la luce della luna di notte è particolare. Perché non dovrebbe essere così anche per il vino?

La mia domanda invece è un’altra. Perché questo straordinario lembo di paradiso deve sopportare il peso di una costruzione così vicina all’ecosistema acquatico e un disturbo antropico vietato dalla legge? Perché a pochi eletti, ricorrendo all’arroganza e alle amicizie, deve essere possibile fare quello che è vietato a tutti i cittadini, militari compresi? Se passa il messaggio che la legge è uguale per tutti ma non la sua applicazione, l’Italia è proprio come la definì Lucio Dalla e Francesco De Gregori. Una Banana republic. E io voglio vivere in una Italia diversa.