Un’autentica rivoluzione dovrebbe prevedere che il processo si concludesse direttamente con una pena alternativa da eseguirsi sul territorio. Ciò contribuirebbe a rendere chiaro il sistema

 

La Civetta di Minerva, 22 giugno 2018

Mentre La Civetta è in edicola stanno per prendere avvio gli ormai tradizionali concerti all'aperto presso la casa di reclusione di Augusta. Sono attesi circa 500 spettatori esterni (di cui circa cento familiari dei “coristi”), che si sommeranno ai quasi mille che hanno assistito ai primi di giugno agli spettacoli teatrali. L'evento è stato preceduto da uno analogo, svoltosi presso il centro utopia di Augusta, organizzato dalla Caritas cittadina. In questo caso sono stati alcuni dei detenuti che fanno parte del coro ad andare in trasferta grazie a dei permessi proposti dalla direzione dell'istituto e concessi dal magistrato di sorveglianza. Per tre di loro si è trattato della prima volta fuori dai cancelli, dopo anni ed anni di carcere, e il beneficio ha rappresentato un primo traguardo dopo un percorso di lavoro e di studio.

Mi soffermo su questo evento, per quanto svoltosi giorni addietro, perché ha messo insieme diversi elementi e diversi istituti giuridici posti alla base dell'ordinamento penitenziario: i permessi di uscita (lo dico in modo atecnico per spiegare meglio); il volontariato, sono stati infatti tanti volontari della Caritas a gestire la giornata, interamente dedicata a carcere e detenuti, a prelevarli "fuori dal cancello" e a riaccompagnarli, ad organizzare il pranzo e la cena, ad intrattenere i bambini; i rapporti con le famiglie. Tutti elementi che danno distensione e rendono umana la detenzione, e "fanno sicurezza", cosa che è bene ricordare nel momento in cui si riaffacciano tendenze securitarie, che speriamo non rimettano in discussione conquiste come permessi premio, misure alternative, aperture verso l'esterno, che dalla Gozzini in poi, pur ridimensionate, hanno dato ottime prove.

Faccio queste osservazioni pur partendo da una posizione critica verso la bozza di riforma Orlando che, partendo da una giusta propensione verso le misure sanzionatorie non carcerarie, commetteva secondo me questo errore: non potendo o sapendo riformare il carcere, si pensava - per questo motivo - di ridurlo drasticamente operando, secondo i detrattori della bozza di riforma, uno sbilanciamento in peius verso la difesa sociale; la bozza è stata poi parzialmente bocciata, non da questo Parlamento ma dal precedente (rectius dalla Commissione Giustizia del Senato). In tutto questo, come già osservato in un precedente articolo, la vita detentiva vera e propria, dopo uno slancio riformatore seguito alla - ennesima - condanna europea, si esauriva e venivano operati tagli ingenti di personale, sia per ciò che concerne la polizia penitenziaria sia per ciò che riguarda educatori, i contabili, il personale di segreteria. A fronte di ciò, i fondi per la manutenzione rimanevano sotto la sufficienza (cinque meno meno, direi) e quelli per lo sviluppo tecnologico non adeguati per cambiare verso.

Sotto l'aspetto del personale si è assistito così a un progressivo invecchiamento e si è verificato quello che mai ci si sarebbe aspettato da un governo progressista, la progressiva estinzione della figura dei direttori, ago della bilancia fra sicurezza e trattamento. Ci si augura quindi - le premesse non sembrano buone, ma chi fa il direttore del carcere è dotato di un ottimismo patologico - che vengano sì rafforzate le misure esterne, "con iucio" come direbbe il Manzoni, magari senza fare ricorso al “ce lo chiede l'Europa”, perché l'Europa chiede casomai prima di tutto condizioni detentive dignitose, rinforzando gli organici del penitenziario, rilanciando la formazione (però assegnando fondi, perché "aggratis" è un po' difficile farla), rilanciando la sanità penitenziaria, il volontariato, il trattamento risocializzante, le ipotesi di giustizia riparativa che rappresentano la nuova frontiera dell’esecuzione penale.

Oltre ad evitare il ricorso al “Ce lo chiede l’Europa” sarebbe opportuno che un rinnovato dibattito non ideologico sulla riforma della esecuzione penale eviti di parlare di dare attuazione della Costituzione, con riferimento alle misure alternative: la Costituzione ha avuto infatti già un primo momento di attuazione con la legge penitenziaria del ‘75, processo poi proseguito con la legge Gozzini del 1986. Dire enfaticamente che si è sempre all’anno zero non aiuta. Ciò soprattutto per le misure alternative; maggiore fondatezza ha invece l'argomento per ciò che concerne la vita detentiva vera e propria, i rapporti affettivi, le attività formative, le condizioni concrete di vita determinate in buona parte dalle strutture e dalla manutenzione. Su questi aspetti fondamentali, il carcere è rimasto uguale a sé stesso.

Ancora opportuno sarebbe che vengano non sbandierate statistiche sul crollo della recidiva per chi fruisce delle misure alternative, perché accedono a queste misure i più meritevoli, quindi il campione non è rappresentativo.

Proseguendo su una via non enfatica (e nel mio personale decalogo), occorrerebbe ricordare che:

-        Il carcere non è bello, come tutte le istituzioni totali crea corti circuiti e abnormità. Tuttavia esiste e il tasso di cancerizzazione in Italia non è affatto superiore a quello di altri paesi di pari civiltà; è casomai la composizione della popolazione detenuta che desta impressione: pochissimi detenuti per reati finanziari, economici, corruttivi, molti stranieri, molti tossicodipendenti;

-        Il tasso di criminalità in Italia è sceso negli anni, non vi è affatto una emergenza;

-        Il fenomeno mafioso ha subito per fortuna grossi colpi, ma non è certo il momento di abbassare la guardia (qualche norma della bozza Orlando, nonostante si dichiarasse che il regime relativo ai reati associativi non venisse toccato, poteva aprire le porte dei benefici ai reati associativi e poteva essere interpretato nel senso di affievolire l’impalcatura del 41 bis);

-        L’opinione pubblica certo tende ad essere “giustizialista”, un tempo si sarebbe detto forcaiola, e ciò non ci trova d’accordo, però certo non aiuta il fatto che il processo si concluda con una condanna a, mettiamo, tre o quattro anni di reclusione, e ci si aspetterebbe che la persona condannata finisca in carcere. Invece poi interviene un altro giudice che converte, se vi sono i requisiti, la pena in una misura non detentiva. Ciò avviene perché il sistema delle pene è ancora quello del codice Rocco basato, nominalmente, sulla pena carceraria. Una autentica rivoluzione dovrebbe prevedere che il processo si concludesse direttamente con una pena alternativa da eseguirsi sul territorio. Ciò contribuirebbe a rendere chiaro il sistema.

Ma forse parlare di rivoluzioni di questi tempi supera anche l’ottimismo patologico.